Una premessa, a scanso di equivoci: per me i morti del periodo 1943-45 non sono tutti uguali.
I morti sono diversi perché diverse sono stati i motivi ideali per cui hanno perso la vita. Morire per liberare l’Italia dal nazifascismo e morire per un nuovo ordine europeo imposto dal nazifascismo, pone inevitabilmente quei morti su piani distinti e distanti. Perché la doverosa pietas umana verso tutti i morti, non può generare confusione e tantomeno maldestre operazioni di equiparazione.
Esattamente trent’anni fa – a cinquant’anni dalla fine della guerra – Luciano Violante, durante il suo discorso d’insediamento come presidente della Camera, fece un riferimento ai “ragazzi di Salò”, un passaggio fondamentale che condusse verso un uso pubblico del passato e un revisionismo storico senza precedenti.
L’episodio riscosse un vastissimo anche se non unanime consenso politico, ma molti capirono subito che quel richiamo non poteva essere letto in maniera neutra e che andava invece nella direzione di un’equiparazione sul piano morale tra i vinti e i vincitori del periodo 1943-45, mascherata peraltro da una finta “riconciliazione” tra le parti.
S’intuì insomma che si stava aprendo una stagione difficile per la storiografia italiana, caratterizzata – secondo una tendenza che comunque era già in atto – da un continuo confronto impari tra i risultati della ricerca storica e una (ri)lettura politica del passato. Peraltro, l’invito a capire le ragioni dei “ragazzi di Salò”, rappresentò per una destra italiana appena sdoganata e diventata forza di governo, un’occasione formidabile di legittimazione politica e soprattutto storica.
Nel discorso pubblico sul fascismo e la Resistenza si mise in moto un meccanismo perverso che giunse dapprima a decostruire un paradigma antifascista che sembrava inossidabile, ed infine a mettere in discussione il più forte elemento di continuità tra la lotta di Liberazione e l’Italia repubblicana, cioè la stagione costituente con tutti i suoi valori e i suoi esiti.
Forse, per sgombrare il campo da molti equivoci, bisognerebbe prendersi un po’ di tempo per rileggersi le ultime lettere dei condannati a morte della Resistenza. Ci si sente quasi in colpa a non poterli citare tutti, a non metterne in fila i nomi e i volti uno dietro l’altro, a non restituirne i sogni infranti, le biografie spezzate dalla guerra e dalla violenza. Tutti morti per un’Italia migliore che non hanno fatto in tempo a vedere ma che avevano immaginato molto diversa da quella che avevano attraversato.
Ne cito uno tra i tanti, uno per tutti: Romolo Iacopini, operaio romano, arrestato nel dicembre del 1943 e torturato per un mese nel carcere di via Tasso; poi trasferito a Regina Coeli, condannato a morte e fucilato il 2 febbraio 1944 a Forte Bravetta assieme ad altri dieci partigiani, tutti comunisti: Enzio Malatesta, Filiberto Zolito, Bitler Branko, Gino Rossi, Ettore Arena, Quirino Sbardella, Augusto Paroli, Benvenuto Badiali, Carlo Merli, Ottavio Cirulli:
“Cara adorata madre,
non avrei mai creduto di darti tanto dolore, ma il destino ha voluto così, quindi ti chiedo perdono a te come pure ai miei cari fratelli, sorelle e amici.
Mamma cara, tu sola mi comprendi e sostieni questo terribile momento e non mi resta che dirti addio e farti auguri per una vita migliore della mia.
Auguro pure che la nuova Italia sia più forte, degna e libera per le nuove generazioni. Mi sento veramente un italiano, contento di andare alla morte invocando la tua benedizione.
Ti bacio e vi bacio tutti.
Il vostro Romolo”.


