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Il divano di Erdogan

Dai racconti dei vecchi contadini, abbiamo appreso che il pasto in famiglia veniva prima servito ai maschi, le donne mangiavano dopo o partecipavano restando in piedi. Una scena non dissimile è

Dai racconti dei nostri vecchi contadini, abbiamo appreso che il pasto in famiglia veniva prima servito ai maschi, mentre le donne mangiavano dopo che questi avevano terminato o partecipavano restando in piedi.

Una scena non dissimile è avvenuta ieri a dimostrazione di quanto la cultura patriarcale e sessista permei in maniera trasversale sia la democratica Europa sia il regime autocratico della Turchia.

I fatti sono noti: durante l’incontro ad Ankara del 6 aprile mentre il presidente turco Recep Erdoğan e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel erano entrambi seduti su due sedie con alle spalle le bandiere dell’Ue e della Turchia, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen restava in disparte, relegata su un divano.

Ne sono usciti vincitori il fondamentalismo maschilista e il nazionalismo, mentre i nostri rappresentanti, che sono espressione di un organismo internazionale, hanno dimostrato l’opportunismo e la debolezza politica dell’Europa.

Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel non ha ceduto la sua sedia ad Ursula von der Leyen, complice consenziente di una esclusione sessista di cui ha approfittato.

La presidente ha accettato di sedersi in disparte, affermando che il suo gesto era dettato dalla necessità di partecipare ad un incontro strategico con un partner dell’Unione. Non le è importato che la situazione decretasse l’inferiorità femminile e sminuisse il suo ruolo, né che la predisposizione della scena operata dall’apparato diplomatico turco, stabilisse la volontà di Erdogan di trattare gli eventuali accordi a partire da una condizione in cui fosse la Turchia a stabilire le priorità.

E in realtà la Turchia è un partner strategico per l’Europa poiché costituisce una barriera contro i migranti. L’UE ha stretto nel 2016 un accordo con la Turchia che per circa 6 miliardi di aiuti economici si impegna a trattenere i migranti siriani che arrivano sulle isole greche attraverso il confine turco. Si trattava ora dell’ipotesi di rifinanziare l’accordo.

Pare irrilevante che questo stato neghi i diritti umani.

In quel regime la repressione colpisce ogni forma di opposizione: i media non schierati sono stati chiusi, il Partito della Democrazia dei Popoli (HDP) rischia la chiusura, molti sindaci kurdi democraticamente eletti sono stati rimossi dall’incarico ed arrestati affidando l’amministrazione di quelle realtà territoriali a commissari fiduciari del governo.

La Turchia è uscita dalla convenzione di Istanbul, trattato del 2011 per prevenire e combattere la violenza contro le donne. Nei primi 65 giorni del 2021 in Turchia ci sono stati 65 femminicidi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno il 40 per cento delle donne turche è vittima di violenza da parte del partner. L’uscita da questo patto ribadisce lo stato di inferiorità e discriminazione in cui il regime vuole mantenere le donne. La strategia sottesa a queste misure ha come scopo quello di sviare l’attenzione dalla grave crisi economica che attraversa il Paese.

Le opportunità per le donne di uscire da una condizione di inferiorità ed esclusione, il rispetto dei diritti umani e la necessità di accogliere e sostenere chi fugge da guerre e sopraffazione, ancora una volta sono conculcati sotto gli occhi dell’indifferenza connivente dei potenti.