L’analfabetismo totale ossia incapacità di saper leggere, scrivere e “far di conto” riguarda 339.585 persone (lo 0,6% della popolazione residente). Gli analfabeti privi di titolo di studio sono, invece, 2.186.331 pari al 4% della popolazione (dati ISTAT 2020). Non siamo certo nelle condizioni della fine del XIX secolo quando divenne legge l’istruzione obbligatoria (Legge Coppino, governo Depretis, 1877), tuttavia, il problema si affaccia di nuovo in forma di analfabetismo funzionale.
L’analfabeta funzionale, secondo la definizione OCSE-PIAAC, è una persona che, pur provvista di un titolo di studio, non sa usare le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle varie situazioni della vita quotidiana e non è in grado di orientarsi nella società contemporanea.
OCSE significa “Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo”. Ha sede a Parigi e unisce Paesi economicamente avanzati; conta 38 membri tra cui l’Italia. PIAAC “Programma per la Valutazione Internazionale delle Competenze Cognitive degli Adulti (16-65 anni)” è un programma dell’OCSE. Ha svolto due indagini: primo ciclo 2011-2; secondo ciclo 2022-3. Le indagini in Italia sono promosse dall’INAPP (Istituto per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) dipendente dal Ministero del Lavoro. Le competenze valutate nei due cicli sono: la literacy (capacità di comprendere, valutare e produrre testi scritti anche digitali, la numeracy (abilità di usare, interpretare e comunicare informazioni e idee matematiche) e il problem solving adattativo (APS; capacità di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile).
Le indagini svolte in Italia hanno fornito questi dati: 11.000.000 di persone di età 15-64 anni (27% della popolazione)sono analfabeti funzionali. Non colgono, cioè, il significato di un testo elementare, non hanno conoscenza del mondo digitale. La media europea è del 12%. L’Italia è al primo posto per numero di analfabeti funzionali. Nelle tre categorie testate, i punteggi sono questi: literacy 245 (media OCSE: 260), numeracy 244 (media OCSE 263), problem solving adattativo 231 (media OCSE 251). Riscontrata una perdita di competenze tra giovani di 16-24 anni e adulti di 55-65 anni. Da segnalare che i laureati italiani sono il 20% della popolazione e che il 38% ha un titolo di studio inferiore al diploma di scuola secondaria.
Il quadro che emerge da queste indagini ci pone in una condizione di svantaggio rispetto ad altri Paesi aderenti all’OCSE e indica che una quota non certo irrilevante dei residenti è in difficoltà a comprendere informazioni anche elementari, ad esprimere proprie opinioni. Alla base ci sono vari motivi: il basso livello d’istruzione, lo scarso aggiornamento culturale post-scolastico, la scarsa propensione alla lettura. L’informazione sui fatti correnti in generale avviene attraverso mezzi informatici come i social che possono trasmettere opinioni e notizie variamente manipolate e non di rado false (fake news). Un esempio: le terapie consigliate al tempo del COVID con Idrossiclorochina (farmaco antimalarico) e Ivermectina (farmaco antielmintico, ossia uccide e promuove l’espulsione di vermi intestinali).
Altro esempio: le truffe in campo finanziario, le richieste di risarcimenti per incidenti mai avvenuti; si verificano questi ultimi soprattutto a carico di anziani. Si potrebbe continuare. È difficile oggi, data la massa di dati di ogni genere che i media (cartacei e informatici sfornano), farsi un’opinione attendibile e corretta. Scarsa cultura si traduce nell’impossibilità per molti di sviluppare uno spirito critico e di operare una selezione tra varie opzioni. Nel mondo del lavoro, il progressivo smantellamento di produzioni (delocalizzazione in altri Paesi) provoca una progressiva riduzione della qualità del lavoro e perdita delle competenze degli addetti.
L’analfabetismo funzionale mette a rischio anche l’esercizio della cittadinanza. Bagaglio culturale individuale scarso unito a difficoltà di “leggere” la realtà e a manipolazioni delle informazioni rendono ardua una scelta in campo sia politico che economico che sociale in genere. Quanto sono comprensibili, ad esempio, i messaggi delle strutture politiche, di quelle economiche e anche di quelle religiose (di ogni tipo di culto)? Il calo progressivo della partecipazione alle elezioni d’ogni tipo è un segnale preoccupante che indica non solo un distacco tra cittadini e istituzioni ma anche la difficoltà dei cittadini a comprendere programmi politici che troveranno, poi, scarsa applicazione nella realtà.
Cambiare linguaggio dovrebbe essere un imperativo categorico per tutti coloro che rivestono cariche pubbliche sia in campo civile e anche religioso. Scarsa comprensione e linguaggi astrusi per molti, allontanano la gente dalla partecipazione attiva non solo ai partiti politici ma anche alle cosiddette organizzazioni intermedie ossia associazioni di vario genere, sindacati. Come possiamo esercitare responsabilmente, in questo stato di cose, la sovranità? Ricordo che l’Articolo 1 della Costituzione stabilisce “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.


