Il caso ha voluto che, una sera di qualche settimana fa, mentre facevo zapping alla tv in cerca di qualcosa con cui spezzare la noia, mi capitasse davanti il viso raggiante e un po’ nervoso di una giovane aspirante chef, Dounia Zirari, che raccontava la sua incredibile storia al pubblico di Masterchef. Con gli occhi che brillavano, ho deciso che dovevo per forza chiederle un’intervista.
Ventotto anni: finora la vita di Dounia è stata, come si suol dire, breve ma intensa.
Abita a Bassano del Grappa ed è originaria del Marocco; si è trasferita qui all’età di nove anni e delle sue origini conserva soprattutto l’amore per la cucina, che la sua famiglia le ha sempre trasmesso. “Per me il cibo è condivisione. Quando preparo qualcosa, spesso poi non la mangio nemmeno. Cucino per gli altri e, quando vedo il loro sorriso, mi passa la fame, perché ho già la mia soddisfazione”, mi racconta divertita qualche giorno fa, all’inizio della nostra chiacchierata.
Non avrebbe mai pensato di essere scelta tra migliaia di candidati, men che meno di arrivare così lontano, aggiudicandosi un posto tra i quattro finalisti. È stata una grande sorpresa”, racconta. “Dopo la chiamata, ho aspettato giorni prima di dirlo a mio marito e all’inizio volevo rifiutare. È stato lui a spronarmi, a convincermi che ce l’avrei potuta fare”.
Proprio il marito, Simone, è co-protagonista della vicenda che più ha segnato la vita di questa giovane, straordinaria ragazza. I due si erano conosciuti da poco quando Dounia è stata ricoverata a seguito di tre ischemie, che le avevano portato via l’uso della parola e, per un po’, l’avevano lasciata paralizzata a metà. Eppure, quando l’allora neo-fidanzato ha deciso di farle ascoltare una canzone marocchina, lei, come per magia, ha cominciato a cantare.
È così che, pian piano, l’afasia di Dounia è guarita. Ed è per questo che mi sono innamorata della sua storia e ho deciso di raccontarla a voi: se non fosse stato per l’amore, la musica, l’intuito di un ragazzo coraggioso che ha saputo esserci fin da subito e la forza di una ragazza che di tutto questo ha fatto tesoro, oggi, forse, questo miracolo sarebbe solo una storia triste e non potremmo conoscerla attraverso le parole di chi l’ha vissuta. A me, futura psicologa, la vicenda di Dounia fa pensare al potere di ciò che più ci connette a noi stessi e a come sia proprio questo, spesso, a permetterci di lasciarci andare, accettarci e, nel migliore dei casi, guarire.
Ma per lei, in particolare, la malattia ha significato anche un’inversione di prospettiva. Dounia, infatti, lavora come OSS (operatrice socio-sanitaria) e, per ironia della sorte, proprio il giorno precedente la sua prima ischemia aveva incontrato un paziente afasico. “Ricordo che non capivo”, mi dice: “Era un grande professore, eppure non riusciva a pronunciare nemmeno una parola”. Passare dalla parte della paziente è stato strano per lei: “Capisci tutto, ma non puoi dire nulla. Una volta parlavo quattro lingue, ora solo l’italiano e, spesso, ancora non trovo le parole per dire quello che vorrei dire”.
Oggi, Dounia sogna di unire il lavoro come OSS e la sua passione per la cucina in un’unica realtà che, per il momento, rimane una sorpresa: “Ho in mente un progetto con mio marito, perché so che con lui posso condividere tutto. Adesso è un periodo delicato in famiglia, quindi aspettiamo a parlarne. Posso solo dire che metterà insieme tutto: lavoro, valori, origini, sapori… Non vedo l’ora”.
È con questa splendida prospettiva che ci salutiamo: lei corre a gustarsi gli ultimi istanti della pausa pranzo, io a scrivere del mare di bellezza che è emerso in quei venticinque minuti. E il segreto di questa bellezza, secondo me, sta tutto nella prima parola che ha usato Dounia per descrivere il senso di quello che fa: condivisione. Non è l’ennesima caricatura motivazionale di chi ce l’ha fatta con le proprie forze nonostante tutto, nonostante tutti.
È una storia che parla di come siano proprio i legami che abbiamo a darci e, a volte, ridarci la vita.




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