Valore e potenzialità della  biblioteca pubblica.

Qualche giorno fa, una signora prima mi chiede di  spiegarle il tema affrontato nel mio volume SpazioB e, avuta la risposta, mi domanda quale fosse stata la mia professione. Alla mia replica, che cioè ero una ex docente di pedagogia generale e sociale all’Università di Padova, commenta così: “Una materia che non ha niente a che fare con la biblioteca!”. Faccio notare che l’apprendimento non è solo appannaggio della scuola, perché concorrono a promuoverlo altre agenzie, tra le quali un posto centrale spetta alla biblioteca.

Raramente ho avuto una misura così inconfutabile di quanto vaga, approssimativa, se non  imprecisa sia la conoscenza del ruolo rivestito nel tempo, soprattutto oggi, da una biblioteca pubblica. Per far chiarezza, dando a Cesare quello che è di Cesare, basta evocare il termine analfabetismo, dentro cui si addensa una stratificazione storica di quasi due secoli.

Le prime biblioteche popolari, così’ allora si chiamavano, nascono, infatti, subito dopo l’Unità d’Italia, su iniziativa  del maestro Antonio Bruni che nel 1860 in Prato fonda la prima biblioteca popolare circolante. A Mogliano Veneto essa vedrà la luce vent’anni più tardi, nel 1882, ad opera di un altro maestro che segue l’esempio del collega toscano. Entrambi sono accomunati dallo stesso problema: combattere la piaga dell’ alfabetismo che interessava il 75% della popolazione. L’offerta di libri era essenziale per sopperire ai limiti della scuola popolare, che era sì aperta a tutti, ma nella pratica discriminava proprio quei ceti popolari per cui  intendeva agire .

I termine, analfabetismo, nel tempo ha cambiato pelle, per così dire. Ha assunto, infatti, una connotazione abbastanza diversa rispetto alle origini, quando rientrava nella categoria di un espediente strumentale. Oggi quasi tutti  sanno leggere e scrivere, semmai le carenze fanno capo all’idea di funzionalità, all‘incapacità, cioè, di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella quotidianità. L’analfabeta funzionale sa scrivere il suo nome  ma non sa  analizzare e comprendere un testo, un articolo di giornale, un documento pubblico, una polizza assicurativa ecc. Diverso ancora l’analfabetismo di ritorno relativo a quella parte della popolazione che, pur in possesso di adeguata scolarizzazione ed accettabili livelli di literacy e numeracy, tende a regredire verso bassi livelli di alfabetizzazione per il graduale venir meno dell’ interesse verso la lettura.

I tre modelli di analfabetismo descritti hanno questo di particolare: non sono circoscritti ai soli diretti interessati. Determinano un habitus, uno stile di vita  che finisce per contagiare anche i conviventi di una famiglia, in primis i minori,  vittime di quella che oggi viene definita  povertà educativa.

Questo fenomeno, descritto come  multidimensionale, sottrae al bambino nei primi  anni di vita una chance vitale: sviluppare al meglio, nei tempi ideali per impadronirsi in modo rapido, automatico e duraturo, capacità cognitive, emotive, relazionali e sociali.

A tal proposito, i dati Invalsi attestano, infatti, la permanenza di forti disparità territoriali, evidenti fin dalla scuola primaria, e non solo tra Nord e Sud, anche tra regioni o province, legate al contesto socioeconomico e culturale delle famiglie e degli allievi. Detto altrimenti, si tocca con mano la prova che i figli di genitori che leggono tendono ad avere una maggiore propensione alla lettura. Viceversa in contesti in cui in famiglia questa pratica è assente o poco sentita, si riscontra la stessa carenza e disinteresse negli scolari.

La riduzione dello spazio dedicato alla lettura ha il suo correlativo negativo nella qualità del rendimento scolastico con  effetti sistemici nella personalità del discente, sull’asse cognitivo–emotivo–affettivo. A farne le spese, sono il pensiero critico, la creatività, la memoria, l’acquisizione di competenze linguistico-comunicative.

Questo è il terreno d’elezione dove si possono apprezzare le potenzialità della biblioteca. pubblica. Si potrebbe obiettare che esistono le biblioteche scolastiche che, secondo i dati del MIME, sono una realtà importante nelle scuole italiane. L’86% delle scuole gestisce almeno una biblioteca. Il 74% ha attivato il prestito fisico dei libri cartacei per gli alunni, mentre il 49% possiede anche materiali audiovisivi e il 27% contenuti digitali. Ma nonostante ciò, i ragazzi leggono poco, proprio perché mancano biblioteche pubblichedi supporto a quelle scolastiche.

Secondo i dati Istat, in Italia sono 8,8 le biblioteche attive ogni 10.000 minori e quelle che esistono sono poco frequentate.

Per contrastare la povertà educativa e ridurre le disuguaglianze sociali, alla biblioteca pubblica compete un ruolo formidabile di supplenza. Nello spazio della biblioteca pubblica vi è il terreno ideale per riattivare quel rapporto con i libri che è stato sottratto a molti studenti nella loro infanzia.

Per rimettere in moto un meccanismo inceppato il primo step è rappresentato dall’azione della scuola nel promuovere il contatto con la realtà della biblioteca, per il quale la mediazione del docente, ma anche della famiglia, è propedeutico.

Secondo, bisogna valorizzare la prima legge della biblioteconomia formulata dal famoso bibliotecario indiano Shiyali Ramamrita Ranganathan: la biblioteca come luogo di fruizione non di conservazione. Questo atto, la fruizione, aiutando ad usare attivamente la biblioteca, promuove negli studenti la conoscenza e soprattutto l’amore per la cultura che libera l’anelito verso la libertà e la partecipazione alla cittadinanza. 

Ancora una parola sul ruolo insostituibile  dell’insegnante, cui spetta il compito/dovere di rimuovere preliminarmente ostacoli culturali micidiali, come il fattore lingua nel caso di studenti stranieri, oltre a vivificare, come detto, l’interesse spontaneo nei confronti della biblioteca.

Ed un’altra parola importane ad un altro soggetto, spesso non valutato come merita. Parlo del bibliotecario, visto spesso ed erroneamente in una luce da burocrate, e non come colui che accoglie, incoraggia, guida, consiglia. Lo ricorda il citato Ranganathan, per il quale la funzione principale di una biblioteca è di essere  un servizio di reference, in cui è fondamentale la relazione che si  instaura tra la biblioteca  e il lettore, attraverso la mediazione  del bibliotecario. Il cui giusto atteggiamento dovrebbe essere di ascolto, di comprensione, di disponibilità nei confronti di ogni utente, accolto con la sua storia particolare, bisogni specifici che iniziano  dall’esigenza  di orientarsi fisicamente tra gli spazi della struttura, gli scaffali, le schede, il regolamento stesso della biblioteca.

Per questo, non ci si deve limitare, come sovente accade, a soffermarsi, in maniera asettica, sui tecnicismi  di ricerca delle informazioni e delle fonti, bensì sulla dimensione comunicativa, sull’aspetto  umano del rapporto di reference.

Questa collaborazione tra insegnante e bibliotecario è il cuore dell’ accoglienza, dell’integrazione e della vivificazione della biblioteca.

Oggi più di ieri, vi è dunque la necessità di una pedagogia della biblioteca che investa tanto l’insegnante che il bibliotecario, accomunati dalla stessa problematica di garantire un servizio di reference.

Di questo e di altro si parlerà mercoledì 20 maggio alle ore17.00 presso il Centro Ricreativo Anziani di Mogliano Veneto in occasione della pubblicazione del libro Spazio B. Biblioteca e Democrazia.

Carla Xodo
Carla Xodo è professoressa emerita di pedagogia generale e sociale dell’Università degli studi di Padova. Tra i molti incarichi istituzionali al Ministero e all’Università, è stata anche vicesindaco e assessore alla pubblica istruzione e cultura del Comune di Mogliano Veneto nella legislatura 1980 al 1984.

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