27 October, 2021
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Piccoli gesti? Grandi Donne!

Quest’anno racconteremo “La Resistenza” a Mogliano tratta dal libro di Corrado Tegon, "IL DOVERE DELLA MEMORIA" di cui si può chiedere copia all’ANPI di Mogliano Veneto

Speranza Paoli

Speranza Paoli

Speranza De Benedetti conosciuta come Speranza Paoli nacque nel comune di Preganziol nel 1906, morì a Treviso nel 1952. Il marito, Nicola Paoli, fu licenziato perché antifascista e comunista. Casa Paoli era una “base”, forniva cioè accoglienza e supporto ai partigiani, da lì partiva inoltre anche la distribuzione di stampa clandestina contro il regime.

Speranza era la madre di Wladimiro Paoli, aderente alla Brigata “Negrin” e comandante di una squadra partigiana. Wladimiro morì a 18 anni in una azione di sabotaggio sul ponte della ferrovia Ostiglia sulla linea Venezia-Trento, nei pressi di Piombino Dese, la sera del 9 settembre 1944.

“Raggiunta la località, Wladimiro dispone i compagni, impartisce gli ordini e si pone al comando, incitando con la parola e con l’esempio. Una raffica di mitraglia lo colpisce e cade sul posto. Il cimitero di Piombino Dese accoglie la salma del giovanissimo Patriota della libertà col nome d’ignoto”.

Speranza fu chiamata ad identificare il corpo nella chiesa dove era stata trasferita la salma, ma finse di non conoscere e riconoscere quel giovane, sia per evitare rappresaglie da parte dei fascisti sia perché il suo gesto avrebbe permesso di risalire ad altri partigiani. Tacque, nascondendo il suo dolore, per non tradire così i compagni di lotta del figlio.

Il gesto di Speranza è simile ad altri coraggiosi piccoli gesti compiuti dalle donne che parteciparono alla lotta di Liberazione.

Una anticipazione del ruolo che ebbero nella lotta per sconfiggere il fascismo è lo “Sciopero del pane”. La protesta scoppiò per la riduzione della razione pro capite di pane, nonostante le rassicurazioni dello stesso Mussolini. Il 16 ottobre 1941, a Parma, un gruppo di donne diede assalto ad un furgone del pane distribuendo il contenuto alla popolazione e centinaia di operaie uscirono dalle fabbriche per manifestare in tutta la città.

Molte lavoratrici in varie parti d’Italia boicottarono la produzione delle armi e organizzarono scioperi, offrirono rifugio e aiuto ad antifascisti, ebrei, disertori, partigiani, mettendo a rischio la propria vita e quella della propria famiglia.

Dopo l’8 settembre 1943, quando l’esercito si sfascia, molti soldati allo sbando vengono soccorsi e rivestiti soprattutto dalle donne.

Tutti i servizi di supporto nell’esercito della Resistenza erano svolti dalle donne. Chi stava sempre allo scoperto nei paesi e per le strade erano le staffette che agivano disarmate, sfidando i numerosi posti di blocco. Le staffette furono parte integrante delle azioni militari della Resistenza.

Una Resistenza taciuta e sofferta, come numerose storiche, a partire dagli anni settanta, attraverso ricerche, raccolta di testimonianze orali, documenti, hanno raccontato.

Le donne furono protagoniste nella Resistenza, rovesciarono l’immaginario e i riferimenti simbolici, gli stereotipi comportamentali nella società e nelle relazioni, operando prima ancora dentro di sé una rivoluzione, affrancandosi dal ruolo di moglie e madre affidato loro dal fascismo, ma presente nella cultura e nei rapporti tra i sessi dell’intera società. Posero le basi culturali e politiche per l’emancipazione.

Parlando della brigata “Manara” del bellunese, Tina Merlin afferma: “Mentre vengono citati atti anche insignificanti compiuti da uomini non viene citato uno compiuto da donne: non si fa cenno ad esempio della staffetta, Maria Reolon, della Brigata. 7° Alpini, mandata da sola, sventolando un fazzoletto bianco sotto il fuoco incrociato dei partigiani e dei tedeschi, a chiedere la resa del presidio di Castion.”

  1. Merlin, Aspetti militari della Resistenza bellunese e veneta tra ricerca e testimonianze

Ricorda la storica Paola Zappaterra che ha curato un volume sulla Resistenza al femminile in Emilia Romagna: “In alcuni casi, tra cui a Torino, a molte donne che avevano realmente combattuto nelle brigate partigiane in montagna venne chiesto di non sfilare…” In altre città furono i capi brigata a consigliare alle compagne di non sfilare, o almeno di farlo senza armi, oppure di farlo vestite da crocerossine.

Pregiudizi presenti anche fra i partigiani che pure avevano avuto accanto donne valorose che avevano affrontato con coraggio situazioni pericolose, anche armate.