Scrivo queste righe con la sensazione di chi lancia un messaggio in bottiglia verso una riva che non tocca da oltre sessant’anni. Sono nato a Mogliano, tra le sue ville [foto] e in quell’aria di confine tra la terraferma e la laguna, ma la vita mi ha portato lontano prima ancora che il tempo potesse sedimentare i ricordi dell’età adulta. Eppure, la distanza non è un vuoto, è, al contrario, uno spazio elastico che la cultura sa accorciare in un istante.
In questo nuovo anno, mentre l’Italia celebra L’Aquila come “Capitale Italiana della Cultura”, mi ritrovo a riflettere su cosa significhi davvero identità culturale. L’Aquila ha scelto come tema il concetto di “Città Multiverso“: un’idea bellissima che suggerisce come un luogo non sia solo fatto di pietre e strade, ma di infiniti piani temporali e personali che si sovrappongono.
È esattamente ciò che accade a chi, come me, guarda ora Mogliano da non molto lontano, Treviso. Per i residenti attuali, la città è il quotidiano, ma per me, è un multiverso di ricordi cristallizzati, un luogo dell’anima che dialoga costantemente con il presente. Mi torna in mente una frase di Marcel Proust nel “Alla ricerca del tempo perduto”: «I veri paradisi sono i paradisi che si sono perduti».
Ma la cultura ci insegna che nulla è davvero perduto se sappiamo trasformare il passato in pensiero condiviso. Il fatto che L’Aquila, città ferita e ricostruita, sia oggi il centro culturale del Paese, ci dimostra che la memoria non è un esercizio di nostalgia, ma il carburante per il futuro. Il legame tra Mogliano e L’Aquila 2026 [oltre che la passione per il rugby] risiede proprio nelle “radici”. L’Aquila è stata scelta perché ha saputo fare della sua fragilità una forza. Allo stesso modo, la Mogliano di sessant’anni fa non esiste più fisicamente perché è stata trasformata dall’urbanistica e dal progresso, ma la cultura serve esattamente a questo: a conservare l’architettura invisibile di una comunità e dei moglianesi illustri di ieri e di oggi.
Mentre guardo alle celebrazioni di quest’anno, non posso fare a meno di pensare al film di Giuseppe Tornatore, “Nuovo Cinema Paradiso”. C’è una scena iconica in cui il protagonista, tornato al paese dopo decenni, guarda il montaggio dei “baci tagliati”: è il momento in cui i frammenti del passato si ricompongono in forma iconica.
Scrivere per il Diario online è per me quel montaggio cinematografico. È un modo per rimettere insieme i fotogrammi della mia infanzia moglianese e proiettarli sullo schermo del presente. Cosa può insegnare l’attualità a una città come Mogliano? Che la cultura non è un lusso, ma la colla che tiene insieme le generazioni. Un popolo che dimentica le proprie pietre antiche è un popolo che cammina al buio. Sessant’anni di lontananza mi hanno insegnato che non si smette mai di appartenere a un luogo, purché quel luogo continui a immaginarsi come un centro di pensiero.
Voglio concludere con un saluto affettuoso a tutti coloro che vivono Mogliano, che ne calpestano i marciapiedi e ne respirano le stagioni. A chi, come me, è partito portando con sé un pezzetto di quella terra nel cuore e a chi è rimasto per continuare a renderla viva. Nonostante gli anni di distanza, seguo Mogliano con la curiosità e l’orgoglio di chi non ha mai dimenticato le proprie radici.
Auguro che questo nuovo anno sia per tutti, moglianesi di oggi e di allora, un anno di riscoperta, sotto il segno di quella cultura che sa renderci cittadini del mondo senza mai farci smettere di essere figli della nostra terra.


