Oggi sono passato dalla nostra panchina, lo sai?
Lì dove ci sedevamo, ai margini della strada… sotto un platano.
Ti piaceva tanto l’autunno… e quest’anno è ancora più bello.
È piovuto per giorni interi ma il sole, appena fa capolino, scalda con forza e risplende ovunque. Con la sua potenza allontana le nuvole nere e abbraccia la terra.
Oggi, sulla nostra panchina, questo sole scalda ancora di più, illumina ancora più intensamente.
Sono passato di lì fingendo fosse quasi per caso. Ho fermato la macchina. Ho iniziato a guardarmi intorno. Aspettavo un tuo segnale, il sussurro di un “Perdonami!”, per avermi lasciato così, ferendo profondamente il mio cuore. Da quando te ne sei andata, non mi sono mai più ripreso.
Ho visto la panchina. Anche lei si sentiva vuota, perché sopra di lei non c’eravamo noi seduti.
È invecchiata… forse per l’attesa…
Sulle assi ormai marcite si sono appoggiate dolcemente le foglie dell’albero, come per consolarla dell’abbandono causato dalla nostra assenza.
Non mi sono seduto. Da solo non volevo. E poi, con quale diritto avrei potuto rompere l’armonia di quell’equilibrio che finalmente aveva trovato?
Ti ricordi cosa facevi in questi giorni d’autunno quando passeggiavamo lì?
Anche allora qualche foglia si fermava sulla panchina ma tu non ti sedevi senza prima farla scendere piano, come se avessi paura di ferirla. Sorridevo. Grazie a te ho imparato ad amare questa stagione, a vedere i suoi colori. Perché, prima di conoscerti, l’autunno aveva il colore grigio della separazione.
Quando ti vedevo prenderti cura delle foglie prima di sederti come una regina sul trono, iniziavo a provare una sorta di gelosia. Le tue attenzioni dovevano essere solo per me, la dolcezza della tua anima non poteva appartenere a nessun’altro, ma non potevo dirtelo.
Covavo dentro di me questo sentimento e cominciavo a farti dei dispetti. Scuotevo forte i rami finché le foglie non cadevano sulle tue spalle, sul tuo viso, a carezzarti con amore.
Ridevi e tutti i colori dell’autunno si raccoglievano nel tuo sorriso. Lì non mi trattenevo, ti baciavo con ardore, con desiderio, con la paura che un giorno una cosa così bella potesse finire, proprio come poi è accaduto. Chissà perché le cose belle un giorno arrivano e poi scompaiono senza lasciare traccia. Gli unici segni sono il vuoto e il dolore con cui dobbiamo vivere.
Oggi ho visto la panchina invecchiata, ho visto le foglie… il platano quasi del tutto spoglio, il cielo con nuvole bianche, lì sopra di loro, che ti faceva sempre da corona.
Una lacrima mi è sfuggita dagli occhi. Le ciglia non sono riuscite a trattenerla.
È rotolata sulle guance. Si è fermata sulle labbra che, nostalgiche, ne hanno sentito il sapore.
In quell’istante una foglia è caduta dall’albero e si è posata sui miei occhi. Mi ha asciugato le altre lacrime, mi ha girato intorno per qualche secondo e poi è volata via. Forse in quel frammento di cielo, là tra le nuvole, c’è il paradiso e sta portandoti un messaggio da parte mia… che io sto bene, ma il silenzio che hai lasciato mi ha reso sordo.
Oggi mi hai consolato, proprio come un tempo mi stavi accanto. Tu insieme all’autunno. Te ne sei andata in un giorno di questa stagione, alcuni anni fa, in un incidente d’auto: ti sei vestita dei suoi colori, sei volata via con le foglie.
Vorrei odiare questa stagione che ti ha portata via da me, ma non posso, perché tu ne sei parte, la parte migliore.


