«Anni di pietra» nella Grecia della Guerra fredda

Goli Otok, Solovki, Makronissos. Provate ad affiancare le immagini prese dal mare di queste tre isole e – rovesciando la regola della Settimana Enigmistica – scovate non le differenze ma le analogie nascoste. La prima non fa nulla per addolcire l’impatto ispido di grosso scoglio arido e arrotondato, poco invitante ad un approdo. In Italia, in Croazia e negli altri paesi della ex Jugoslavia, è oggi il simbolo potente di un passato di crudeltà e terrore consumati nel cuore dell’Adriatico. Lì finiva la maggior parte di coloro che il regime di Tito bollava quali “nemici del popolo” dopo la rottura del 1948 con Stalin. La seconda – un remoto agglomerato di isole nella parte occidentale del Mar Bianco – è meno spoglia per la presenza di un suggestivo monastero medievale e di una estesa copertura di “taiga”, ma non meno tetra.

I lettori di Aleksandr Solženicyn sanno bene che l’autore di “Arcipelago Gulag” vi riconosceva la “madre” di tutti campi di internamento sovietici. E’ la terza però, Makronissos, che qui ci interessa particolarmente. Con quella forma di balena semisommersa ruvida e rocciosa, sembra una parente stretta di Goli Otok, e non va confusa con l’altra Makronissos, lucente e rinomata spiaggia greco-cipriota.

Ma quanti ne conoscono la vera storia, fino alla metà degli anni Settanta, di copia perfetta nel mare Egeo delle altre due più note colonie penali per detenuti politici, dissidenti, artisti, intellettuali non in linea con il sistema dominante?

Basterebbe questo segreto pochissimo noto fuori dalla Grecia e svelato solo grazie alla presenza di un “Digital Museum” che illustra con dovizia di particolari cosa fu e come funzionava il più temibile lager ellenico della Guerra Fredda, a motivare l’interesse per l’ultima fatica letteraria di Diego Zandel, da poco in libreria: “Anni di pietra”, sottotitolo “Una storia greca” (Voland editore, pagine 167, euro 18,00). Da abile cercatore di memorie, lo scrittore fiumano nato in un campo profughi delle Marche ci accompagna, con il tono apparentemente leggero della narrativa di viaggio e lo spessore analitico del saggista, dentro un capitolo di storia dimenticata ai margini mediorientali d’Europa. Lì dove la ferrea logica della spartizione bipolare del continente decisa a Yalta prolungò di altri tre anni (1946-1949) i disastri del secondo conflitto mondiale in una sciagurata guerra civile fra greci filo-occidentali e greci filo-sovietici.

Fra i secondi, Manolis Fourtounis, un poeta e militante del KKE (partito comunista greco), che l’autore conobbe negli anni di una quieta vecchiaia nella nativa isola di Kos. Lembo insulare del Dodecaneso a tre miglia dalla costa turca, di cui era originaria anche la prima moglie di Zandel, Anna, e quindi loro abituale meta estiva. L’empatia fra il vecchio combattente comunista,  «Anni di pietra» nella Grecia della Guerra fredda che dopo la sconfitta nel sanguinoso scontro fratricida conobbe vent’anni di torture e galere, compreso l’inferno di Makronissos, fu subito totale.

In Manolis, il giovane Diego vide l’emblema della libertà di pensiero e di giudizio anche rispetto al suo stesso partito, con il quale l’ex rivoluzionario a un certo punto ruppe i rapporti pur senza rinnegare, anzi andando orgoglioso del proprio passato di convinto comunista, dopo l’esperienza della dura resistenza anti-nazista. La sua coerenza agli ideali originari gli costò un doppio trauma: la repressione da parte del sistema liberal-conservatoremonarchico e poi del regime fascista dei Colonnelli; e l’ostracismo del partito. “Il KKE fu dichiarato illegale – spiega a Diego la moglie di un professore di Storia come lui amico di Fourtounis -. Gli arresti, anche dopo la guerra civile, non ebbero fine.

Cominciarono gli anni che noi greci chiamiamo ‘di pietra’. La vita, in quel periodo, non era facile neppure per chi aveva un parente o, come mio fratello, un amico comunista. Non avrebbe mai avuto un posto pubblico e con difficoltà avrebbe ottenuto una licenza per un’attività commerciale, o semplicemente quella di caccia.” La parabola di Manolis seguì, almeno in parte, quella del mitico comandante Markos Vafeiadis, epurato dal KKE perché in disaccordo con le scelte staliniste del partito e costretto all’esilio in Urss. Entrambi, al ritorno della democrazia dopo la drammatica dittatura dei Colonnelli, finiranno per aderire al Pasok di Andreas Papandreou e al suo socialismo democratico.

“Anni di pietra” è anche un riuscito affresco della Grecia novecentesca, che nel Dodecaneso sperimentò trent’anni di dominio coloniale italiano, prima della spietata occupazione tedesca. L’arma pacifica degli isolani, a Kos come alltrove nell’Ellade, era la danza popolare “kleftikos”, da sempre “un punto di incontro tra la nostra identità di popolo e le istanze libertarie nella lotta contro il nemico del momento”, racconta a Zandel la vecchia ballerina Argirò. Nella storia tormentata di Manolis Fourtounis, in fondo, sembra di leggere la stessa disperata sensazione di vuoto che fa dire a Ilias, uno dei protagonisti del bellissimo “Vittime di pace” di Vassilis Vassilikòs, “Come si fa a camminare dritti in questo mondo marcio? Siamo senza nulla, nudi. Spogliati di sogni e ideologie. Nudi, perduti, vuoti. Siamo vittime di pace, con il nostro carico segreto di ferite.”


Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”.

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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