giovedì, 12 Febbraio 2026
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TRENT’ANNI FA L’APOCALISSE A VENEZIA

Teatro La Fenice rogo 1996

La sera di lunedì 29 gennaio 1996, intorno alle 20.40, un incendio divampò nel soffitto della Fenice di Venezia e in poco tempo distrusse completamente quello che era l’orgoglio della città e uno dei teatri più prestigiosi del mondo.

La prima segnalazione arrivò pochi minuti prima delle 21 alla sede dei Vigili del Fuoco a Ca’ Foscari da dove partì la prima squadra ma al loro arrivo i pompieri trovarono il primo di una lunga serie di ostacoli che quella sera contribuirono a far precipitare la situazione: i canali circostanti erano stati prosciugati per scavi e le motobarche non potevano quindi avere un accesso diretto al teatro.

Alle 21.18 l’incendio arrivò a coinvolgere tutto l’edificio principale che conteneva materiale altamente infiammabile come legno, vernici, tessuti e cartapesta. A quel punto i vigili del fuoco si resero conto che la situazione era ormai fuori controllo e non c’era più nulla da fare se non circoscrivere l’incendio per evitare che si propagasse all’intero sestiere, visto che il forte vento di quella gelida serata stava propagando ovunque scintille e tizzoni ardenti.

Così le squadre, giunte anche da Mestre, Treviso e Padova, presero ad intervenire dalle calli e dai tetti delle case circostanti. Per aggirare i canali in secca venne impiegato un natante, normalmente utilizzato per domare gli incendi sulle grandi navi, che però non poté arrivare oltre l’imbarcadero di Santa Maria del Giglio, a quasi cinquecento metri dalla Fenice per cui dovettero essere aggiunti centinaia di metri di tubazioni con una pressione dell’acqua ben più alta del normale.

Intanto le fiamme sempre più alte, visibili anche dalla terraferma, illuminavano Venezia come era avvenuto più volte nella millenaria storia della città.

Verso le 23 si utilizzò perfino un elicottero antincendio i cui piloti, Roberto Tentellini e Lucio Donà, volando praticamente alla cieca, fecero molte volte la spola tra il bacino di San Marco e la Fenice fino a notte inoltrata, dando un valido aiuto agli uomini su posto e contribuendo a contenere le fiamme. Ma il teatro era ormai condannato e i crolli al suo interno si susseguirono per tutta la notte.

Con le prime luci del giorno ci si rese conto che, di quello che era stato fino a quel momento uno dei teatri più importanti del mondo, un santuario della musica dall’acustica perfetta che aveva ospitato il maggior numero di opere prime in assoluto dei più grandi compositori dell’Ottocento e del Novecento, rimanevano solo i muri perimetrali.

Teatro La Fenice Venezia

LA STORIA

Il Gran Teatro La Fenice era stato inaugurato il 16 maggio 1792 dalla Nobile Società di palchettisti veneziani, sfrattata dall’antico teatro San Benedetto in campo San Luca. Gli artisti, quasi a presagio del suo destino successivo, scelsero per il nuovo teatro il nome dell’uccello mitologico che rinasce dalle sue ceneri, la Fenice citata da Erodoto nelle sue Storie. Ristrutturato per l’arrivo di Napoleone che vi entrò con tutti gli onori il primo dicembre 1807, dopo un restauro nel 1825, il teatro subì nel 1836 un primo parziale incendio, probabilmente causato da una stufa, venendo riaperto appena un anno dopo. Nel 1854 avvenne il secondo importante restauro che gli diede la veste andata perduta nell’incendio del 1996. Dagli anni Trenta del secolo scorso era diventato di proprietà del comune di Venezia.

LE CAUSE DEL DISASTRO

Le indagini sulle cause del disastro, oltre alle insufficienti misure antincendio del teatro, accertarono che le ditte impegnate nei lavori di manutenzione erano quasi tutte in sensibile ritardo. Prima fra tutte la veneziana Viet, già in pesanti difficoltà economiche che, con una penale di 250.000 lire prevista per ogni giorno di ritardo, avrebbe rischiato di pagare 30 milioni visto che non avrebbe mai potuto rispettare la consegna dei lavori prevista per l’ultimo giorno di febbraio. Così quella sera il titolare Enrico Carella e il cugino Massimiliano Marchetti restarono al lavoro ben oltre l’orario di chiusura del teatro e utilizzando il solvente di un’altra azienda e un cannello a gas provocarono un focolaio di incendio che nei loro piani avrebbe dovuto essere limitato e avrebbe consentito di guadagnare tempo per evitare la penale. La loro posizione giudiziaria venne inoltre aggravata dai tentativi di condizionare le testimonianze degli altri dipendenti della ditta. I due furono condannati in primo grado a sette e sei anni di reclusione, le condanne confermate in appello nel 2002 e dalla Cassazione nel 2003. Dopo la sua fuga in Messico nel 2003 Carella fu catturato dall’Interpol nel 2007 ed estradato in Italia. Entrambi comunque usufruirono poi di sconti di pena e la durata complessiva della loro permanenza in carcere fu davvero irrisoria se commisurata al danno provocato.

LA RICOSTRUZIONE

Il criterio per la ricostruzione della Fenice fu quello di essere il più fedeli possibile al progetto originale utilizzando però materiali e tecnologie moderni in modo da scongiurare il ripetersi di un evento così catastrofico. Nel settembre del 1996 fu pubblicato il bando per la ricostruzione, vinto da un’associazione di imprese (ATI Impregilo e poi, in seguito a dei ricorsi, ATI-Holzmann) che lavorò secondo il progetto dell’architetto Aldo Rossi ispirato al motto che aveva simboleggiato la ricostruzione del campanile di San Marco a inizio secolo: “com’era, dov’era”: Ma i lavori andarono troppo per le lunghe tanto che nel 2001 il Commissario per la ricostruzione rescisse il contratto con la ATI e indisse un nuovo bando vinto da un consorzio di quattro imprese. Alla ricostruzione parteciparono soprattutto artisti e artigiani di Venezia e provincia e finalmente tra il 14 e il 23 dicembre 2003 il Gran Teatro la Fenice, rinato per l’ennesima volta dalle sue ceneri, venne solennemente inaugurato con una intera settimana di eventi aperta da un magnifico concerto diretto da Riccardo Muti alla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Venezia aveva di nuovo il suo teatro, a detta di tutti più bello (e sicuro) di prima.

Renzo De Zottis
Renzo De Zottis ha svolto per molti anni l’insegnamento nella scuola secondaria di primo grado. Attualmente scrive di storia, storia dell’arte e storia dell’automobile. Dalla metà degli anni Ottanta è presente sulle maggiori testate nazionali di automobilismo storico con articoli e servizi fotografici Nel 2019 ha curato la redazione dei testi per la mostra Lo stile dell’auto italiana al Museo M9 di Mestre. Fa parte dell’Associazione Italiana per la Storia dell’Automobile. Da tempo svolge conferenze a tema per l’Università della Terza Età di Mogliano Veneto e per l’Alliance Française di Treviso. Collabora regolarmente con il DiarioOnline e con l’Eco di Mogliano. Nel 2024 ha pubblicato con Otello Bison e Michele Zanetti il libro Zero, Un piccolo grande fiume. Nel 2025 uscirà il libro Macchine nel tempo. Piccole Storie di grandi automobili che raccoglie gli articoli apparsi settimanalmente nel DiarioOnline.

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