giovedì, 12 Febbraio 2026
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La sfida di ricostruire una città che conta

Tra turismo dominante e perdita di visione, Venezia rischia di restare solo immagine. Al centrosinistra serve un progetto vero — e la capacità di costruirlo insieme.

Venezia è una città che, contemporaneamente, è di importanza capitale e conta meno di quanto si creda. Ha un’immagine di sconvolgente forza e una storia culturale straordinaria. Non esiste persona al mondo che non la conosca.
Allo stesso tempo, è concretamente una città fragile e ormai soltanto turistica, poiché, con la “fine” di Porto Marghera, non è più considerata un punto di riferimento industriale. Anche a livello regionale, appare sempre meno come reale capitale e sempre più come un oggetto da usare in immagine e propaganda.

Gli ultimi dieci anni non hanno invertito questa realtà. Anzi, semmai l’hanno ingigantita e incancrenita.
Sostanzialmente tre sono i gravi limiti che si sono manifestati: non si è fermato l’esodo – in particolare dal Centro Storico – riducendo gli abitanti a un numero drammatico; non si è investito in forme di sviluppo economico diverse dal turismo; e, soprattutto, si è permesso proprio al turismo di viaggiare incontrollato (se non a parole), libero di trovarsi nuove sedi e residenze, fino a diventare, di fatto, l’unica e indiscutibile ragione d’essere della città.

Ma a mio avviso il limite più grande è stato un altro: quello di non contare davvero nelle relazioni con il resto del mondo, pubblico e privato, che opera a Venezia, a Mestre e a Marghera. Una subalternità innanzitutto culturale, vissuta nel silenzio, priva della volontà di porre obblighi, suggerimenti, condizioni e, soprattutto, prospettive.
Una presenza che ha scelto altri interessi e altre modalità per generare consenso — in forme che non vanno né sottovalutate né considerate perdenti. Come spesso accade, è stata infatti attenta agli umori popolari, alle sensazioni collettive, alle parole d’ordine facili, agli slogan d’effetto.

E non sempre la sinistra ha avuto la capacità di fornire prospettive e progetto, da un lato, e, dall’altro, di rispondere pienamente a tematiche di vita quotidiana che forse non le erano più familiari. Questo è il quadro. Tutt’altro che scontato. Non c’è un vincente sicuro. C’è un lavoro corposo da compiere. Ecco perché bisogna rimboccarsi le maniche.

Il dibattito su chi sarà il candidato sindaco per il centrosinistra a Venezia dovrebbe, secondo me, tener conto di quanto ho cercato di scrivere. Perché servono tre qualità. La pazienza, che consente di tenere insieme forze e tendenze diverse, che da tanto tempo protestano ma da troppo tempo non governano insieme.
La forza, per guidare la scelta reale di occuparsi ogni giorno, ogni ora, di tante e diverse realtà: dalle isole dell’Estuario al Centro Storico, dal centro di Mestre a Marghera fino alle zone più periferiche. Questo perché i temi della sicurezza, dei servizi, del lavoro, della qualità della vita, delle nuove povertà sono reali. E tutti pensano che debbano essere seguiti da chi, il sindaco, in una città media come numero di abitanti, appare come riferimento tangibile, vero, contattabile.

Infine, la terza qualità necessaria è la capacità di costruire, e far costruire, progetto. Perché a Venezia sembra non esserci più un destino. Sembra non si riesca più a scorgere un futuro.
Al candidato del centrosinistra vanno quindi chieste tre qualità: pazienza, forza e capacità di progetto. Ma queste non sono doti che possono esaurirsi in una sola persona: sono istanze che devono durare negli anni, vissute minuto per minuto, da proporre ad amici e avversari come metodo e misura reciproca.

Per cui la conclusione è chiara: serve una forte motivazione, un entusiasmo nuovo, un desiderio autentico di cambiamento. Io credo che a chi sarà indicato dal Partito Democratico — cui spetta l’onore e l’onere della proposta — e, infine, a chi sarà scelto dal centrosinistra tutto, vada chiesto questo: costruire una squadra.

Perché il Comune di Venezia non governa solo se stesso: è punto di riferimento, asse strategico, coordinatore di opportunità e di scelte. È anche punto di svolta per il futuro di una città in cui, con l’ultima amministrazione, il “privato” ha conquistato spazi rilevanti.

Ecco perché il cambiamento — lo dico con affetto a quanti discutono di nomi — è un problema, certo, del prossimo sindaco, ma in realtà… di tutti noi.


Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online

Maurizio Cecconi
Veneziano, funzionario del PCI per 20 anni tra il 1969 ed il 1990. Assessore al Comune di Venezia per quasi 10 anni è poi divenuto imprenditore della Cultura ed è oggi consulente della Società che ha fondato: Villaggio Globale International. È anche Segretario Generale di Ermitage Italia.

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