Ci sono luoghi che non si limitano a esistere: respirano.
Breganze, negli anni in cui varcai i cancelli della Moto Laverda come Consulente di direzione era uno di quelli. Non era una fabbrica, non era un’azienda, non era un marchio: era un organismo vivo, un intreccio di mani, rumori, voci, e di quella dignità operaia che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. L’odore dell’olio motore si mescolava a quello buono della cucina vicentina e già questo basterebbe a raccontare un mondo.
Quando arrivai nel 1986, non immaginavo che quei capannoni mi avrebbero cambiato. Il rumore dei bicilindrici in prova sui rulli mi colpì come un saluto, non era un suono industriale, era un ruggito, un richiamo.
La Laverda non costruiva moto, dava forma ai caratteri di una comunità e l’ingegner Massimo Laverda era il custode di quella comunità, un uomo che non parlava per impressionare, ma per costruire, aveva lo sguardo di chi vedeva la meccanica come un’estensione dell’anima. In lui convivevano la visione tecnica e la gentilezza, la precisione e la pazienza, era impossibile non fidarsi.
Tra i reparti, la vita scorreva con un ritmo antico: «gli operai non stancavano le mani su un pezzo meccanico, lo accarezzavano». Non era retorica, era la verità. Li osservavo mentre montavano un albero motore, mentre regolavano un carburatore, mentre stringevano un bullone con la cura che si riserva a un oggetto prezioso, ogni gesto era un atto d’amore.
C’era un rispetto reciproco che oggi sembra quasi irreale: chi progettava ascoltava chi montava, chi montava ascoltava chi collaudava e tutti ascoltavano il rombo delle moto come si ascolta una voce familiare. La fabbrica era una comunità e la comunità era una famiglia. Fu durante una delle crisi più dure che compresi davvero cosa significasse essere parte di quel mondo. Le casse erano vuote, gli onorari tardavano e io stesso mi chiedevo come avremmo superato quel periodo.
L’ingegner Massimo mi chiamò nel suo ufficio, mi guardò con quella calma che non dimenticherò mai, e mi disse: «Gianni, oggi ti pago così!». Prese una moto dal magazzino, una moto vera, completa, pronta. Me la consegnò come si consegna un pegno di fiducia, non un bene materiale. Quel gesto, oggi, farebbe sorridere i contabili, allora, racchiudeva tutto: la parola data, la concretezza, la stima in una sola scena.
Le giornate più intense finivano sempre attorno a una tavola. I torresani allo spiedo, croccanti e sapidi, il baccalà alla vicentina che sembrava una carezza, il Torcolato dorato, che scendeva lento come le storie che ci raccontavamo. In quel vino c’era la stessa pazienza che gli operai mettevano nell’assemblare i motori: il rispetto del tempo, delle radici e della terra. Poi vennero gli anni in cui il mondo cambiò più in fretta di Breganze. Le logiche globali, la concorrenza giapponese, i costi, le fusioni e le acquisizioni.
La Laverda tentò di resistere, di reinventarsi e di rialzarsi, ma la magia degli anni Settanta e Ottanta, quella che aveva generato la 750 SFC e la folle, meravigliosa 1000 V6, era difficile da replicare in un mercato che non voleva più carattere, ma numeri.
Quando la fabbrica chiuse, non fu solo un cancello a serrarsi, fu un silenzio. Un silenzio che non apparteneva alla meccanica, ma alle persone. Breganze perse un pezzo della sua identità; gli operai portarono con sé la loro esperienza, ma non il loro luogo e il ruggito arancione divenne un’eco.
Oggi il marchio Laverda appartiene a Piaggio è protetto, conservato, rispettato ma è silenzioso. Non c’è una linea di montaggio, non c’è un progetto e non c’è un ritorno.
È un nome dormiente, come un libro chiuso sul comodino, eppure, il fatto che sia custodito e non sfruttato ha un valore: nessuno ha profanato la sua storia. È per questo che il gesto di Oberdan Bezzi, la rinascita su carta della LA‑1 660 [foto] ha acceso qualcosa.
Non è una moto, è un ricordo che prende forma è un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, è un omaggio a una fabbrica che non c’è più, ma che vive ancora nelle mani di chi la ricorda.
Quando ripenso a quegli anni, non vedo solo piani di ristrutturazione o numeri, vedo volti segnati dalla fatica e dalla passione. Risento il rombo profondo dei motori, riassaporo il Torcolato, rivedo l’ingegner Massimo che mi porge una moto come si porge un simbolo. La Laverda non è un marchio è un modo di vivere la meccanica e finché qualcuno accenderà una 750 SFC, finché un collezionista restaurerà una tre cilindri, finché un progettista immaginerà una nuova arancione, quel ruggito non morirà.



Molto bello questo ricordo di una eccellenza italiana. Grazie Gianni.