Non solo panem et circenses: oggi il cinema di massa si fa vero e proprio mezzo di legittimazione dei loschi affari del potere ai danni degli ultimi.
È così che il fenomeno mediatico dell’anno, Odissey, mentre ci teneva impegnati in vane diatribe sul colore della pelle degli attori, ha piantato un’enorme bandiera sui territori occupati del Sahara Occidentale, nei quali è stato girato. Si tratta di una bandiera marocchina, l’ennesima, recante un messaggio ben preciso per gli abitanti originari di quella terra: “Decido io chi mette piede qui. Non sperare di tornare a casa: questa non è più casa tua”.
È una bandiera fatta di prepotenza, di sfacciataggine ma, soprattutto, di impunità.
Sì, perché la parte del popolo saharawi che ancora riesce a stento ad abitare nella sua terra ha protestato durante le riprese, ma non è importato nulla a nessuno.
E se Fi Sahara, scuola di cinema e casa cinematografica indipendente nata nientemeno che in un campo profughi saharawi, si è opposta strenuamente alla realizzazione del film, non è mai interessato ad anima viva.
A raccontarcelo è Valeria, attivista che ho avuto il piacere di intervistare, da anni impegnata nella causa, ora con l’associazione Nidal, nata a marzo di quest’anno.
Valeria mi ha spiegato anche che la stessa Europa, pur avendo ribadito tramite la Corte che la potenza occupante marocchina non ha il diritto di trarre beneficio economico dalle risorse del territorio occupato, ha tutt’oggi accordi con il Marocco per il commercio del pesce, pesce che sa bene provenire in larga parte proprio dalle floride coste del Sahara Occidentale.
Sarà una coincidenza che le ingiustizie che si verificano in un’area tanto ricca, con miniere di fosfati tra le più grandi al mondo, siano sepolte nell’oblio dell’agenda politica internazionale?
Valeria, come chiunque segua da vicino la questione, non lo crede. È in contatto con l’amministrazione saharawi e sa che ogni anno quest’ultima tenta invano di ottenere il referendum promesso dalle Nazioni Unite più di trent’anni fa, che dovrebbe restituire al popolo il diritto di autodeterminarsi.
Per capire bene la situazione, però, dobbiamo fare un salto indietro di almeno cinquant’anni.
Siamo nel 1975 e il futuro Sahara Occidentale è ancora una colonia spagnola che lotta per la propria indipendenza. La contesa, al momento, riguarda principalmente il Fronte Polisario per la liberazione saharawi e le milizie spagnole. Agli inizi di novembre, però, il governo marocchino mette in atto una manovra strategica che cambia per sempre le carte in tavola: favorisce l’ingresso in massa di centinaia di migliaia di civili marocchini nel territorio, scortati da milizie armate, il tutto con il supporto della Spagna. Comunemente ricordato come la Marcia Verde, l’evento è chiamato Marcia Nera dai saharawi. Molti di loro, infatti, saranno costretti a fuggire nel deserto algerino, dove daranno vita a cinque enormi campi profughi: qui dovranno vivere per decenni, generazione dopo generazione, senza mai poter fare ritorno alle proprie case. L’area conquistata è inizialmente spartita tra Marocco e Mauritania. L’anno dopo, nel ‘76, il Fronte Polisario tenta la via diplomatica e fonda la Repubblica Araba Democratica del Sahrawi. Quest’ultima ottiene il riconoscimento dell’Unione Africana, ma non della Lega Araba e nemmeno dell’ONU. Nel frattempo, i combattimenti proseguono e portano, pochi anni dopo, alla rinuncia ai propri territori da parte della Mauritania e, infine, nel ‘91, al cessate il fuoco tra Marocco e Polisario, con la condizione imposta dall’ONU di garantire ai saharawi un referendum per decidere del proprio destino. A tale scopo, le stesse Nazioni Unite avviano una missione speciale sul luogo, con l’obiettivo esplicito di assicurarsi che la gente sia davvero mandata al voto. Siamo nel 2026 e, come dicevamo, ancora questo non è avvenuto. Nel frattempo, tornare a casa per molti profughi è diventato impossibile: il territorio del Sahara Occidentale è ora spaccato in due da un muro di migliaia di chilometri presidiato da milioni di mine antiuomo, mentre le aree accessibili senza rischiare la vita sono teatro di quotidiane violazioni dei diritti umani.
È in questo contesto che arriva Odissey e non possiamo non cogliere la triste ironia: un film sulle vicende di un uomo la cui terra è stata invasa dopo che egli è stato costretto a lasciarla è stato girato, con il finanziamento degli occupanti, in un luogo dal quale le persone sono state cacciate senza possibilità di ritorno. E la somiglianza è tale che gli ingredienti ci sono tutti, compreso il “multiforme ingegno” che il popolo saharawi è stato costretto a dimostrare per adattarsi a un territorio tanto ostile da essersi meritato il nome di Deserto del diavolo.
Ecco la realtà drammatica che incontra Valeria nel 2015, quando compie il suo primo viaggio nei campi profughi. Scopre che, durante la Marcia Nera, gli uomini dapprima erano rimasti a difendere la loro terra, mentre le donne erano fuggite, bambini al seguito, verso il deserto. Qui avevano imbastito tende di fortuna con i loro stessi vestiti e tenuto unita la comunità contro tempeste di sabbia, inondazioni e temperature che potevano superare i cinquanta gradi, fino a toccare i sessanta. Capirono subito che bisognava concentrarsi su scuola e sanità e divisero il territorio in cinque campi per contrastare la diffusione delle malattie. Tuttora, le donne sono il collante della comunità profuga saharawi, ricoprendo ruoli chiave nelle amministrazioni centrali e locali. È proprio grazie a incredibili capacità di adattamento, autogestione e mutuo aiuto che questa popolazione è riuscita a sopravvivere in una terra che sembra voler annientare la poca vita che la abita. Ad oggi, il novanta percento della popolazione è alfabetizzato e molti giovani riescono anche a frequentare l’università: si recano in Spagna, in Algeria o a Cuba per studiare, ma poi fanno quasi sempre ritorno alle loro famiglie e alla loro comunità, verso la quale nutrono un profondo legame.

D’altra parte, l’autosostentamento a lungo termine in quei luoghi è un miraggio e i profughi dipendono quasi interamente dagli aiuti umanitari. Perfino l’acqua potabile va inevitabilmente trasportata per centinaia di chilometri attraverso il deserto. Infatti, racconta Valeria, se a stupire la prima volta che si visita il territorio è l’orrore delle condizioni di vita, dopo aver conosciuto a fondo la situazione, ciò che distrugge è il fatto che quella sia una prigione a cielo aperto. Non c’è speranza di una nuova vita lì, una vita che possa reggersi in piedi. L’unica speranza è tornare a casa.
Ecco, allora, l’obiettivo principale di associazioni come Nidal, che Valeria ha contribuito a fondare: dare voce ai portatori di una sofferenza dimenticata, fare in modo che questa voce arrivi a chi ha il potere di influenzare il destino di quelle persone. Per ora, i volontari hanno fatto incontrare un gruppo di bambini e i loro accompagnatori alle amministrazioni e alla cittadinanza di Villafranca Padovana e Pianiga. In futuro, sperano di riuscire, come altri, a entrare anche nei consigli regionali.
Altro aspetto fondamentale del progetto è fornire ai profughi un’assistenza sanitaria adeguata, perché nei campi i servizi essenziali non sono garantiti: quando il gruppo è arrivato qui lo scorso agosto, i volontari si sono adoperati per far avere a tutti il supporto medico di cui avevano bisogno.
Infine, naturalmente, trascorrere qualche settimana qui in Italia è un modo per quei bambini di tenersi lontani dalla fornace che quell’angolo di deserto diventa durante l’estate.
A breve, Nidal partirà nuovamente per i campi profughi, questa volta accompagnata da alcuni ragazzi della nostra Officina 31021 e da una compagnia circense.
Incontrare questi volontari è un’esperienza che consiglio: per quanto abbia cercato, in queste righe, di portare la voce di una di loro per trasmettere il dolore, l’ingiustizia e il coraggio di un popolo dimenticato, c’è bisogno di vedere, di sentire quanto più direttamente possibile le storie di quella gente, perché ci si imprima sulla pelle che si tratta di vite umane che ogni giorno, come noi, sognano, lottano, soffrono, sperano e per questo meritano dignità.
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