giovedì, 12 Febbraio 2026
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LA PROMESSA

Con cadenza settimanale presenteremo una serie di racconti tratti dalla raccolta "Amori impossibili" di Erida Petriti: storie di legami intensi, spesso incompiuti o realizzati a metà, e della sofferenza che lasciano dietro di sé. Storie diverse tra loro, ma che le accomuna il filo sottile dell’incompiutezza.


“Ti dirò una cosa,” disse lui, “ma non mi tradirai, vero?”
Quell’uscita la sorprese. Non capiva il motivo.
Rise piano, una risata che non riconobbe nemmeno lei stessa.
“Siamo solo amici,” disse. “Parli come se mi stessi chiedendo un giuramento di matrimonio.”
“O di morte,” ribatté lui.
L’aria tra loro si fece pesante.
Lei alzò lo sguardo. Gli occhi di lui non erano più occhi, ma pozzi profondi in cui la paura aveva imparato a vivere. Il sorriso le si spense, come una luce che viene spenta dall’esterno.
“Promettimelo,” disse lui. “Se non parlo con qualcuno, impazzirò e tu sei l’unica persona alla quale posso confidare questo segreto.”
“Così mi fai paura, Tib…” sussurrò lei.
Poi, arresa: “Te lo prometto.”
Si sedettero sull’erba umida, appena falciata.
La terra faceva da cuscino.
Il cielo, invece, scorreva alto e lontano, disinteressato.
“Io sto morendo,” disse lui.
La frase gli scivolò dalla bocca come un boccone amaro.
“C’è qualcosa nella mia testa che mi divora da dentro. E il mio tempo ha cominciato a camminare all’indietro.”
Lei aprì la bocca, ma la voce non arrivò. Il suo corpo non riconosceva più la lingua.
Lui le sfiorò le labbra con un dito, dolcemente, come a chiudere una ferita che non aveva ancora sanguinato.
“Non parlare,” le disse. “Ascoltami:
ho attraversato tante stanze bianche, cliniche, ospedali… Tante domande, ripetute tante volte. È stato scoperto tardi. Posso comprare un po’ di tempo… sei mesi, forse… ma quel tempo sarà tagliente, violato da mani estranee. E io non voglio essere torturato per restare in vita.”
Tacque. Il respiro, nel petto, gli si fece pesante.
“Voglio andarmene intero. Non un pezzo alla volta. Quando il dolore diventerà sovrano, me ne andrò lontano da qui. In un luogo dove la notte viene somministrata a gocce e il corpo non urla più. Dove un uomo viene accompagnato, non spinto, verso la fine.”
Poi la guardò dritto nell’anima.
“Da te voglio solo il silenzio. Non dirlo a nessuno. A nessuno di quelli che ci conoscono. Neppure a lei che mi ama. Il tuo silenzio è il mio modo di respirare. Finché avrò forza, ti scriverò. Niente chiamate a voce, fugaci. Chiuderò il numero. Solo e-mail. Parole che viaggiano lentamente, come lettere che possono andare perdute.”
“E Anna?” chiese lei. Il nome le uscì dalla bocca come qualcosa di rotto.
“Neanche lei deve saperlo?”
“Lei,” rispose con calma, “deve ricordarmi così come sono adesso. Non come diventerò.”
Voleva dirgli che l’amore non si affronta al buio, che gli addii vanno detti. Ma i pensieri rimasero chiusi, come stanze senza finestre.
“So a cosa stai pensando,” continuò lui. “Ma la mia decisione è già stata presa. Tu non mi salverai. Mi custodirai soltanto.”
Le lacrime le si bloccarono in gola, calde, brucianti. Il dolore per l’amico che si spegneva e il peso del segreto che le veniva caricato addosso divennero un unico corpo sulla sua schiena.
Non condividere quel dolore con nessuno era come tenere la notte nel petto.
Non dire la verità alla sua fidanzata era un terrore che aveva già cominciato a respirare.
La prima e-mail arrivò dopo tre giorni.
Parole limpide, quasi normali. Scriveva di grandi finestre, di luce morbida, di persone che parlavano lentamente.
“Il dolore non ha ancora voce,” aveva scritto. “Sono più stanco che spaventato.”
Lei lesse e pianse in silenzio. Gli rispose con un messaggio che non sarebbe mai stato inviato.
La seconda e-mail arrivò una settimana dopo.
Menzionava una linea blu. Forse mare. Forse solo una tenda.
“Mi piaceva pensare che fosse il mare,” aveva aggiunto.
Poi il tempo cominciò a perdere direzione.
“Il tempo non va avanti,” scriveva. “Gira in cerchio. Ho perso l’orologio, ma sento il ticchettio da qualche parte dentro.”
Le e-mail divennero più frequenti. E più disordinate.
“Le parole non restano. Le metto in fila e scappano. La mia testa è una stanza in cui qualcuno spegne le luci una a una.”
Poi nomi, alcuni che avevano senso e altri apparentemente senza.
“Anna…
no
non dirlo al vento
il vento porta via le cose
ho una voce?”
Le frasi si frantumarono. I pensieri si dispersero.
Un’e-mail arrivò con un solo segno.
Una stella.
Dentro:
“l’acqua sale
non so dove sono le gambe
non svegliarmi”
L’ultima e-mail arrivò di notte.
Senza saluti. Senza un senso compiuto.
“buio
il mio nome se ne va
non trattenerlo
grazie…”
Lei aspettò l’e-mail successiva.
Aspettò il giorno dopo e i giorni a venire.
La casella rimase vuota.
Il silenzio non aveva più bisogno di spiegazioni.
Lo capì prima che qualcuno glielo dicesse.
Tib era morto.
In una stanza bianca.
In un luogo lontano.
Senza bisturi.
Senza urla.
Lei chiuse il laptop lentamente, come se stesse chiudendo i suoi occhi per l’ultima volta. Il segreto era ancora lì, vivo dentro di lei.
E il silenzio, quello che gli aveva promesso,
era l’ultima cosa che le restava per amare e rispettare il suo caro amico.

Erida Petriti
Erida Petriti è nata in Albania, dove ha vissuto fino al compimento dei 22 anni. Vive in Italia dal 1997. Amante della lettura e della scrittura, entrambe terapeutiche per rompere la monotonia di tutti i giorni, gli schemi e i tabù che portiamo dentro. Lettrice ad alta voce del gruppo “Quante Storie!”. Scrittrice di diversi racconti, alcuni dei quali sono stati premiati in vari concorsi e pubblicati nelle relative antologie. Nel 2022 sono usciti i suoi primi libri “Nel muro. La leggenda della sorgente lattea di Rozafa” edito dalla casa editrice Balena Gobba e “Riflessa in uno specchio rotto” edito dalla casa editrice PAV Edizioni.

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