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Piantare alberi nel giardino altrui…

Il gesto di seminare, piantare alberi nel giardino degli altri è inevitabile per realizzarci nel nostro personale progetto di vita

Sembra un gesto insensato e inopportuno, anche in senso metaforico, invece è ciò che facciamo ogni giorno dedicando a questo, che è un servizio, un tempo considerevole. Sempre nella metafora, come nella realtà agricola, si possono piantare alberi da frutto, ornamentali oppure piante dannose che devastano il terreno perché invasive, tossiche come le liane o l’edera… oppure informazioni, pensieri, convinzioni, prescrizioni… Lo facciamo come genitori e come insegnanti nel tentativo di educare, di far crescere i figli e le persone che ci vengono affidate o che di noi si fidano. Lo facciamo quando ci esprimiamo come membri della comunità locale e con la nostra voce che facciamo circolare sul web, sui social o al bar. Lo facciamo reciprocamente eppure non sempre ci rendiamo conto che è questo che avviene ogni giorno e che il vantaggio personale è attivare una “coltivazione” di piante utili, per il frutto e ancor più per la bellezza, perché non possiamo vivere senza bellezza. Una bellezza da declinare in questo caso soprattutto come bellezza antropologica ma questo è un discorso che ci porta lontano e sarà considerato più avanti. Il gesto di seminare, piantare alberi nel giardino degli altri è inevitabile per realizzarci nel nostro personale progetto di vita perché ognuno ha una dotazione limitata e specifica di semi, di abilità, di gesti e di risorse. Lo “scambio colombiano”, come è definito l’arrivo in Europa e nel resto del mondo di una ricchezza vegetale americana incredibile è un esempio vistoso di quanta importanza abbia lo scambio tra colture e tra culture. Siamo nella necessità quotidiana di questi gesti di dono agli altri e di accoglienza del dono altrui che nella metafora sono semi e piante, fuori di metafora sono informazioni, competenze, saperi e ancor più emozioni, sentimenti, stili di relazione, trasmissione del nostro orizzonte e di senso del vivere che contagia gli altri. L’esigenza di questi scambi nutrienti la sentiamo spontaneamente anche senza averne cognizione esplicita. È questo sentire che suscita reazioni anche scomposte quando avvertiamo una violazione grave della sanità di questi scambi, la sentiamo pericolosa per il buon vivere. Le reazioni di oggi non si limitano al mormorio in famiglia, al bar o nella piazza del paese come accadeva un tempo ma trovano posto e evidenza sui social arrivando dappertutto, in tutti i “giardini”. Anche prima dell’avvento della odierna comunicazione, pervasiva ma povera di contenuti nutrienti e positivamente affettivi, le reazioni davano come risultato il giudizio, l’etichettamento delle persone, l’allentamento della fiducia nei legami in seno alla comunità locale. Oggi, come già prima della pandemia, nonostante un maggior potere di raggiungere tutti in varie forme, siamo penalizzati dalla rarefazione delle occasioni di incontro faccia a faccia il quale, è risaputo, mitiga l’espressione di sentimenti aggressivi. Mi ritorna in mente la riflessione di un economista particolare: “Non c’è vita buona in isolamento, fuori dello sguardo dell’altro. Prudente, dunque, è chi eccelle nell’arte di gettare ponti e di costruire relazioni umane, perché è solo nella vita in comune che l’essere umano – animale sociale – può fiorire in pienezza”. (Stefano Zamagni, Prudenza, il Mulino, pag. 104). Gettare ponti e costruire relazioni umane, è questo che ci nutre e ci fa essere umani e vivere nella bellezza, non certo alzare muri e giudicare, sentenziando l’esclusione dell’altro dal consorzio sociale in quanto diverso e portatore di colpe. In questi giorni mi è stato chiesto in un incontro di persone molto care di pregare per la ragazza che è stata accoltellata a Mogliano e che, con sollievo di tutti, salverà la sua vita. Come rifiutare una simile richiesta di pregare per chi sta soffrendo? Ma credo di avere spiazzato tutti quando ho aggiunto che mi sembrava giusto pregare anche per il ragazzo autore del gesto violento, riconoscendo la sua particolare sofferenza, di prima e ancor più dopo il gesto inescusabile. Per motivi diversi, ne ha altrettanto bisogno. La mia richiesta aggiuntiva è stata prontamente accolta, anche se nessun altro, parrebbe, aveva avuto modo di “pensare questo pensiero”. Non mi stupisce che in contesti meno attenti al benessere comune, alla manutenzione del capitale sociale, ci sia in larga schiera chi si esprime contro  e si ferma lì. Altri girano lo sguardo altrove e tacciono, forse sgomenti e percossi nell’anima ma il loro silenzio, l’inazione, esprime aggressività, dice “i tuoi problemi, la tua sofferenza disturbano, turbano l’ordine, la pace della comunità, per questo ti condanno”. Come se non sapessimo che la comunità è viva e composta di persone imperfette che proprio nella vita di relazione e di reciproca coltivazione, come ha scritto Zamagni in compagnia di molti altri saggi, troviamo rimedio oltre che alla concupiscenza della carne anche ai nostri limiti. È chiaro che qualcosa nel terreno (nell’anima, nella mente) di ognuno di noi è disfunzionale, lascia aperto un varco a gesti maldestri, infelici, indesiderabili, perfino tremendi e tragici. I movimenti, i gesti, la stessa presenza silenziosa (ma che sempre parla senza bisogno di parole) degli altri intervengono sui nostri movimenti interni (che a volte sono frane o eruzioni, altre volte impaludamenti) e possono prevenirli, possono lavorare il terreno e ripristinare la bellezza possibile oppure decretarne la distruzione ulteriore. Siamo abituati a occultare, dimenticare le condizioni reali del nostro terreno per mettere in risalto gli aspetti più critici dei giardini altrui, che sono quasi sempre emendabili, tanto più efficacemente se tutti si fanno carico del giardino in difficoltà. Un esercizio di generosità ma anche di lungimiranza, di consapevolezza della verità del detto “oggi a te, domani a me”. Per finire, una metafora ancora legata all’uomo-giardino: se vogliamo vivere nella bellezza dobbiamo spenderci perché lei risplenda intorno a noi, impegnarci a rendere rigogliosi e sani i giardini-uomo che ci circondano. Perché siamo accerchiati dagli altri, sempre. Consapevoli, lavoriamo nel nostro giardino, lavoriamo nei giardini di tutti e a tutti permettiamo di lavorare sul nostro. Coltiviamo terreni come fides, fiducia e fedeltà al compito, come speranza in noi stessi e negli altri, come carità nel giudizio e nel soccorso negli eventi critici che mai riguardano solo una persona ma sono patrimonio, a volte scomodo, di una intera comunità, con la sua storia e la sua cultura. La nostra.