C’è un vuoto sottile, ma spaventosamente profondo, che attraversa la nostra quotidianità e si manifesta, in modo drastico, soprattutto a partire dalle nuove generazioni.
È il sintomo di un appiattimento culturale che sta mietendo vittime silenziose, uniformando i pensieri, sbiadendo le passioni e riducendo la complessità del mondo a pillole d’intrattenimento veloci, confezionate da un algoritmo.
Oggi siamo circondati da un rumore di fondo incessante, da immagini che durano lo spazio di un secondo e da contenuti pensati per non essere digeriti, ma consumati all’istante. In questo panorama così bidimensionale, per nutrire e arricchire quella parte rimasta della nostra anima, ci si ritrova sempre più spesso a dover fare un viaggio a ritroso nel tempo, risalendo a quel Novecento che ha saputo essere il secolo delle grandi domande e delle grandi visioni.
Non si tratta di una sterile nostalgia per il passato, ma della constatazione di un cambio di paradigma radicale.
Nel secolo scorso, i libri, i film, la musica e il teatro non avevano il ruolo marginale e accessorio a cui sono stati relegati oggi; erano, al contrario, il motore pulsante della società.
In quelle pagine scritte con inchiostro pesante, in quelle scene cinematografiche che dilatavano il tempo, in quelle canzoni che diventavano inni generazionali e, soprattutto, in quel rito collettivo che era l’incontro fisico tra gli artisti e il pubblico, si respirava la vera essenza del sapere.
La cultura non era un bene di consumo o uno status symbol da esibire sui social, ma uno strumento di emancipazione, una lente d’ingrandimento per comprendere se stessi e la realtà circostante.
Andare a teatro, ascoltare un album dall’inizio alla fine o perdersi tra le righe di un romanzo significava accettare un patto: concedere il proprio tempo in cambio di una metamorfosi.
Ci si sedeva in platea o davanti a una pagina non per essere anestetizzati, ma per essere svegliati.
Quel sapere non rimaneva un concetto astratto; si traduceva in empatia, in discussioni appassionate nei caffè, in una spinta interiore che muoveva le coscienze e che, molto spesso, veniva messa concretamente in pratica nella vita di tutti i giorni, cambiando il modo di agire e di relazionarsi agli altri. Oggi, quel patto sembra infranto. La cultura è diventata orizzontale, accessibile a tutti in ogni istante, ma priva di quella verticalità che permetteva di scavare dentro l’animo umano. Ai giovani viene offerta una superficie levigata e priva di attriti, dove è impossibile fare esperienza del dubbio, della complessità e della bellezza che cura
Riconoscere questo appiattimento non significa arrendersi, ma iniziare una necessaria opera di resistenza culturale.
La Scrittura Emozionale serve anche a questo: a ricordare dove si trova l’oro, a indicare alle nuove generazioni che sotto lo strato di polvere del presente esistono miniere d’infinito pronte a essere riscoperte. Abbiamo il dovere di riabituare i nostri occhi e quelli dei più giovani alla lentezza dell’approfondimento, alla meraviglia dell’incontro vivo con l’arte.
Solo tornando a respirare l’essenza profonda del sapere potremo salvare la nostra anima dall’anestesia generale, trasformando la nostalgia in un ponte dorato verso un futuro che torni finalmente a pensare, a comprendere e a sentire.
E voi, cari lettori, avvertite questo senso di appiattimento nella cultura di oggi? Quali sono i libri, i film o le canzoni del Novecento a cui tornate ancora adesso per ritrovare voi stessi e nutrire la vostra anima?


