I Gallo, Alessandro, Giampaolo, Anna, Piero ed Elvira con il padre Mario e la mamma Cancianilla Dandolo erano una famiglia certamente democratica e aperta.
Uno squarcio nel tempo me lo ha fatto capire insieme a Marco Zanetti, amico e ricercatore, guardando nelle librerie della loro casa, ancora intatte dopo ottant’anni nella vecchia dimora di famiglia recentemente passata in altra proprietà.
Una ventata di letture risorgimentali, europee, avventurose e a stento tollerate o addirittura vietate dal fascismo. E dediche, scritte inoppugnabili che ricordavano la proprietà dei volumi: Sandro, Anna e così via.
Marco Zanetti lavorava sulla storia di Sandro Gallo e cominciava a pensare alla possibilità di rieditare un libro minuto ma bello, particolare ma intenso del fratello di Sandro, Giampaolo, anche lui comandante partigiano nella Resistenza.
Il tutto si è concretizzato per la volontà e la cura di Piero Gallo, figlio di Giampaolo, che desiderava permettere alle parole di suo padre di continuare a vivere.
Aforismi partigiani, così s’intitola quello che Giampaolo definì con ironia il suo “libercolo”. Curato appunto da Marco Zanetti e da Darwine Delvecchio, è uscito per la CIERRE edizioni e per IVESER, l’Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea. Va ricordato che Darwine Delvecchio, una giovane e attenta studiosa, ha catalogato il fondo archivistico di Giampaolo Gallo donato dalla famiglia.
Ho sempre amato questo testo così diverso da altri ricordi o da altri racconti partigiani. Ed è giusto e dovuto spiegarne il perché, al di là del fatto che Giampaolo era mio zio, il fratello di Anna.
Il libro è diviso in racconti, 37 per la precisione. Partono dal tempo in cui Giampaolo Gallo era sottotenente dell’esercito italiano a Silandro in Val Venosta, attraversano la presenza in Croazia fino a giungere al ritorno da prigionieri dei nazisti a Venezia, pronti a essere internati nei campi di concentramento in Germania.
Da lì, dopo una fuga fortunosa, il passaggio alla montagna, al Cadore nella brigata Calvi comandata dal fratello Sandro. La tragedia della morte di Garbin (il nome di battaglia di Sandro Gallo) interviene nei racconti e conduce rapidamente agli ultimi episodi che non sono più alla Brigata Calvi ma alla Gino Tollot della Divisione Nino Nannetti.
Non sono principalmente racconti di guerra, anche se sono tutti dentro la guerra. Sono “armati” di umanità, di ironia, di uno sguardo complice verso la vita, di un distacco profondo ed etico dal fascismo e dalle sue maniere.
Riescono a dipingere persone e fatti apparentemente marginali rispetto ai teatri di guerra. Ed essi invece divengono simboli, caratteristiche, immagini di un modo di essere, di una società.
Il comandante Bern, di nobili origini, che in pieno fascismo intona Bandiera Rossa non è solo una figura che ti stupisce per il coraggio. È l’occasione per Giampaolo di considerare con felice meraviglia come le parole della canzone fossero conosciute dai militari che stavano marciando e, dall’altra, come larici e abeti altoatesini risultassero inorriditi all’ascolto perché figli delle genti che avevano optato in Sud Tirolo per la Germania nazista. E aggiunge con ironia sottile e tagliente: “ma nessuno se ne andava”.
L’autore degli Aforismi riesce di continuo a bilanciare il racconto veritiero con i problemi espliciti e drammatici della vita partigiana in montagna con il percepire tutto umano dei desideri, dei limiti, degli affascinamenti, del cibo che manca, della stanchezza, delle zecche che tormentano…
Sembra che Giampaolo abbia voluto raccontare, come ci dice suo figlio Piero, la lotta senza indurre paura, la guerra senza la perenne tragedia, l’antifascismo come una vicenda naturale, vera, di dignità umana prima ancora che di scelta ideologica.
La morte di Sandro spezza il libro. Lo riporta al dramma di chi ha pagato un prezzo drammatico e finale alla lotta per la libertà. Ma anche in questi due racconti, “Elegia di settembre” e “Retorica”, compare l’assenza appunto di ogni forzatura o concessione allo stile.

Giampaolo giunge alla chiesetta in cui c’è il corpo di suo fratello, lo guarda e lo riconosce. Lo descrive: “Sereno, con il viso non deturpato dalle pallottole”. Si commuove e quindi si giustifica con chi è presente: “Era mio fratello”.
Lo fa perché nessuno doveva conoscere le parentele. Prudenza partigiana. Un vecchio infastidito aggiunge: “anche mio… anche mio fratello”. E Giampaolo spiega sommessamente: “pensava che avessi detto una frase scioccamente retorica”.
Perché l’altra veste dei racconti è anche dura e forte pur se espressa con frasi lievi. Se sei partigiano il tempo per le sciocchezze è poco, le parole non debbono mai essere troppe e inutili. La profondità del libro sta nella sua apparente leggerezza, nel suo percorrere gli animi prima dei sentieri, le rabbie meglio degli ostacoli, le paure piuttosto dei successi.
Vale infine la pena di dire che c’è un senso nel perdere qualche ora camminando per le righe del libro e per i viottoli cadorini delle menti partigiane. Quello di spiegare perché, senza retorica, senza eroismo ma con passione tanti giovani presero le armi per sconfiggere il fascismo tra il 1943 ed il 1945.

Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”



Treviso 27 02 2026 – Grazie di questo contributo…