Siamo nel pieno delle Settimane dell’Educazione Speciale e dell’Inclusione: giorni dedicati alla consapevolezza sull’Autismo, sul Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività e sulla Dislessia. Ma se proviamo a guardare oltre i termini clinici, questo è soprattutto il mese dedicato al coraggio. Nella mia esperienza, dall’Esercito, dalla Grande Industria, dall’Associazionismo, fino all’attuale impegno nella Consulenza di Direzione ho imparato che il successo non è mai un percorso lineare. Per molti giovani, però, la salita è più ripida che per altri. Voglio dedicare un pensiero a quei ragazzi che ogni giorno si impegnano il doppio per ottenere ciò che ai coetanei sembra naturale. A chi vede il mondo con colori e schemi diversi; a chi combatte contro una mente che corre troppo veloce per fermarsi; a chi deve decifrare codici che cambiano forma sotto i propri occhi. Il vostro non è un deficit: è un modo diverso di elaborare la realtà. La vostra resilienza nel cercare il successo, nonostante gli ostacoli, è la più alta forma di leadership che io conosca.
Il “Quartier Generale” e la forza dell’organizzazione
Dietro ogni traguardo di questi ragazzi c’è un quartier generale instancabile: i genitori. Essere genitori in questo contesto significa organizzare, pianificare, lottare contro la burocrazia e, troppo spesso, contro l’indifferenza. Sono tutor, psicologi, avvocati e àncore di salvezza. Come consulente, so bene che un’organizzazione sia essa una famiglia o un’azienda è forte solo quando sa valorizzare ogni singolo componente nella sua specificità. Il punto, però, è un altro: non basta sapere che queste realtà esistono, dobbiamo integrarle. Come territorio e come società, abbiamo il dovere di trasformare l’educazione speciale in opportunità ordinaria.
Dallo Stato di Natura alla Civiltà
Siamo davanti a un bivio filosofico e pratico. La società deve essere il luogo della competizione sfrenata dove si premiano solo i “vincenti”? Oppure vogliamo credere, come scriveva Spinoza, che “nulla è più utile all’uomo dell’uomo”? Se abbracciamo questa seconda visione, la competizione lascia il posto alla collaborazione. Il coraggio non si misura più nei successi ottenuti per sé, ma negli sforzi fatti per accrescere il bene collettivo. Una società civile si misura non sulle sue eccellenze isolate, ma su come tutela i più fragili attraverso la giustizia sociale e la redistribuzione.
Un’eredità da riscrivere
L’attuale vuoto di pensiero e l’imbarbarimento sociale sono responsabilità della nostra generazione. Da questo “headquarter” generazionale nessuno può chiamarsi fuori. Forse è tardi, ma voglio coltivare un po’ di ottimismo, sperando che non sia solo utopia. Affido ai ragazzi a quelli considerati “standard” e a quelli definiti “fragili” la missione di correggere i mali che noi adulti abbiamo lasciato loro in eredità. Hanno l’energia per farlo. Il nostro unico compito, ora, è dare loro la possibilità di scegliere in quale società vorrebbero vivere, senza pretendere di imporre un unico, vecchio modello. Uniamoci in questo periodo di consapevolezza: non per pietismo, ma per rispetto verso chi, con fatica e dignità, sta costruendo il futuro anche di tutti noi.


