Amare sempre per vincere la morte

Vivere, comunque vivere. Dunque, resistere. Mantenersi vitali, vigili, persino allegri, impermeabili ai pericoli, non importa se la morte falcia esistenze, se consuma vorace la candela della vita solo pochi chilometri, o anche poche centinaia di metri più in là. Una caratteristica, sfidare la morte con la vita fra i denti, che è tipica dei popoli slavi.

Basterebbe ricordare la magistrale scena del film “Underground” del regista bosniaco Emir Kusturica, quando mostra un gruppo di persone che continua a ballare e a divertirsi forsennatamente in uno scantinato di Belgrado mentre è in corso il pauroso bombardamento della capitale jugoslava da parte dell’aviazione tedesca il 6 aprile 1941. Oppure, prestare attenzione alle notizie che rimbalzano dall’odierno fronte ucraino, come schegge disperate di rivendicato diritto alla normalità.

È solo di qualche mese fa l’organizzazione di una festa, i cui partecipanti erano agghindati con l’eleganza delle grandi occasioni, in un’imprecisata località del Donbass a ridosso della prima linea contesa con i russi. A diffonderla in rete, con decine di eloquenti e sfrontate immagini è stato un abile creatore digitale, spinto dal desiderio di “infondere coraggio in tutti gli ucraini, dimostrare loro che cose come questa tengono alto il morale e aiutano a non cadere nella depressione”.

Non a caso, l’aneddoto ucraino è segnalato da Gigi Riva in “C’era l’amore a Sarajevo” (Mondadori, Strade Blu, 2026, pp. 223, euro 19,00), con il quale torna ad occuparsi della guerra di fine secolo in ex Jugoslavia dopo il fortunato “L’ultimo rigore di Faruk”. Lo fa con la dolce e disincantata rievocazione di un passato troppo importante per restare confinato nella memoria individuale di chi l’ha vissuto. Aver condiviso, da inviato di guerra, i 1.425 giorni dell’assedio più lungo della storia contemporanea a una città europea, lascia tracce profonde nell’anima. Forgia le migliori amicizie, stimola i più grandi slanci di solidarietà, nutre gli amori più sfrenati o più puri. Anticorpi naturali al virus della violenza e al contagio del terrore sparso dai seguaci della Grande Serbia di Milošević.

È quel che accade al protagonista e voce narrante Carlo, un giornalista italiano che nella Sarajevo post bellica ci torna sempre quando può, per rivedere i compagni di quella incredibile esperienza, e rintracciare il sempre più sbiadito “genius loci” della città che riusciva “a impastare e amalgamare le genti più diverse”. Anche la capitale, che visse il suo apice di metropoli internazionale con i gloriosi Giochi invernali del 1984, oggi ristagna in un angusto nazionalismo musulmano che sa di stantio provincialismo, alimentato dal combinato disposto degli aiuti internazionali post Dayton sommati ai corposi investimenti arabi e turchi. E così, chi può, vedi i giovani più colti e promettenti, espatria. Chi non può o non se la sente, Amare sempre per vincere la morte come gli invecchiati amici di Carlo rimasti spiritualmente ancora jugoslavi, deve lottare quotidianamente per sopravvivere in modo dignitoso.

Il miracolo, però, come riesce ritualmente al sangue di San Gennaro, si rinnova anche a distanza di dieci, venti, trent’anni nell’abituale raduno al bar “Le Mans” – così battezzato dal vulcanico titolare Fikret, in omaggio ai suoi trascorsi di ex pilota di rally – che durante l’assedio era l’insostituibile punto di riferimento per tutti. Fra loro, non si può non citare una leggenda come il generale Jovan Divjak – l’ufficiale serbo che scelse di difendere la città al fianco dei musulmani voltando le spalle ai nazionalisti – uomo gioviale e ironico, che amava il buon vino e le belle donne, e chiamava Carlo “piccolo italiano”. Intuibile che dopo la guerra, venisse allontanato dai rampanti esponenti del partito di Alija Izetbegović. Ma al suo funerale, nel 2021, parteciperà una folla oceanica, non dimentica di quanto amore avesse dimostrato per la città e, dopo la guerra, si fosse speso a favore dell’educazione interetnica dei bambini.

Come accade nel Donbass ucraino di oggi, anche a Sarajevo fra il 1992 e il 1995 si reagiva al furore dell’aggressione cercando di condurre fin dove possibile una vita normale. Si tenevano lezioni scolastiche, si proiettavano film, si improvvisavano feste ed eventi artistici, nei sotterranei o in locali di fortuna, sfidando le bombe di mortaio e i cecchini. “D’accordo – riflette Carlo quando torna in Bosnia nel 2016 – l’assedio era distante vent’anni e tuttavia l’assedio era dentro di noi, era noi”.

Quindi l’amore. “Sì, c’era l’amore a Sarajevo. C’era forse assai più che in ogni altro luogo del mondo per le pulsioni scatenate dall’idea di non esserci più domani, e allora vale la pena sperare nella chance di una scintilla di felicità, nell’immortalità di un orgasmo o nella tenerezza infinita di un lungo bacio”, spiega il protagonista al lettore mentre pensa a Jagoda, la poetessa che si è innamorata di lui ma lui evita a lungo, solo perché non vuole approfittare della situazione, a differenza di altri stranieri liberi di entrare e uscire dalla città isolata. Il gioco delle attese, degli sguardi e delle parole dette e non dette, dei passi avanti e indietro, che caratterizza il loro rapporto è ciò che immette nel romanzo di Riva il giusto timbro intimistico e lirico delle grandi storie d’amore.


Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”.

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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