lunedì, 16 Marzo 2026
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Domenica “Rita” Fazzello

La preside

Due anni fa moriva Domenica Fazzello. Per tutti noi era semplicemente Rita. Per me è stata la preside con cui ho condiviso l’intera vita professionale: il suo arrivo alla scuola “Rossi” di via Roma coincise con il mio ingresso come giovane insegnante. Io ero supplente annuale; quella scuola sarebbe diventata la mia casa fino alla pensione.

Se dovessi sintetizzare la sua idea di scuola, ricorderei una sua frase: «Vorrei che la scuola pubblica fosse migliore di quella privata». Non era una battuta ad effetto. Era un programma etico. Se qualcuno paga per avere qualità, opportunità, attenzione, allora la scuola di tutti deve garantire almeno lo stesso livello di cura. Non meno. Mai meno.

Rita non era una dirigente burocratica. Era una costruttrice di comunità.

Creava gruppo tra insegnanti. Non sopportava le isole. Organizzava formazione, portava esperti, introduceva metodologie come il cooperative learning, parlava di “buone prassi” quando ancora non era una formula diffusa. Ma soprattutto chiedeva responsabilità. Ricordo un consiglio di classe convocato per una situazione esplosiva. Quando si assicurò che fossimo tutti presenti, chiuse la porta a chiave e disse: «Da qui non si esce finché non troviamo una soluzione». Non chiuse noi dentro. Si chiuse con noi. Era questo il punto: i problemi si affrontano insieme.

Aveva anche un’altra lezione, che porto ancora con me. Un giorno andai a lamentarmi di alcuni colleghi. Mi guardò e disse, con semplicità: «Quando entrate qui, io cerco di tirar fuori da ognuno di voi il meglio». Non negava i limiti, ma sceglieva di lavorare sulle possibilità. Per una dirigente, è una scelta decisiva.

Sosteneva con entusiasmo tutto ciò che potesse far crescere i ragazzi, ben oltre le discipline cosiddette “importanti”. L’aula di musica si ampliò; la palestra divenne anche spazio di arrampicata; le squadre sportive si moltiplicarono. Non era un entusiasmo superficiale: se servivano fondi, si attivava; se servivano alleanze, le costruiva.

La scuola, per lei, non era fatta solo per chi eccelleva nello studio. Era anche per chi avrebbe fatto il muratore, il meccanico, l’artigiano. Ogni ragazzo doveva poter scoprire la propria strada e percorrerla con dignità. Questo era il suo umanesimo concreto.

Negli ultimi anni aveva preso l’abitudine di entrare nelle classi terze, poco prima dell’esame. Qualcuno viveva quella visita come un controllo sul lavoro degli insegnanti. Ma a lei non interessava verificare il livello in questa o quella disciplina. Voleva ascoltare. Chiedeva ai ragazzi che cosa si portassero dentro di quei tre anni: quale esperienza li avesse segnati, quale ricordo fosse rimasto, quale attività li avesse fatti crescere. Per lei l’esame vero non era solo la prova scritta, ma la traccia lasciata nella vita. Se quei tre anni erano stati assimilati come esperienza umana, allora la scuola aveva funzionato. In quel momento si capiva che per lei la scuola non era un programma da svolgere, ma una vita da accompagnare.

L’attenzione verso gli studenti più fragili non era un capitolo separato. Era il cuore del progetto. Quando qualcuno si lamentava di un ragazzo difficile, lei domandava: «Lei che cosa ha fatto per lui?». Da questa impostazione nacque un’aula aperta non solo a chi aveva certificazioni, ma anche a chi, semplicemente, aveva bisogno di uno spazio diverso per ritrovare equilibrio.

La scuola doveva essere accogliente, bella, ordinata. Il personale ATA era parte integrante di questa cura: valorizzato, rispettato, trattato con dignità.

Creava gruppo anche con i genitori: feste, tombole, raccolte fondi, il sistema dei libri a noleggio per alleggerire le spese delle famiglie. La comunità educante non era un concetto, era una pratica.

Credeva in un’Europa viva, concreta. Intrecciava relazioni con colleghi stranieri e trasformava quelle amicizie in viaggi per i ragazzi: Francia, Spagna, Germania e altri paesi europei, fino a due esperienze negli Stati Uniti. Non turismo, ma confronto culturale. Fotografava, annotava, raccoglieva esperienze. Voleva che i suoi studenti vedessero il mondo.

Era esigente, sì. Ma la sua esigenza nasceva da una sensibilità profonda. Era madre. L’amore e l’attenzione che dedicava alla figlia, anche da adulta, dicevano molto della sua capacità di cura. Non era un sentimento astratto: era presenza, telefonate, viaggi, interesse per il lavoro della figlia, per il suo impegno nel teatro come spazio di riscatto e inclusione. La sua sensibilità verso le fragilità altrui nasceva anche da qui: dall’esperienza personale della responsabilità.

Quella stessa sensibilità la sperimentai in prima persona quando mio figlio nacque gravemente malato. Fu lei a costruire il mio orario perché potessi restargli accanto in ospedale più tempo possibile. Fu lei ad aiutarmi nelle pratiche burocratiche, a orientarmi tra diritti e leggi che non conoscevo. Non lo fece solo con me. Lo faceva ogni volta che un insegnante, oltre a essere docente, era anche genitore in difficoltà.

Aveva una visione della politica come servizio alla cittadinanza, non come interesse di parte. Ne parlavamo spesso. Non era una donna da slogan religiosi. Eppure, per me, è stata una delle persone più spirituali che abbia conosciuto. Non perché parlasse di Dio, ma perché viveva un impegno continuo verso gli altri. Una spiritualità laica, radicata nei fatti.

Negli ultimi anni affrontò una malattia dura, invasiva. Quando le chiedevo come stesse, rispondeva sempre: «Lotto». Non c’era autocommiserazione. C’era volontà di restare utile. Ricordo ancora l’ultima volta che venne a casa mia. Era domenica, verso mezzogiorno. Mi portò un libro che aveva letto e sottolineato nei passaggi che sapeva avremmo condiviso. Non volle salire. Ci abbracciammo davanti al cancello. Mi disse, ancora una volta, che stava lottando. Il giorno dopo la figlia mi chiamò dall’ospedale.

Non voglio parlare di lei presentandola come un’immagine da santino. Aveva il suo carattere, le sue piccole manie, le sue impuntature. Ma la direzione della sua vita è stata chiara: costruire, includere, servire.

Il giorno del suo ultimo anno di dirigenza, il piazzale della scuola si riempì per una lunga maratona musicale in suo onore. Non fu una celebrazione di facciata. Fu il segno tangibile di quanto bene avesse seminato.

Se oggi penso a Rita Fazzello, non penso solo a una preside competente. Penso a una donna a cui ho voluto molto bene, che ha interpretato l’autorità come responsabilità e la scuola pubblica come promessa di equità. E penso che, se la scuola fosse guidata più spesso da persone così, sarebbe davvero – come lei desiderava – migliore di qualunque scuola privata. Non perché più efficiente. Ma perché più umana.

3 COMMENTS

  1. Ho avuto la fortuna di conoscerla e il ricordo che ho anche se ero solo una bambina e di una persona molto dolce e accogliente

  2. La conoscevo….conosco….da una vita…si davvero una vita….come prof è come direttrice. Ma cavolo…davvero da tanto tempo. Mi piaceva,aveva ❤️. Ma nn ce ne sono tanti così eh. Io sono riuscita a conoscere un preside molto simile a lei negli anni di liceo di nik. Anche lui amava quella scuola. Nn è così facile trovare persone come queste. La abbraccio prof. Carrer come se potessi abbraccerei questi dirigenti. Grazie di cio che ha scritto

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