Stamattina, mentre mi trovavo a mettere un cuoricino su una foto postata da mia figlia su un social network, mi sono sentito vuoto, come se stessi comunicando con nessuno. Non sapevo nemmeno se lei avrebbe avuto il tempo di vedere che avevo guardato la sua foto, né cosa tutto questo avrebbe effettivamente prodotto in lei. Allora ho preso il telefono, l’ho chiamata e abbiamo parlato per un po’. È stato dopo aver riattaccato che mi sono ritrovato a scrivere, per affrontare a modo mio questo confine così sottile tra ciò che è privato e intimo e ciò che invece diventa pubblico ed esteriore.
Sia chiaro: non sono affatto contro i mezzi che la tecnologia ci offre. Al contrario, ne beneficio ogni giorno e li uso sia per lavoro che per diletto. Sono strumenti potentissimi per restare in contatto e accorciare le distanze, ed è fantastico poter promuovere un evento importante, far girare una bella notizia in pochi secondi o ritrovare quel vecchio compagno di banco che non sentivamo da vent’anni. Ma come per tutti i mezzi e le risorse di cui possiamo disporre, è necessario un apprendimento, un’educazione all’uso, affinché si esca da una logica tanto sottile quanto pericolosa: stiamo usando noi lo strumento, o siamo noi a essere usati da lui?
Negli ultimi tempi, infatti, si nota una tendenza sempre più forte a mettere online non solo le vacanze o le serate con gli amici, ma tutto ciò che abbiamo di più intimo: i nostri sfoghi, i momenti di dolore, le crises sentimentali e i dettagli più privati della nostra giornata. Se ci fermiamo un attimo a guardare questa situazione senza dare giudizi o fare i moralisti, viene da chiedersi dove ci stia portando tutto questo, e se ci faccia davvero bene. Il rischio è che, senza accorgercene, iniziamo a guardare la nostra stessa vita come se fossimo i registi di un reality show. Prima ancora di vivere un’emozione, pensiamo a come raccontarla online, a quale foto abbinare o a quale hashtag usare, dimenticando che un’emozione non diventa vera solo perché riceve abbastanza cuoricini.
Tutti noi abbiamo bisogno di un posto sicuro, di una stanza tutta nostra dove elaborare le cose che ci succedono, specialmente quelle difficili. Quando proviamo un dolore, serve tempo per capire cosa proviamo, in silenzio. Se invece pubblichiamo tutto immediatamente per cercare il conforto o la rabbia dei follower, saltiamo questo passaggio fondamentale. Diventiamo più fragili, perché cerchiamo la soluzione ai nostri problemi all’esterno, nella reazione degli altri, invece di trovare la forza dentro di noi o parlandone a quattr’occhi con le pochissime persone che ci vogliono bene davvero.
Se continuiamo su questa strada, il rischio è quello di scivolare lentamente in una realtà in cui i nostri sentimenti finiscono per diventare tutti in fotocopia. Per fare “interazione” e farci capire subito da tutti, iniziamo a raccontare le nostre storie usando le stesse parole, le stesse frasi fatte e persino le stesse musiche o video di tendenza, suggeriti e forniti da algoritmi ideati da non so chi, finendo per perdere le sfumature uniche della nostra personalità. In questo scenario, ci ritroviamo ad accumulare tantissimi contatti, ma con pochissima sostanza: passiamo ore a rispondere ai commenti di sconosciuti o conoscenti lontani, mentre rischiamo di trascurare chi ci è seduto accanto a tavola, sostituendo la vicinanza fisica, uno sguardo o un abbraccio vero con una semplice notifica sullo schermo.
A risentirne profondamente è l’idea stessa di valore: non esiste più un valore intrinseco di ciò che condividiamo, stabilito e custodito da chi legge con attenzione. Quel valore oggi viene alterato e influenzato quasi matematicamente dal numero dei like e dalle visualizzazioni. Tutto questo ci trascina su un’altalena dell’umore legata esclusivamente ai numeri; affidando la nostra intimità al web, il nostro benessere finisce per dipendere dal contatore sullo schermo, facendoci sentire felici se i numeri salgono, ma invisibili o rifiutati se l’algoritmo ci penalizza, in una dipendenza psicologica sottile ma decisamente pericolosa.
I social sono e restano una grande risorsa per comunicare e informare, ed è giusto usarli. Il segreto, forse, sta nel ricordarsi che non tutto ha un prezzo e non tutto deve essere condiviso. Tenere qualcosa solo per sé, proteggere un pezzetto della propria vita nascondendolo agli sguardi del pubblico, non significa affatto isolarsi dal mondo. Al contrario, significa compiere un gesto di cura, farsi custodi di quella parte di noi più autentica che ci rende ciò che siamo, e che nessun algoritmo potrà mai comprare.
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