Un boato in “un pomeriggio di settembre insolitamente caldo”, che sembra preannunciare tragedia. Tutto trema, la terra, i muri e le finestre delle case, il cuore e i nervi delle persone. Non è finita lì. Arriva il secondo botto e sembra la fine del mondo. Fuggi fuggi per le strade, cassette del mercato ortofrutticole rovesciate e mercanzie calpestate, urla di chi corre spaesato cercando un riparo e volti incrinati da una smorfia di terrore. Un terremoto?
O qualcosa di peggio? Forse la guerra? “Si aveva la sensazione che dalle finestre delle case centinaia, migliaia di occhi inquieti fissassero fuori nella speranza di scoprire cosa stava accadendo”, scrive Elvira Mujčić prima di osservare: “Se quel giorno un passante si fosse trovato a vagare per le strade deserte, avrebbe percepito l’energia dirompente che pulsava dietro i muri delle abitazioni. Accade così all’inizio di ogni grande scombussolamento: energia pura, priva di coscienza, cresce, si gonfia, si espande, pronta a tutto, alimentata e soggiogata dalla sua stessa forza”.
A lei ci sono voluti trent’anni di distacco emotivo dai fatti, per parlare del Paese che non c’è più. La Jugoslavia in cui è nata nel 1980 quando a Tito restavano pochi mesi di vita e nessuno poteva immaginare un così rapido tracollo della sua creatura politica. A undici anni la bambina diventata oggi scrittrice e traduttrice dalla doppia cittadinanza bosniaca e italiana, avrebbe intuito che qualcosa non funzionava a dovere in quel mondo plurale all’apparenza in equilibrio. Dove la formula magica della “fratellanza e unità” sembrava esorcizzare da sola qualsivoglia dissidio compensando magicamente anche le più vistose differenze economiche e culturali fra il Nord e il Sud della Federativa.
Nel suo ultimo romanzo “La stagione che non c’era” (Guanda 2025, pp. 249, euro 18), dopo aver elaborato nei precedenti “Al di là del caos”, “Dieci prugne ai fascisti”, “La lingua di Ana”, “Consigli per essere un bravo immigrato” il lutto delle radici strappate, del capofamiglia scomparso probabilmente in una fossa comune attorno a Srebrenica, dell’integrazione non facile in una nazione vicina prospera e in pace, Mujčić affronta come mai altri prima di lei un rovello cruciale: ma quand’è iniziata la fine?
In quale momento l’orologio della Storia ha invertito il senso delle lancette e noi non ce e siamo accorti? Nell’episodio delle due esplosioni ravvicinate, era tutto un falso allarme, causato da accidentali “guasti alla diga e alla centrale elettrica” della simbolica città di S., smentendo così “le illazioni secondo cui dal confine vicino stavano sopraggiungendo i carri armati”. La scena si svolge nel settembre del 1991, quando l’aria in Bosnia ed Erzegovina è già elettrica, ma a guasti ben più gravi l’autrice fa riferimento, poche pagine prima, citando la “primavera di sangue” di fine marzo ai laghi di Plitvice, così definita dalla radio croata annunciando il presidente Tuđman che proclamava “da oggi la Croazia entra ufficialmente in guerra”.
L’ora funesta a Sarajevo come in riva alla Drina è solo rimandata alla primavera successiva. I notiziari ripescati fedelmente dalle cronache dell’epoca rendono ancora più vero il viaggio nella psicologia del Paese scomparso che Elvira Mujčić compie attraverso i tre personaggi chiave del romanzo, fra loro collegati: una bambina di dieci anni, Eliza, che assomiglia tanto a lei trentacinque anni fa; sua madre Merima, giovane e convinta comunista che accetta di fare la sua parte per far crescere il partito “Unione delle Forze Riformiste di Jugoslavia” fondato in extremis dal premier Ante Marković nel disperato tentativo di salvare il salvabile, arginando le spinte centrifughe dei movimenti nazionalisti ovunque in vorticosa ascesa; e Nene, amico e coetaneo di Merima, un artista libertario e inconcludente, tornato a vivere in provincia dopo aver tentato di affermarsi nella culturalmente avanzata Sarajevo. È lui a domandarsi, a un certo punto, “se fosse possibile catturare il momento esatto in cui una storia cambia radicalmente e quel che pareva un tranquillo susseguirsi di eventi si trasforma in un ruzzolone giù per il dirupo con la prospettiva di uscirne con le ossa rotte”.
In un clima da incombente guerra civile, Merima si affanna a convincere la gente, e soprattutto lo zoccolo duro del regime, i “seljaci” delle campagne, che non c’è ragione per dividersi su base etnica e religiosa quando serbi, croati, bosgnacchi e altre minoranze convivono in pace da quasi mezzo secolo ed ora potrebbero approdare pacificamente alla liberaldemocrazia sull’esempio dei loro cugini dell’Est desovietizzato. Nene è invece il prototipo fallito della “coscienza critica”, aliena da dogmatismi (“L’obbligo di prendere parte, è questo il punto di non ritorno”, urla all’amica). Come ebbe a concludere un’amareggiata Slavenka Drakulić, “avevamo intellettuali comodamente istituzionalizzati e lo shopping a Trieste, ma non Solidarnosc, Kor, Charta 77. Vale a dire non abbiamo costruito niente di solido affinché potesse succedere qualcosa d’altro rispetto all’orrore attuale”.
Nessun Marković, nessuna volenterosa Merima, potevano invertire il corso della Storia.
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”



grazie per questa recensione, ho preso il libro giusto qualche giorno fa e lo devo ancora leggere
la storia del conflitto nei Balcani è sempre stata materia dei miei interessi, mi porto dentro un senso di colpa per non aver potuto fare nulla solo guardare la mattanza
l’ipocrisia della politica per giustificare “la guerra giusta” mentre bombardava Belgrado che andava senz’altro sanzionata; il libro di Rumiz “Maschere per un massacro” è illuminante
a distanza di 30 anni siamo ancora qui a guardare un’ altra mattanza quella di Gaza…e la storia continua