Una città dalle molteplici identità

Nel suo romanzo, Pierluigi Sabatti racconta, attraverso gli occhi curiosi di un bambino, la Trieste degli anni Cinquanta

Ninetto è un bambino arguto e sensibile. Vivace ma anche riflessivo, portato più per la lettura di fiabe e le raccolte di automobiline e soldatini che non per il calcio, la pallacanestro e tutti i giochi con i coetanei basati sul contatto fisico e le prime concitate competizioni maschili. Il suo animo delicato, combinato a un innato senso del bello e a una spiccata curiosità per il complicato mondo degli adulti, ne fanno un ragazzino precoce. Un vispo folletto che fotografa e registra con la mente le storie che apprende, le verità che intuisce, i comportamenti che non capisce e di cui chiede continuamente conto alla mamma Anna e al papà Francesco. Perché Ninetto vive in un ambiente fitto di stimoli e di contraddizioni, ma soprattutto cresce in una realtà molto particolare come la Trieste degli anni Cinquanta. Caleidoscopica città, spina nel fianco (nordorientale) di un’Italia che in lei si è completata dopo un lungo e sofferto vagheggiare e combattere. Che con lei si è dilatata verso l’agognato e impossibile impero nei Balcani, frantumando in pochi anni di regime autoritario antichi e delicati equilibri etnici, sociali e culturali. Che da lei è stata divisa d’ufficio dalle grandi potenze al termine di una guerra mondiale perduta disastrosamente. In attesa che si assestasse il quadro dei rapporti internazionali fra i due blocchi decisi a Yalta nel 1945. Che a lei è stata, infine, nuovamente riunita in un memorabile martedì 26 ottobre 1954, spazzato dalla pioggia e da una gelida bora. Una rinascita sofferta.

Cosa può spiegare e aiutare la comprensione della grande storia meglio dei percorsi familiari e individuali che riescono a catapultarci spontaneamente, come in un film, nel genuino spirito dei tempi? Pierluigi Sabatti era un bambino di soli quattro anni, ma abbastanza sveglio da cogliere l’importanza non meramente municipale di quanto andava accadendo e agitandosi intorno a lui. Negli anni della sua formazione farà tesoro di tutto quello che verrà a sapere dai “grandi”, o apprenderà per diretta esperienza, circa i sogni, le speranze, le delusioni, i voltafaccia, le tragedie, i rimpianti, e in definitiva i tanti volti e contraddizioni di cui Trieste è stata emblematica espressione. Nasce da qui “Infanzia triestina” (Bottega Errante Edizioni, 2025, pagg. 172, euro 17), che Sabatti, già firma di rilievo a “Il Piccolo” di Trieste e autore di saggi, racconti e commedie, propone come un personalissimo Amarcord di un mondo tramontato con la partenza degli angloamericani dalla città simbolo della Guerra Fredda. Prigioniera dei suoi miti – il glorioso passato asburgico – come dei suoi incubi – il terrore di finire nella morsa del comunismo jugoslavo.

Il 26 ottobre 1954 anche Francesco e Anna (più convintamente il primo, a dire il vero, di sbandierati e inequivocabili sentimenti italiani, meno la seconda, imparentata con zie e cugini sloveni del Carso) decidono di scendere verso piazza dell’Unità per andare a salutare i Bersaglieri e le nuove autorità mandate da Roma a subentrare dopo nove anni di limbo istituzionale all’amministrazione degli Angloamericani. Ninetto, però no. È troppo piccolo per portarselo dietro e rischiare di perderlo nell’oceanica cerimonia di riunificazione nazionale in programma fra la piazza le Rive e il porto. Meglio lasciarlo dalle fidate zie Olga, Vera e Maria residenti nello stesso loro vecchio palazzo del rione operaio di San Giacomo. Quel decennio di incertezza diffusa – a tutti i livelli – viene rievocato con la lievità umoristica, l’ingenuità meravigliata e gli occhi puri di un bambino che, come sostiene Paulo Coelho, “sanno vedere il mondo senza amarezza”.

L’Autore porta in scena la rappresentazione di “una Trieste tutta intera con le sue miserie, i conflitti, i contrasti ideologici del quartiere più popolare, rappresentativo della città stessa”, scrive nella prefazione Mary Barbara Tolusso, “una sorta di non luogo che ha aperto la fuga a ebrei, balcanici, giuliano-dalmati”. Un “non luogo”, dove la corrente alternata della storia ha imposto “obbligate conversioni” – non solo religiose – per riuscire a sopravvivere”, continua Tolusso riferendosi all’“interminabile alterazione identitaria”, nel Novecento, delle persone nate con un cognome e defunte con un altro.

Nella realtà quotidiana, però, ci si frequenta, si ride, ci si divide, si litiga e si urla in dialetto triestino, l’idioma che riesce magicamente ad amalgamare tutte le palpitanti diversità del territorio. Poi si fa pace, nell’istintiva consapevolezza di un destino comune. Quando Ninetto, vent’anni dopo, diventa l’avvocato Giovanni Debelli, si ritroverà a commentare col padre Francesco la firma del Trattato di Osimo, ossia la pace definitiva e la pietra tombale su ogni recriminazione italiana nei confronti della Jugoslavia. Botta e risposta fra il vecchio che non si rassegna alla perdita dell’ultimo lembo di Istria contesa, e il giovane che lo sprona a guardare avanti. La tensione cresce fino a quando, annota Sabatti, “Francesco guardò il figlio sorridendo e disse teneramente: ‘Te son studià, ma te se fa inzinganar, Ninetto mio’. Tornando a casa, Giovanni si chiese se la sua città avrebbe mai conosciuto una vera pace o se sarebbe rimasta sempre divisa, continuando a guardarsi indietro”.


Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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