martedì, 19 Maggio 2026
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La biblioteca come senso della città

Antonella Agnoli è certo una delle persone che in Italia s’intendono di più di biblioteche.
Eppure non è innamorata di questa parola. Si, perché anche le parole invecchiano. Come noi.
E quindi alcune invecchiano bene e portano gli anni che quasi non te ne accorgi ed altre invece dimostrano di essere sensibili al fluire del tempo.
L’esempio viene dai Musei.
Sempre di più si distinguono per gli orribili acronimi che li accompagnano: fu tra i primi il Mart di Rovereto progettato da Mario Botta e plasmato da Gabriella Belli.
Ma in tanti l’hanno seguito in tutta Italia.
Io all’acronimo preferisco di gran lunga il nome del luogo che caratterizza il sito stesso: le Gallerie dell’Accademia, il Correr, gli Uffizi, Capodimonte e così via.
Son tanto diverse le biblioteche?
Mi pare di no.
Da ragazzo andavo in Querini a Venezia e in occasioni speciali alla Marciana.
Anche qui luoghi che sotto intendevano un senso.
Perché la biblioteca è proprio questo: “un senso”.
E lo ha acquisito con gli anni questo diritto ad esserlo e questo significato.
Perché lo hanno hanno segnato le trasformazioni a volte caute e lente ed a volte perfino precipitose.
Sempre e comunque immagine dei bisogni e delle necessità delle persone.
Attenzione!
Non sempre sono espresse e razionali tali necessità.
A volte sono sotto la pelle, si manifestano a poco a poco, sotto traccia, senza clamore.
Riguardano fondamentalmente i giovani nelle loro diverse espressioni da una parte, ed i luoghi secondo le particolari caratterizzazioni che assumono dall’altra.
Ed i giovani cercano insieme il luogo e la sua dimensione umana.
Ed è questo status a creare la parola che determina per un giovane il gradimento: l’ambiente.
Infatti esso non è mai facile da costruire a partire dalle sue declinazioni.
Viene usato da molti e molte, ha colori, forme, energie, lascia tradurre significati antichi e moderni, incita a sentimenti, conosce strappi e usure.
Allora creare una biblioteca chiede innanzitutto domande.
E bene ha fatto il Partito Democratico di Mogliano con la Sinistra e i 5 stelle a costruire sulla biblioteca un percorso ed un indirizzo partecipati.
In una assemblea con più di 100 presenze attente e curiose Giacomo Nilandi ha costruito insieme tre cose fondamentali.
Un parere negativo motivato concretamente e culturalmente sulla proposta di localizzazione e acquisto dell’Amministrazione Comunale di Centro Destra di Mogliano; una riflessione sulle opportunità concrete anche fisiche e di collocazione che stanno ora di fronte con una visione precisa e documentata di uno spazio ed infine un percorso che non è solo consultivo ma determinante le caratteristiche stesse della nuova biblioteca.
Se i primi due punti avevano il merito della concretezza per quanto riguarda gli spazi e le disponibilità finanziarie, il terzo punto misurava insieme come fossimo di fronte ad un terreno nuovo che andava plasmato con la collettività e non solo per la collettività.
Perché oggi il luogo dei beni librari è molte altre cose insieme se vuol vivere sul serio.
È accoglienza assolutamente non ruvida, contaminazione con la natura, accessibilità per tutti, rete di relazioni e rapporti, riferimento di iniziative, chiave della lettura della città.
E tutto ciò avrà spazi, modi, arredamenti, strumenti, apparati multimediali che lo dovranno aiutare a vivere.
Perchè la biblioteca deve avere la straordinaria dote di essere riconoscibile e amata con affetti diversi.
Di mondi diversi, di persone diverse con provenienze non etichettabili in maniera preordinata.
Fatica?
Certo, tanta ed anche con il desiderio di rendere più semplice la strada di chi ha già spesso mille ostacoli nel suo percorso di vita: coloro che saranno i frequentatori di questo servizio.
Un mio amico un giorno di fronte ad una descrizione del senso della biblioteca mi disse: “ma insomma è solo una biblioteca, non una centrale nucleare!”…
Essendo un amico e non un azzeccagarbugli mi misi a chiacchierare con lui e gli feci due esempi.
Il primo semplice.
Prova a pensare ai piccoli borghi montani, alle periferie, ai luoghi senza nome. Capisci come una biblioteca, un centro di iniziative culturali sia determinante per una vita che può essere troppo sola, emarginata, incapace di formarsi?
Mi disse subito che aveva capito.
Ed allora rincarai: e lo stare insieme tra diversi non ti pare fondamentale per il rispetto, la conoscenza delle regole, la comprensione della realtà?
Mi chiese “ed io che posso fare?”

Maurizio Cecconi
Veneziano, funzionario del PCI per 20 anni tra il 1969 ed il 1990. Assessore al Comune di Venezia per quasi 10 anni è poi divenuto imprenditore della Cultura ed è oggi consulente della Società che ha fondato: Villaggio Globale International. È anche Segretario Generale di Ermitage Italia.

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