Non abbiamo mai conosciuto Giorgio Crovato, eppure è probabilmente a lui che dobbiamo il nostro amore per la laguna di Venezia. Nel lontano 1978, insieme al gemello Maurizio, pubblicò un libro dedicato a un tema che oggi definiremmo “di nicchia”: un reportage inedito su un patrimonio allora quasi sconosciuto, quello delle isole abbandonate della laguna.
A bordo del loro sandolo, i due fratelli visitarono quei luoghi, documentandone lo stato di abbandono e ricostruendone, attraverso testimonianze storiche e antiche mappe, l’aspetto e la vita di un tempo. Fu così che anche noi scoprimmo un microcosmo di luoghi dai nomi suggestivi: San Giorgio in Alga, Sant’Angelo della Polvere, San Tommaso dei Borgognoni, La Cura, Sant’Ariano, fino al suggestivo Buel del Lovo.
Scoprimmo che ogni isola custodiva una storia secolare e un patrimonio di edifici che, nel tempo, avevano assunto funzioni diverse: conventi e polveriere, lazzaretti e avamposti a difesa di Venezia. Soprattutto, comprendemmo che quel mondo stava scomparendo, vittima del disinteresse e della cronica indifferenza delle istituzioni. Quel libro prezioso ci spinse a procurarci una barca per vedere di persona quei luoghi dimenticati.
Era lunga poco più di tre metri: un guscio in fibra di vetro dall’improbabile colore turchese, al quale decidemmo di dare un nome dal significato marinaresco: Rovigo.
Non sapendo governare una barca a remi, ci affidammo a uno spompato fuoribordo Tomos da quattro cavalli, che aveva visto giorni migliori ma riusciva comunque a spingere Rovigo a tre comodi nodi: la velocità ideale per percorrere i tortuosi canali e costeggiare le barene.
Cominciò così la nostra esplorazione dell’universo lagunare, in ogni stagione e con qualsiasi tempo, persino nella fitta nebbia di novembre, quando si perde l’orientamento e rientrare prima del buio diventa essenziale per la sopravvivenza. Ma quanto era emozionante passare davanti al Monte dell’Oro, dove la leggenda vuole sia sepolto il tesoro di Attila; circumnavigare Sant’Arian, disseminata di ossa umane deposte durante le grandi epidemie di peste; oppure sbarcare sulla Motta dei Cunicci, ultimo frammento di un arcipelago un tempo assai più esteso scomparso nel continuo mutare della morfologia lagunare.
Eravamo ormai entrati nel novero degli innamorati della laguna di Venezia e non ne saremmo più usciti.
Grazie Giorgio. Te ne saremo per sempre grati.


