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Quando arriva marzo

Puntualmente ogni anno e con il tempo sempre con più intensità provo in questo periodo una rabbia che mi percuote ovunque e non mi abbandona per diverso tempo

Quando arriva marzo, anzi il tutto comincia a compiersi già verso gli inizi di febbraio c’è una strana sensazione di agitazione ovunque…tutti pianificano attività, operazioni di marketing, riflessioni, pensieri, bilanci, convegni: dai insomma l’8 marzo è la Festa della Donna, vuoi non fare nulla?

Puntualmente ogni anno e con il tempo sempre con più intensità provo in questo periodo una rabbia che mi percuote ovunque e non mi abbandona per diverso tempo. (anche se per essere davvero onesti questa forma di “fastidio” non mi abbandona mai!) E quest’anno ancora di più.

Se era rimasto qualche dubbio sul fatto che la pandemia stesse amplificando le disuguaglianze sociali, ci ha pensato l’Istat a risolverli. A dicembre gli occupati sono diminuiti di 101mila unità, un numero già di per sé tragico, ma reso ancora più drammatico dalla suddivisione di genere con cui questo è avvenuto. Si è trattato infatti di un crollo quasi esclusivamente femminile, con 99mila donne che sono finite disoccupate o inattive.  Dei 444mila occupati in meno registrati in Italia in tutto il 2020, il 70% è costituito da donne.

Di fatto, l’emergenza sanitaria non sta facendo altro che amplificare quello che noi donne respiriamo quotidianamente ossia le disuguaglianze che caratterizzano il nostro vivere quotidiano, Covid a parte. Le donne, che si caratterizzano per più bassa occupazione, salari più scarsi, contratti più precari, oggi sono le prime a subire gli effetti della situazione generale. E anche quando tutto sembra andare bene, la realtà è davvero complessa. Casa, bambini, anziani con la ciliegina sulla torta dello smart working che di fatto ha solo aumento i carichi senza più alcuna demarcazione tra incombenze familiari e lavoro.

La terza ondata pandemica si porta con se un nuovo DPCM che impone la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado nelle zone rosse e nelle altre zone, al superamento di determinati parametri: chi resterà a casa con i più piccoli? quanti potranno permettersi una baby sitter? dopo avere consumato le ferie già nel mese di febbraio (senza considerare i vari isolamenti fiduciari già scattati) quante potranno permettersi di lavorare e conciliare la vita dei bambini/ragazzi?  e la scuola? e la Dad? e la nonna isolata?

Provo una rabbia infinita nella lettura dei dati degli ultimi giorni, una rabbia che si mescola ad esperienze vissute personalmente. La libera scelta, l’auto-determinazione, la tutela personale e l’emancipazione da ruoli e stereotipiti passano tutti per l’indipendenza economica, per il lavoro.

Non ci sono politiche sociali e lavorative per donne perché a deciderle ci sono uomini che non ne hanno bisogno e non hanno minimamente consapevolezza di cosa siano. La maternità, la cura degli anziani, delle famiglie, sono attività viste dalle aziende (aziende fatte di persone) come temi diseconomici, che non generano valore e di cui si potrebbe e vorrebbe fare volentieri a meno. E’ inutile che giriamo attorno a questo tema, il mondo del lavoro è ad appannaggio quasi esclusivamente maschile per le posizioni apicali, le posizioni che definiscono gli ambienti lavorativi.

E invece….

Da circa 1 anno coordino e sono responsabile di una squadra di 13 persone; 9 donne, 4 uomini. Non c’è storia: la qualità del lavoro femminile non ha eguali in termini di precisione, fantasia, competenza, valore, puntualità, determinazione, flessibilità. Quello però che sempre mi emoziona è il desiderio di autodeterminazione, di generare valore, di dare un contributo, sempre! Nell’ultimo mese abbiamo avuto due gravidanze nella nostra area; e in questi giorni sono nati Ginevra e Carlo. Le loro mamme mi mancano infinitamente perché sono due donne competenti, splendide che ha davvero senso avere accanto eppure… sono felice! Per il coraggio di queste due donne, per queste due vite che arrivano e inondano il mondo di bellezza pura e per nuovi disegni e foto che animeranno le pareti dei nostri ambienti lavorativi.

Come donna lavoratrice a tempo pieno, mamma di due ragazze di 11 e 15 anni, so che la strada dell’affermazione personale è tutta in salita, so che spesso lo sforzo richiesto è immenso, so che a volte il desiderio di mollare è elevatissimo (contratti precari, stipendi miseri, umiliazioni continue)…so anche però che il più delle volte vale la pena resistere affinché un giorno, speriamo non molto lontano, si possa evolvere e davvero le ragazze di oggi abbiano la possibilità di concretizzare tutti i loro desideri senza alcuna limitazione. Serve però un cambio di passo, una cultura che ci contempli e ridefinisca ruoli senza alcuno stereotipo.

da grande voglio fare l’editrice, scegliere che libri pubblicare: è fondamentale quello che la gente legge, la lettura permette riflessioni che muovono e cambiano il mondo” – Martina 15 anni

da grande voglio studiare le cellule, guardarle al microscopio capire come funzionano: è importante capire le cellule, noi siamo fatti di cellule e solo conoscendole si possono sconfiggere brutte malattie” – Federica 11 anni

Io ci credo

” non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai” – F- Kahlo