sabato, 10 Ottobre 2026
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Lunedì al mercato di Mogliano

Con Gianpaolo ogni lunedì mattina ci affanniamo nella spesa più inutile della settimana. Un bottino multicolore che ci costa ben quattro euro a testa, la stessa cifra che dilapidiamo poco dopo in un dannoso spritz mattutino. Ci prendiamo quattro bellissime magliette multicolori “da giovani” oppure due camicie a quadrettoni, stile boscaiolo, che esibiremo quando andremo a funghi. Capi inutili, abbiamo già gli armadi strapieni, ma non siamo evidentemente i soli: questi banchi con un abbigliamento da un euro, o poco più, sono i più frequentati e pure i più diffusi del mercato.

Un fenomeno in crescita su cui facciamo un paio di riflessioni tessili. Da dove arrivano questi capi? Perché i banchi sono gestiti solo da extracomunitari? Tutti questi tessuti inquineranno? Dove finisce l’invenduto?

Cominciamo dalla prima. Tutto parte dai cassonetti gialli della raccolta abiti usati, gestiti da cooperative sociali o aziende specializzate autorizzate dai Comuni. Il materiale raccolto viene portato in grandi centri di selezione (in Italia, Prato è il polo storico) dove operai smistano tonnellate di indumenti in categorie: capi “crème” da rivendere nei negozi vintage, capi di seconda scelta destinati all’export in bancarelle e grossisti, stracci per l’industria, scarti da smaltire. È qui che nasce, legalmente, la merce da un euro: sono i capi di qualità più bassa, comprati all’ingrosso “a peso”, pochi centesimi al chilo, e rivenduti pezzo per pezzo con margini minimi ma su volumi enormi.

La seconda: perché tanti banchi sono gestiti solo da cittadini extracomunitari?

Non è un caso etnico, ma economico. Il commercio dell’usato richiede capitale iniziale bassissimo, nessuna qualifica formale e si inserisce in reti commerciali informali già consolidate, spesso familiari o comunitarie, che gestiscono l’acquisto delle balle all’ingrosso, il trasporto e la rivendita. È uno dei pochi settori del commercio ambulante con barriere d’ingresso quasi nulle, per questo storicamente attrae chi arriva in Italia con poche risorse e fatica ad accedere ad altri impieghi.

Ma tutti questi tessuti quanto inquineranno? Qui la vicenda si fa inquietante. L’industria tessile produce oggi circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno a livello globale, l’equivalente di un camion della spazzatura pieno di vestiti scaricato ogni secondo. I capi in poliestere e fibre sintetiche impiegano fino a 200 anni per degradarsi e rilasciano microplastiche e sostanze chimiche nel suolo e nelle falde acquifere. Non a caso gli esperti la considerano una delle forme di inquinamento chimico più pericolose e meno regolamentate del pianeta.

E per finire dove finisce l’invenduto?

La risposta più clamorosa arriva dal deserto di Atacama, in Cile, da anni scalo mondiale dei capi usati invenduti. Qui ogni anno vengono scaricati decine di migliaia di tonnellate di abiti, tra i 39mila e i 60mila, secondo le stime. Vengono rivenduti quelli buoni e il resto viene abbandonato o bruciato illegalmente nel deserto. L’unica discarica visibile persino dai satelliti.

Fine della prima puntata e comunque Gianpaolo questa volta ha esagerato, per tre euro si è preso un giubbino Prada fighissimo che non avrà mai il coraggio di indossare.

Otello Bison
Otello Bison scrive a tempo pieno dividendosi tra narrativa e divulgazione storica. Collabora al “ILDIARIOONLINE.IT” su temi ambientali e locali.

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