venerdì, 12 Giugno 2026
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IL CORAGGIO DI RESTARE FRAGILI

C’è un’ossessione silenziosa che attraversa le nostre giornate: l’idea che per essere validi si debba essere integri, compatti, privi di sbavature. Siamo diventati i curatori di noi stessi, esperti nel levigare gli spigoli e nel nascondere le ammaccature sotto filtri di efficienza e sorrisi di circostanza. Ci hanno insegnato che la fragilità è una falla nel sistema, un momento di cedimento da gestire con imbarazzo o, peggio, da correggere in fretta per tornare a performare.

Eppure, se provo a sfogliare quel diario invisibile che ognuno di noi scrive con il proprio respiro, mi accorgo che i momenti di massima perfezione non hanno mai generato nulla di autentico. Sono rimasti lì, statici, come statue di marmo in una stanza chiusa. La verità è che la vita non accade quando siamo invincibili. La verità è che la vita accade quando ci rompiamo.

​Restare fragili non significa essere deboli; significa avere il coraggio di non indurirsi nonostante gli urti. Significa accettare di essere porosi, lasciando che il mondo ci attraversi, anche quando questo comporta il rischio di restarne segnati. Queste ferite, che oggi chiamiamo dolore, non sono altro che le coordinate geografiche della nostra evoluzione. Sono cicatrici che attendono solo di essere riempite d’oro, proprio come accade nel Kintsugi, l’antica arte giapponese che ripara la ceramica frantumata con metalli preziosi, rendendo l’oggetto finale più resistente e splendente di quanto non fosse in origine.

​Mentre scrivo queste righe, la memoria mi riporta indietro a un pomeriggio di tanti anni fa. Avevo solo dieci anni e la sensazione che il mondo stesse finendo.

Ero a Milano, una città che allora mi appariva fredda e spigolosa, troppo diversa dal calore sicuro del collegio dove ero cresciuta. Piangevo disperata, non perché fossi lontana da casa, ma perché mi ci avevano riportata contro la mia volontà. I miei genitori avevano deciso che il mio tempo lontano era finito, ma per me quel distacco era un tradimento. Lasciavo le mie compagne, le suore che erano diventate la mia famiglia quotidiana e, soprattutto, lasciavo il mio Leonberger, quel gigante buono che con la sua presenza silenziosa era stato il custode di ogni mia confidenza.

Presi carta e penna. Fu la mia prima vera lettera, scritta con il peso di una mano che tremava per la rabbia e la malinconia. Non volevo essere “brava”, non volevo essere composta. Volevo solo che qualcuno leggesse quanto mi sentivo a pezzi. Quella bambina, senza saperlo, stava praticando la sua prima forma di riparazione: stava usando le parole come oro per provare a tenere insieme i cocci della sua identità. Quel dolore non era un errore, era il materiale di cui si stava forgiando la donna che sarei diventata.

​Oggi capisco che se non avessi vissuto quello strappo, se non avessi permesso a quella fragilità di scorrere sulla carta, oggi non avrei gli occhi per riconoscere la bellezza nelle crepe degli altri. La fragilità di ieri è diventata la mia bussola di oggi. È l’unica lettera che valga la pena spedire al nostro “io” del futuro: non la cronaca dei nostri successi, ma il racconto di come siamo rimasti umani nonostante le cadute.
​In questo spazio che chiameremo “L’Oro tra le Pagine”, vorrei che facessimo un patto: quello di non vergognarci delle nostre fessure. Sono l’unico posto da cui può entrare una luce nuova, una consapevolezza che non teme il tempo perché dal tempo è stata forgiata.

Provate a fermarvi un istante. Se poteste scrivere oggi una lettera a quella parte di voi che si è sentita “rotta” anni fa – a quel bambino o a quell’adulto che pensava di non farcela – quali parole usereste per rassicurarlo? Quale oro usereste per dirgli che proprio da quella ferita sarebbe nata la versione più preziosa di voi stessi?

Rossana Fanny Duval
milanese, ha fatto della scrittura la bussola della propria vita, trasformando l’evasione dal quotidiano in una priorità dell'anima. Autrice di poesie e romanzi — tra cui Rivelazioni Inquietanti, L’Ombra del Male e il recente 920 Passi verso di me, racconto di rinascita sul Cammino di Santiago — esplora da anni il confine tra memoria e narrazione. Il suo impegno per l'autenticità l'ha portata a consegnare personalmente un suo scritto a Papa Francesco e a ideare i laboratori di 'Scrittura Emozionale' e le 'Serate Emozionali', progetti nati per restituire valore al sentire umano contro l’uso spasmodico del web (esperienze raccontate anche dal TG2 nella rubrica Tutto il bello che c’è). In questa rubrica, Rossana continua il suo viaggio alla ricerca dell'oro nascosto tra le pagine della nostra esistenza."

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