La figura di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, duca d’Aosta e comandante della Terza Armata durante la Grande Guerra, occupa un posto significativo nella memoria militare italiana, celebrato come il “Duca Invitto”, simbolo di disciplina, fermezza e patriottismo, Una revisione della sua figura richiede tuttavia di andare oltre l’immagine celebrativa, interrogandosi sul rapporto tra mito e realtà storica, sul ruolo effettivo esercitato alla guida della Terza Armata e sul modo in cui la memoria del conflitto ha contribuito a costruirne la leggenda.
Il ruolo della Terza Armata fu inizialmente legato in modo stretto al fronte del Carso, uno dei settori più duri e simbolici della guerra italiana. Schierata verso Trieste e impegnata nelle battaglie dell’Isonzo, essa operò in un ambiente aspro, povero di ripari naturali e segnato da combattimenti di logoramento. In questo contesto maturò gran parte della fama di Emanuele Filiberto: la sua armata, pur pagando costi umani altissimi e ottenendo spesso risultati territoriali limitati, venne presentata dalla propaganda come una forza salda, disciplinata e mai travolta dal nemico. Il mito dell’“armata invitta” nacque dunque sul Carso, ma il momento decisivo per comprendere il peso storico della Terza Armata si ebbe tuttavia durante e dopo Caporetto. Pur non essendo stata direttamente spezzata dallo sfondamento austro-tedesco, essa dovette abbandonare le posizioni raggiunte sul fronte orientale e partecipare al ripiegamento generale verso il Piave. In questa fase emerse uno degli elementi più rilevanti della sua fama: la capacità di sottrarsi all’accerchiamento, conservare una certa coesione e contribuire alla ricostruzione del fronte italiano. Non fu soltanto una ritirata, ma una prova di organizzazione, disciplina e comando, nella quale la figura del Duca d’Aosta venne ulteriormente rafforzata agli occhi dell’opinione pubblica. La Terza Armata divenne poi una componente essenziale della nuova linea difensiva sul Piave occupando la parte orientale del fronte. Nel 1918 partecipò alla resistenza contro l’offensiva austro-ungarica di giugno e, successivamente, alla controffensiva che avrebbe portato a Vittorio Veneto.
Emanuele Filiberto e la sua armata furono dunque parte essenziale della tenuta italiana ma non dobbiamo dimenticare l’aspetto più duro della cultura di comando alla quale il Duca d’Aosta aderì. La disciplina della Terza Armata non fu soltanto un elemento organizzativo o morale, ma anche uno strumento repressivo e particolarmente significativo è il consenso espresso dal Duca alla pratica delle decimazioni e delle fucilazioni esemplari nei confronti dei reparti accusati di rifiuto del combattimento o di grave indisciplina, introdotta dalla famigerata circolare 2910 di Cadorna. Il primo novembre 1916 il Duca comunicava ai reparti:
«Intendo che la disciplina regni sempre sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che, nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di così grave onta, alcuni, colpevoli o no, fossero immediatamente passati per le armi. Così farò, inesorabilmente, quante volte sarà necessario. La patria ci ha affidato un sacro dovere. Per compierlo, non mi arresterò davanti a nessuna misura, per quanto grave»
Questo è il primo elemento che incrina l’immagine puramente celebrativa del Duca e obbliga a interrogarsi sul costo umano e morale della tenuta militare attribuita alla sua Terza Armata. Giova ricordare che la pratica della decimazione verrà nel dopoguerra stigmatizzata anche dalla Commissione di inchiesta su Caporetto, indagine però che pur riguardando direttamente anche il duca d’Aosta non lo vedrà mai direttamente coinvolto vista la sua appartenenza alla famiglia reale.
Il secondo elemento critico sulla figura di Emanuele Filiberto è la sua convinta adesione nei primi anni Venti al movimento di Mussolini nel quale trovava una continuità con l’idea di ordine, disciplina e autorità maturata nell’esperienza militare. Alla vigilia della Marcia su Roma, il suo nome circolò come possibile alternativa dinastica a Vittorio Emanuele III: secondo diverse ricostruzioni, il Duca era considerato negli ambienti di estrema destra come un eventuale sovrano sostitutivo, qualora il re avesse deciso di opporsi con la forza all’insurrezione fascista. La sua presenza a Bevagna presso Perugia non lontano dai concentramenti delle squadre fasciste, contribuì ad alimentare il timore che un rifiuto del re avrebbe potuto aprire non solo una crisi politica, ma anche una frattura interna alla monarchia.
Questo episodio mette in risalto anche i pessimi rapporti tra Emanuele Filiberto e il cugino Vittorio Emanuele III al quale non aveva mai perdonato di avergli preferito il semisconosciuto Armando Diaz alla guida dell’Esercito dopo l’allontanamento di Cadorna. Una rivalità non soltanto personale, ma con un evidente significato politico: da un lato il sovrano regnante, prudente, diffidente e preoccupato di conservare il trono; dall’altro il Duca d’Aosta, circondato da un prestigio militare che lo rendeva spendibile come figura monarchica più gradita ai settori nazionalisti e fascisti. Proprio la paura di essere scavalcato dal cugino contribuì a pesare sulle decisioni del re nell’ottobre 1922, quando rifiutò di firmare lo stato d’assedio e aprì la strada all’incarico di governo a Mussolini.
In questa prospettiva, l’adesione del Duca al fascismo non appare come un dettaglio marginale della sua biografia, ma come un elemento decisivo per comprendere i limiti politici della sua immagine pubblica e la trasformazione del mito militare in capitale simbolico utilizzabile dal nascente regime.
Il 31 dicembre del 1926, il Duca d’Aosta telegrafa al Duce: “Gradite Eccellenza il mio voto augurale. La luce del vostro genio conservi all’Italia la luce della sua gloria”.
Il documento va collocato in un momento particolarmente significativo: il 1926 fu l’anno della definitiva svolta autoritaria del fascismo, con il consolidamento delle leggi eccezionali e la progressiva liquidazione delle libertà politiche. Proprio per questo l’elogio rivolto al capo del governo non può essere interpretato come un semplice gesto formale o di cortesia istituzionale ma conferma piuttosto la convergenza del Duca con un’idea di ordine politico fondata su autorità, disciplina e gerarchia, la stessa che aveva già caratterizzato la sua cultura militare. Questo rafforza la lettura critica della sua figura: il “Duca Invitto” non fu dunque soltanto un simbolo della vittoria militare, ma anche un esponente della monarchia disposto a riconoscersi nel nuovo potere fascista e a legittimarlo attraverso il proprio prestigio dinastico e patriottico.



Treviso 08 07 2026 – Grazie di questo importante contributo di conoscenza storica
Bravo Renzo, poi ci si poteva allargare alle baruffe tra i Carignano e gli Aosta, ma va bene così e, come ha scritto Flavio Scarpa, l’invito per il centenario del monumento a S.A.R. dimostra che tra i nostri rappresentanti istituzionali si studia poco.
“dimostra che tra i nostri rappresentanti istituzionali si studia poco”… Solo “poco”?!