C’erano giorni, a Mogliano, in cui il tempo sembrava scorrere più lento. Le stagioni dettavano il ritmo della vita, e le persone si muovevano dentro quel ritmo con naturalezza: il lavoro nei campi, le faccende domestiche, le visite alla chiesa, le serate al filò. E poi c’era l’osteria, un luogo che non era soltanto un locale, ma un cuore pulsante del paese.
Entrare in osteria era come attraversare una soglia familiare. La porta cigolava appena, lasciando filtrare una luce calda che si posava sui tavoli di legno consumati. L’odore del vino, del legno e della terra portata sotto gli zoccoli si mescolava in un profumo che apparteneva solo a quel mondo.
Gli uomini arrivavano a fine giornata, con il passo lento di chi ha lavorato duro. Si sedevano sempre negli stessi posti, come se ogni tavolo avesse una memoria, una storia che riconosceva i suoi protagonisti. E lì iniziava la serata: un bicchiere, poi un altro, poi il solito “giro de ombre”, quel rito antico che non era solo un modo di bere, ma un gesto di appartenenza. Ognuno offriva agli altri, perché in osteria nessuno doveva sentirsi escluso.
Le osterie moglianesi erano come fari accesi nella notte. I carrettieri si fermavano per riposare i cavalli, i viandanti per scaldarsi, i commercianti per scambiare informazioni. Bastava che la porta si aprisse perché un’ondata di novità entrasse nel locale: chi era passato, cosa aveva detto, quali voci correvano da Mestre o da Treviso.
In un’epoca senza radio nelle case, senza giornali diffusi, l’osteria era un giornale vivente. Le notizie venivano raccontate, discusse, ingigantite, colorate dalla fantasia popolare. Ogni frase diventava storia, ogni storia diventava memoria.
In osteria si parlava un linguaggio tutto suo, fatto di ironia, saggezza e qualche irriverenza.
Si diceva che “l’aqua marsìse i pai”, perché l’acqua, lì dentro, era quasi un intruso.
Quando il vino era buono, si esagerava con gusto: “bèvar un goto de sto vin xè come tocàr le tete a la regina”.
E quando non era buono, la battuta diventava più pungente: “el xè come tocarghe le tete a le muneghe”.
Erano frasi che oggi fanno sorridere, ma allora erano parte viva della comunità: un modo di prendersi in giro, di alleggerire la fatica, di riconoscersi nelle stesse immagini e negli stessi modi di dire.
Ogni osteria aveva la sua anima. C’era quella dei contadini, dove si parlava di raccolti e di stagioni. Quella degli artigiani, dove si discuteva di attrezzi e lavori da fare. Quella degli operai, che portavano dentro il locale il ritmo delle prime fabbriche del Novecento.
In tutte, però, c’era lo stesso filo invisibile: la necessità di stare insieme, di condividere la fatica e la speranza, di sentirsi parte di un paese che, pur piccolo, aveva un cuore grande.
Quando la notte avanzava, le voci si abbassavano, i bicchieri si svuotavano, e l’osteria diventava un luogo sospeso. Qualcuno raccontava un’ultima storia, qualcuno rideva ancora, qualcuno pensava al giorno dopo. Poi, uno alla volta, gli uomini uscivano, richiudendo la porta alle loro spalle.
E il silenzio tornava a Mogliano, mentre l’osteria restava lì, immobile, pronta ad accogliere un’altra giornata, un’altra storia, un altro “giro de ombre”.
(da “Mogliano contadina” di Ennio Tortato)



Ritratti vividi di luoghi e persone di mondi antichi. Impressi su pagine di legno dei tavoli d’osteria.
Per chi non ha vissuto o solo conosciuto quei tempi e quei luoghi il leggere quel che hai così ben descritto, sarà stimolo ad ampliare il proprio orizzonte.
Come farlo è cosa semplice; si trova scritto&descritto nel testo in calce citato