lunedì, 13 Aprile 2026
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La Biennale non russa

Buttafuoco colpisce dove il nervo genera più dolore. E apre un dibattito complesso, difficile ma che sarebbe stupido non affrontare, non cogliere. In realtà molti si limitano alla superficie e nascondono la polvere sotto il tappeto. L’occasione è forte: torna il Padiglione Russo alla Biennale d’Arte di Venezia.

In un silenzio apparente, infatti, la Russia stessa l’annuncia e poi la Biennale conferma allargando: saranno presenti tutte le nazioni oggi in guerra, da Israele alla Russia, dall’Ucraina alla Palestina e così via.

Le reazioni contro la presenza della Russia sono molteplici. Dura, prevedibile e quasi scontata quella del Ministro Giuli, che trova il modo di esprimere una sorta di negatività pregressa per mancanza di consultazione, facendo pensare a molti a un rituale governativo.

Poi diversi commentatori, con la diversità di Massimo Cacciari che ricorda la storia e la dimensione straordinaria di Venezia ospite di eccezioni, si schierano fino ad arrivare ai ministri europei e ai rappresentanti della stessa Commissione Europea che lasciano esplicitamente intendere come la rivalsa sarebbe sugli stanziamenti destinati alla Biennale. Sembra strano però che a pochi venga in mente come i problemi generati da ciò che accade siano più complessi e delicati di quanto appare.

Il primo riguarda l’autonomia di una riconosciuta e grande istituzione culturale quale è la Biennale. Può permettersi di essere solo un’espressione della politica degli Stati? Dove arriva la sua autonomia? Perché i Padiglioni furono “inventati” anche per quello: per dare una sorta di extraterritorialità a questo ente che, ricordiamocelo, ha ancora una dimensione e una credibilità indiscusse a livello internazionale.

Una scelta diversa, una risposta positiva agli ordini europei sarebbe la consacrazione della fine di un “senso” che alla Biennale fu dato.

Una seconda riflessione, apparentemente in contraddizione con la prima appena fatta, nasce però spontanea. Quanto c’entra l’arte e la sua libertà con il Padiglione di Stato? Si dirà che dipende dagli Stati e dagli artisti. È vero. Ma ciò non muta le nostre condizioni odierne, perché è universale. Basti pensare a Stati che non hanno libere elezioni o non le hanno mai avute in epoca moderna. Non ce ne siamo quasi mai occupati. Abbiamo valutato artisti e movimenti culturali senza affannarci sui perché o per come.

Probabilmente il futuro offrirà sempre più Stati senza i crismi della democrazia come piace a noi, quindi vale la pena pensarci. Ma la domanda qui viene spontanea: solo la Russia ha un tramite diretto tra Stato, padiglione e artisti? No, di certo. Quindi questo non può essere ragione di esclusione a priori.

Ma il rimprovero oggettivamente vero è quello che parte da un giudizio incontestabile: la Russia è un Paese aggressore. Ha invaso l’Ucraina. Bene, è proprio così. E se qualcuno volesse guardarsi intorno pensando agli Stati Uniti e a Israele in Iran o a Israele a Gaza, cosa potrebbe dire? Fuori tutti?

Qui sta la debolezza e il limite dei ministri europei. Non solo quindi nel metodo — l’autonomia della Biennale — ma anche nel merito: o tutti o nessuno.

Infine un’osservazione a latere, ma importante. Mentre ci sono le guerre, ci sono sempre le trattative per finirle o governarle. A volte funzionano, a volte no. Però vi sono. I nemici cioè si parlano. Sempre.

Siamo sicuri che un luogo non contaminato come Venezia non possa essere un punto di riferimento in cui gli artisti, gli uomini e le donne della cultura si parlano? E chi meglio della Biennale come soggetto di riferimento?

Certo, forse andrebbe aggiunto qualcosa di più, facendo divenire l’istituzione veneziana da ospite d’eccezione a protagonista anche nel merito. Ma in diplomazia culturale i passi si fanno uno alla volta.

Il Padiglione della Russia ai Giardini della Biennale fu progettato da Aleksej Ščusev e inaugurato nel 1914. L’edificio riflette lo stile neorusso di fine Ottocento, ispirato all’architettura imperiale del XVII secolo. Il dettaglio più singolare riguarda il suo autore: Ščusev è infatti lo stesso architetto che, anni dopo, avrebbe firmato il Mausoleo di Lenin a Mosca, legando indissolubilmente questo spazio veneziano alla storia politica e monumentale del Novecento russo.

SCHEDA

Il caso del padiglione russo alla Biennale d’arte 2026

Una lettera aperta, firmata il 10 marzo 2026 da ministri della cultura o degli esteri di ventidue Paesi europei — Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Ucraina — è stata indirizzata al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, e al suo consiglio di amministrazione, con copia al ministro della Cultura italiano, Alessandro Giuli, per esprimere la loro contrarietà alla partecipazione della Russia, attraverso una mostra allestita nel proprio padiglione nazionale, alla Biennale Arte in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026.
Nel documento i firmatari affermano di voler ribadire il proprio impegno nei confronti dei “comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana”, ricordando come la Biennale di Venezia rappresenti da oltre un secolo “una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo”.
La lettera sottolinea come la cultura non sia separata dalle realtà sociali e politiche, ma contribuisca a “plasmare il modo in cui le persone comprendono il mondo, ciò a cui attribuiscono valore e come scelgono di agire”. Per questo, si legge nel testo, le istituzioni culturali hanno “non solo un significato artistico, ma anche una responsabilità morale”.
Nel documento è citata anche la presa di posizione dell’artista di origine russa Kirill Savchenkov che nel 2022, insieme ad Alexandra Sukhareva e al curatore lituano Raimundas Malašauskas, si ritirò dal Padiglione russo della Biennale: “Non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono sotto il fuoco dei missili, quando i cittadini ucraini si nascondono nei rifugi e quando i manifestanti russi vengono messi a tacere”.
Il ministro della cultura Alessandro Giuli non firma la lettera dei suoi 22 colleghi, ma aveva già derubricato a «iniziativa personale» la scelta di Buttafuoco.
«Tutti i Paesi in questo momento in guerra saranno qui a Venezia. Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti. La Biennale ha una struttura unica al mondo, per questo è un riferimento internazionale», aveva sostenuto il presidente della Biennale, intervistato dalla
 Repubblica.
L’istituzione che egli presiede deve essere – spiega Buttafuoco nell’intervista – “il porto e il ponte” verso Sud e Est, capace di annunciare “il mondo di domani” senza indulgere in retorica terzomondista. Pur rivendicando autonomia, riconosce che la sua posizione non sarebbe possibile senza il favore dell’attuale governo, con cui afferma di avere “un confronto continuo”. Aggiunge che l’arte non può essere strumento di boicottaggio: Russia, Iran, Israele, Ucraina e Bielorussia sono stati invitati — perché l’arte è spazio di dialogo, non di esclusione.
Parlando con 
la Repubblica, l’ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, sostiene la scelta di Buttafuoco e sintetizza così il punto: “Nell’arte non può esserci censura.” E, su Huffington Post, aggiunge che solo nel caso in cui un padiglione si rivelasse manifestamente propagandistico, allora “si potrebbe perfino chiedere le dimissioni” nei termini statutari.


Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online

Maurizio Cecconi
Veneziano, funzionario del PCI per 20 anni tra il 1969 ed il 1990. Assessore al Comune di Venezia per quasi 10 anni è poi divenuto imprenditore della Cultura ed è oggi consulente della Società che ha fondato: Villaggio Globale International. È anche Segretario Generale di Ermitage Italia.

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