Nel mio piccolo, sono stata anch’io una profuga. All’età di 18 anni, la mia famiglia si è trasferita dal Veneto in Friuli, a San Giorgio di Nogaro, dove ho vissuto fino al 1972. In quei quattro anni di vita friulana, ebbi modo di conoscere Dino Colinassi, un profugo vero, costretto come molti italiani a lasciare Parenzo, dopo la cessione dell’Istria alla Jugoslavia in seguito ai trattati di pace di Parigi nel 1947. Lo conobbi al circolo universitario di San Giorgio di Nogaro. Di lui ricordo le lunghe conversazioni nel tragitto in treno fino a Padova, quando andavo a sostenere gli esami all’università. Ma non parlava mai della sua storia passata. Per questo sono stata molto colpita dal racconto che ha fatto della sua vicenda personale e famigliare di profugo giuliano. La sua è una testimonianza che merita di essere letta in questi giorni in cui si ricordano le vittime delle foibe, l’esodo giuliano-dalmata e le drammatiche vicende del confine orientale nel secondo dopoguerra.
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Ho vissuto metà della mia vita a San Giorgio di Nogaro.
Non sono nato qui.

Sono nato ed ho trascorso i primi tre anni della mia esistenza in una delle più belle cittadine della costa istriana, Parenzo. Non avrei mai creduto che quel così breve periodo della mia vita, vissuta da un bimbo alto due spanne, che solo da poco più di un anno aveva imparato a camminare e parlare, avrebbe avuto un ruolo così decisivo per il mio futuro. Quando sono nato era passato un anno e pochi giorni da quando il gigantesco rogo che per cinque anni aveva incenerito cose e umani in tutta Europa si era spento. Anche a Parenzo il sibilo pauroso delle bombe lanciate dagli aerei e le deflagrazioni che immediatamente seguivano non seminavano più terrore, distruzione, morte.
Trentadue erano state le incursioni aeree degli alleati sulla cittadina istriana, diventata parte del Terzo Reich, negli ultimi mesi di guerra. L’ultimo bombardamento fu sferrato da una squadriglia inglese in una data fatidica per la nostra storia: il 25 aprile 1945. L’obiettivo non era la città, che già allora era meta di altolocato turismo borghese. L’obiettivo era il porto, e precisamente le navi attraccate. Parenzo non era una base militare, ed ai suoi moli ormeggiavano solo piccole navi da carico, barche da pesca, battelli passeggeri. Fra le navi da carico alcune erano però nel mirino degli alleati: in porto veniva imbarcata la bauxite, all’apparenza innocuo terriccio rossastro, ma in realtà prezioso minerale per la produzione di alluminio. Anche quel 25 aprile gli aerei inglesi lanciarono le loro bombe per colpire le due navi cariche di bauxite presenti in porto. Chissà se la destinazione era Porto Nogaro: ricordo che anni più tardi, quando ragazzino abitavo poco lontano dal porto di Nogaro, vedevo arrivare piccole navi cariche di bauxite: vedevo scaricare il materiale che dalla stiva arrivava a terra sollevato da grossi pentoloni. Ricordo anche la coperta della nave, la banchina e gli scaricatori ricoperti ovunque di polvere rossa.
Se in porto a Parenzo le navi erano il bersaglio, questo spesso veniva mancato, ed allora le bombe si abbattevano sul centro cittadino, seminando morte fra la popolazione e distruzione fra le abitazioni comuni e le preziose architetture veneziane. Alcune si abbatterono a pochi metri dal monumento parentino più insigne: la monumentale Basilica Eufrasiana.
Comunque, nel 1946, il mio anno di nascita, per i parenzani tutto questo era un ricordo. Un vivo, doloroso, incancellabile, ma pur sempre un ricordo.
Ma le braci di quel fuoco che così a lungo aveva incendiato il mondo, qui covavano ancora. Gli opposti nazionalismi e le opposte visioni del mondo qui avrebbero alimentato ancora divisioni e contrapposizioni. Mentre altrove si respirava il sollievo della pace raggiunta, in queste terre il seme dell’odio avrebbe continuato a produrre i suoi frutti velenosi, generando nuove tragedie, come se la guerra non si fosse mai placata.
Le foibe, l’esodo, i fili spinati e le sbarre al confine, le truppe schierate, i missili puntati furono i segni di una pace mai compiutamente raggiunta.
Se vogliamo datare la cessazione del conflitto per chi ha abitato i territori dei nostri confini dobbiamo andare fino a quasi trent’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con la firma del Trattato di Osimo nel 1973. Il processo di unificazione europea ha consolidato il processo di pace.
Come visse la mia famiglia gli anni terribili della guerra e del primo dopoguerra?
Mio padre Umberto, del 1913, dopo aver fatto il soldato nella guerra di Etiopia nel 1936, fu richiamato nuovamente nel 1941 e inviato sui fronti di Grecia, Albania e Jugoslavia. Dopo l’8 settembre del 1943 fu imprigionato dai tedeschi, prima internato in un campo di concentramento in Germania, poi, essendo contadino, destinato ad una fattoria a sostituire gli uomini assenti, impegnati nei campi di battaglia invece che nei campi di grano.
Mia madre Stefania aveva continuato a fare il lavoro che aveva prima della guerra, la donna di servizio nella signorile casa di uno dei più ricchi possidenti di Parenzo, il conte Guido Becich. Quando mio padre tornò dalla Germania la coppia si riunì nella casetta che il conte Becich aveva loro concesso in uso gratuito quando papà e mamma si erano sposati. La casa sorgeva a brevissima distanza dalla villa del conte. Era piccola, ma in una posizione speciale. Si affacciava sul mare, separata dalle sue acque di pochi metri. Anche se ero un marmocchio, presi subito confidenza con quello strano elemento che quando cercavi di afferrare ti scorreva fra le dita. Mia madre dal balcone mi guardava mentre con i piedi immersi sollevavo dal fondo scarpe vecchie, barattoli arrugginiti, piatti sbeccati, mostrandoglieli come fossero ritrovamenti preziosi. Quel primordiale contatto con le acque cristalline, i colori variegati del fondale di ciottoli, lo sciabordio dell’onda sulle candide pietre parentine sarebbero entrate nel mio essere come un gene conficcato nel mio DNA.
Più tardi, già sangiorgino, per me non ci sarebbe stata altra via: alle elementari avevo già scelto la scuola che avrei frequentato. Volevo, dovevo, diventare marinaio. Andar per mare sarebbe stato il mio mestiere e il mio piacere. È quello che ho fatto, e che continuerò a fare finché potrò.
La ritrovata serenità non durò a lungo.
Il conte Becich avvertì subito che i suoi ricchi possedimenti terrieri non sarebbero stati tollerati dal nuovo regime jugoslavo, che, da vincitore su quello nazifascista, si era ora insediato in tutta l’Istria. Il progetto di statalizzazione socialista, unito alla rivincita nazionalista di chi per vent’anni era stato oggetto di discriminazione, persecuzione e deportazione, avrebbero continuato a insanguinare a guerra finita le terre istriane e a spingere all’esodo gran parte della popolazione italiana. Il conte Becich appena poté abbandonò con la sua famiglia le sue estese proprietà di campagna e la sua bella villa in città. Per gli insondabili percorsi del destino la mia casa natale, semplice ma dignitosa, fa ancora bella mostra di sé, abitata e ben curata, praticamente identica da ottant’anni.
La villa dei Becich da decenni giace abbandonata e in rovina accanto a quella che mi aveva visto bambino.
I miei genitori non lasciarono subito Parenzo. Attesero tre anni prima di decidere se andare o restare. Non so con precisione cosa li spinse alla decisione finale di partire. Mio padre non aveva particolari motivi di temere i nuovi governanti: è vero, apparteneva al gruppo italiano, aveva fatto il soldato per il regio esercito, ma la umile condizione di piccolo contadino non sembrava essere presa di mira dall’amministrazione jugoslava. Non aveva mai fatto politica, non si era mai compromesso con il regime fascista. Mia madre, anch’ella proveniente da una poverissima famiglia contadina, era di ceppo slavo; veniva da un piccolo paese pochi chilometri all’interno, Visinada, in quella divisione che per secoli aveva contraddistinto la penisola istriana: nel litorale le popolazioni istro-venete, all’interno le popolazioni slave. A scuola entrambi non erano andati oltre alla seconda elementare.
Quindi, perché partire?
Altri, non la paura, dovevano essere i motivi chi li spinsero alla decisione, definitiva e irrevocabile.
Posso solo immaginarli. Mia madre con la partenza della famiglia Becich non aveva più il lavoro che le aveva permesso di passare senza restrizioni gli anni di guerra, e forse temeva di perdere quella casa senza più padrone. Mio padre era rimasto da solo a coltivare la poca terra che possedeva, dopo che i suoi genitori, suo fratello e le sue quattro sorelle avevano già raggiunto l’Italia prima di lui.
Se riesco solo ad ipotizzare che queste furono le loro ragioni per dare l’addio a Parenzo e alla nostra casa sul mare, di una cosa sono certo. So quali interrogativi angosciosi, quali incertezze, quali ripensamenti sofferti, e quante lacrime sono state versate prima di dire: andiamo! Per mio padre la decisione fu più facile: andava a ricongiungersi con tutti i componenti della sua famiglia. Per mia madre la scelta fu lacerante e dolorosa. Lei lasciava per sempre i suoi fratelli, che rimasero tutti dov’erano nati, per andare dove non aveva nessuno dei suoi.
Raccolte poche cose, con l’animo colmo di mestizia e insieme di speranza, i miei salutarono con commozione i parenti e gli amici che restavano. Un ultimo saluto e un ultimo, triste sguardo alla città che avevano tanto amato, e poi via, verso un futuro incerto. Per non so quali vie approdammo alla nostra prima meta fuori dall’Istria, Grado.
Ad accoglierci i miei nonni, lo zio Gianni, la zia Amalia, che qui si erano già stabiliti in precedenza. Il paesaggio era diverso, ma il mare, anche se meno cristallino, le barche e i pescatori, e un linguaggio affine a quello parentino forse riuscirono ad attenuare l’impatto con la nuova realtà.
Ora bisognava trovare un lavoro per mio padre. Mia madre riuscì a mettersi in contatto con il conte Guido Becich, che nel frattempo era diventato direttore della SAICI di Torviscosa, e gli chiese il suo interessamento per far assumere il marito. Non ci furono ostacoli, e mio padre entrò prima alla SAICI e poi come operaio alla SNIA. Pur nelle precarie condizioni abitative, una sola stanza in affitto, l’orizzonte ora sembrava più sereno. Un tetto c’era, un lavoro anche. Unico inconveniente la distanza da Torviscosa, che costringeva mio padre a partire in piena notte con la bicicletta per raggiungere in tempo l’azienda e tornare che era quasi buio. Fu per questo motivo che dopo altri tre anni mio padre accettò la proposta di un collega di lavoro sangiorgino, Timo Collavin, di trasferirsi in una casa a fianco della sua a Chiarisacco, nel cortile che scende dirimpetto a quella fontana da tutti conosciuta “de aghe clope”. Qui Timo, operaio e contadino, aveva casa, orto ed edifici agricoli. Terminata la prima elementare a Grado, io e i miei partimmo per la nuova destinazione, che accorciava molto il tragitto per il lavoro di papà Umberto. Di nuovo a stipare e scaricare bagagli, sempre povere cose, ed io che per la prima volta sperimentavo la sofferenza di cambiare scuola, compagni di classe, amici.
A Chiarisacco un mondo nuovo mi attendeva: non più mare, barche, pesci, spiagge, dialetto veneto; ora la vita agraria della Bassa Friulana si apriva ai miei occhi: la stalla, il fienile, il ricovero per gli attrezzi, le mucche, il maiale, i tacchini, le galline, i conigli, il fiume, le piante dell’orto ed una lingua sconosciuta e difficile: erano tutte sorprendenti e meravigliose novità.
A Chiarisacco ho frequentato la seconda e la terza elementare in una scuola molto rustica, che alcuni anni fa con mio rammarico è stata abbattuta.
Nel 1957 ancora un nuovo cambio di residenza. Alla mia famiglia venne assegnata un’abitazione nel Villaggio Giuliano, gruppo di case costruite dalle Nazioni Unite per i profughi istriani e dalmati.
Qui ritrovai fra chi vi abitava la mia lingua materna e crebbi con gli amici che venivano dalla mia terra di origine. Qui mio padre e mia madre finirono di peregrinare, in quella casa cessarono la loro esistenza.
Sul segmento di vita trascorso al Villaggio Giuliano c’è una mia testimonianza nel libro collettivo dove i ragazzi di allora hanno riversato i loro ricordi, pubblicato nel 2011 e ristampato a cura dell’Associazione “Ad Undecimum” e dell’Amministrazione Comunale di San Giorgio nel 2020.
Può essere utile, può suscitare qualche riflessione la descrizione di un percorso di vita? Forse sì. La prima, la più ovvia. La guerra, oltre le cose distrutte e le vite spezzate, piega, devia, muta il corso dei destini dei sopravvissuti. Allora la domanda affiora spontanea: quale sarebbe stata la vita dei miei genitori se fossero rimasti a Parenzo? Quale sarebbe stata la mia vita? Di cosa mi sarei occupato? Credo che il mare avrebbe avuto comunque uno spazio fondamentale.
La seconda, meno percepibile ma più insidiosa. Il nazionalismo, o con qualunque sinonimo venga mascherato. É possibile, spesso facile, è accaduto, accadrà, che il legittimo orgoglio per ciò che di bello, di elevato il tuo Paese ha generato venga deformato e utilizzato per creare barriere, divisioni, nemici, veri o immaginari che siano.
Le radici.
Gli esuli sono stati uccelli di passo che si posano di albero in albero per passare la notte. Radicati e sradicati più volte, le loro radici non potevano essere profonde come per altri.
Abbiamo vissuto la costante dicotomia di essere contemporaneamente di qui e di altrove, di far parte della comunità e allo stesso tempo di esserne considerati estranei. Soprattutto nella permanenza al Villaggio Giuliano la sensazione di essere un albero diviso, le fronde da una parte e le radici dall’altra, era più viva. Questo navigare nella vita può rendere più aperti alle novità e all’incontro? Ai naviganti succede.
L’identità. Altro nobile concetto che tuttavia può diventare muro. Per noi esuli altra dicotomia. Siamo friulani? Siamo istriani? Siamo l’uno e l’altro. Siamo uguali e siamo diversi. Siamo camaleonti che hanno il loro colore ed insieme il colore di dove si posano. Lo spessore più sottile della nostra identità, il sentirci in parte diversi ci rende più pronti ad accettare la diversità altrui? Lo spero.
Dino Colinassi 10 febbraio 2026
Per gentile concessione dell’Associazione culturale Ad Undecimum aps di San Giorgio di Nogaro



Treviso 12 02 2026 – Grazie di questa testimonianza
Un racconto che arriva dritto al cuore.
La delicatezza con cui intrecci memoria, perdita e appartenenza restituisce tutta l’umanità dell’esodo istriano, lontano dalle semplificazioni e dalle contrapposizioni.
Grazie per aver condiviso una storia che continua a parlare anche a chi non l’ha vissuta.