mercoledì, 16 Settembre 2026
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La trappola dei ruoli: quando dire «no» costa la solitudine

C’è una frase sottile, quasi un sussurro invisibile, che si insinua molto spesso tra le mura domestiche quando in casa c’è un’adolescente: «Chiedilo a tua madre».

Oppure, al contrario: «Tuo padre mi ha detto di sì, perché tu mi dici di no?».

In questo apparente scambio di battute si nasconde uno dei nodi educativi più complessi e dolorosi con cui le famiglie di oggi si trovano a fare i conti: il cortocircuito dei ruoli genitoriali, dove uno dei due genitori finisce per indossare la maschera del “buono” e l’altro è costretto a vestire i panni ingrati del “cattivo” di turno.

​È una dinamica che si manifesta con particolare forza quando in casa ci sono ragazze di sedici anni.

A quell’età, la tempesta emotiva dell’adolescenza è al suo culmine: si cerca l’indipendenza, si mettono alla prova i limiti, si esplora il mondo con la fragilità di chi si sente già grande ma ha ancora un disperato bisogno di punti fermi.

Quando in questa fase un padre sceglie di ritagliarsi uno spazio prevalentemente permissivo, consolatorio e di complicità, la madre viene quasi automaticamente spinta nell’angolo di chi deve fissare gli orari, negare le uscite rischiose, pretendere il rispetto dei doveri. Il risultato? Una dolorosa spaccatura. La figura materna diventa il bersaglio dei risentimenti, la barriera da abbattere, mentre il padre resta l’oasi felice dove rifugiarsi.

​Ma la conseguenza più subdola di questo squilibrio non è solo la stanchezza di chi deve sempre dire di “no”. È la perdita del controllo educativo e la paralisi emotiva. La madre, percependo il peso di essere costantemente la fonte della frustrazione della figlia, inizia a dubitare delle proprie scelte. Nasce così la paura di sbagliare, il timore di incrinare un rapporto già delicato, la sensazione di essere inadeguata.

Si oscilla tra il rigore e la resa, smarrendo la fermezza autorevole. Dall’altra parte, la ragazza percepisce la disunione dei genitori e, anziché trovare un confine solido su cui orientarsi, impara a navigare tra le crepe degli adulti, finendo per sentirsi lei stessa insicura e disorientata.

​La Scrittura Emozionale ci invita a guardare oltre la superficie del conflitto per ritrovare l’oro dell’alleanza. Educare non è una gara a chi si fa amare di più dai figli, né un teatro dove distribuire parti comode e parti ingrate.

Il “no” che protegge e che fa crescere ha bisogno di un fronte comune, di una voce unica che non deleghi la fermezza e non monopolizzi l’affetto.

Per una ragazza di sedici anni, scoprire che i propri genitori sono un’unica squadra — imperfetta ma unita — è la forma più alta di sicurezza che si possa offrire. Significa insegnarle che le regole non nascono dalla cattiveria di uno, ma dall’amore condiviso di entrambi.

​Custodire la crescita dei nostri ragazzi richiede il coraggio di abbandonare i ruoli di comodo. Chiede ai padri di non temere la sgridata o il rifiuto, e alle madri di uscire dalla prigione del dover fare sempre da scudo. Soltanto riequilibrando questo peso si può smettere di aver paura di sbagliare, restituendo alla famiglia la sua funzione più bella: non quella di un tribunale con guardie e prigionieri, ma quella di un porto sicuro dove anche i limiti servono per insegnare a volare.

​E voi, cari lettori, avete mai vissuto nella vostra famiglia questo sbilanciamento di ruoli? Vi è mai capitato di sentirvi il “genitore cattivo” o di percepire la paura di sbagliare di fronte ai no da dire ai vostri figli?

Rossana Fanny Duval
milanese, ha fatto della scrittura la bussola della propria vita, trasformando l’evasione dal quotidiano in una priorità dell'anima. Autrice di poesie e romanzi — tra cui Rivelazioni Inquietanti, L’Ombra del Male e il recente 920 Passi verso di me, racconto di rinascita sul Cammino di Santiago — esplora da anni il confine tra memoria e narrazione. Il suo impegno per l'autenticità l'ha portata a consegnare personalmente un suo scritto a Papa Francesco e a ideare i laboratori di 'Scrittura Emozionale' e le 'Serate Emozionali', progetti nati per restituire valore al sentire umano contro l’uso spasmodico del web (esperienze raccontate anche dal TG2 nella rubrica Tutto il bello che c’è). In questa rubrica, Rossana continua il suo viaggio alla ricerca dell'oro nascosto tra le pagine della nostra esistenza."

1 COMMENT

  1. “Da quando la casa è diventata un tribunale? diceva uno dei miei figl, quando dettavo legge,e a suo parere, ero ingiusta.
    I “no” aiutano a crescere. Questo lo so.
    Il problema è che lo capiscono dopo. Molto dopo.
    Nel frattempo tocca a te reggere lo sguardo, il silenzio, l’accusa di essere severa.
    Mi sono chiesta mille volte: “sono stata una brava madre? ”
    Uno dei miei figli, nei giorni in cui dovevo dire no, mi ha dato della narcisista.
    Parola grossa. Tirata come un sasso.
    E io lì, da sola, a fare da madre e da padre. A fare da scudo e da limite.
    È stato duro. Davvero duro.
    Perché quando la casa si trasforma in aula di tribunale, con guardie e prigionieri, smetti di respirare.
    Non puoi sbagliare. Non puoi cedere. Non puoi spiegare. Devi solo reggere.
    Poi crescono. E capiscono che quel “no” non era un muro.
    Era un porto sicuro. Era il modo di insegnare a volare.
    Quanto è duro il mestiere dei genitori.
    Soprattutto quando ti tocca indossare due ruoli con un cuore solo.

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