Ricominciamo dalle parole: “comunismo”, povertà o ricchezza, incidente della storia o valore necessario?

Bernini contestata dagli studenti di Medicina

Il fatto è noto. Ad una recente festa del partito di governo, la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, viene contestata a scena aperta da un gruppo di studenti relativamente alla recente riforma per l’ingresso a medicina cui, come noto, si accede superando un test. Il punto del contendere riguarda il Decreto Legislativo n.  71/2025, in vigore dal 17 maggio 2025, per i corsi di Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Medicina Veterinaria. L’obiettivo sarebbe finalizzato a “garantire il potenziamento del Servizio sanitario nazionale, la qualità della formazione e la sostenibilità del sistema universitario” e, a parole, l’eliminazione del numero chiuso. Che non è previsto, come si vuol far credere. Più modestamente, per ovviare alle difficoltà del “quizzone” – il vecchio test unico – la selezione è solo spostata di tre mesi, entro i quali si devono sostenere tre prove: Chimica, Biologia e Fisica, superate le quali si viene   inclusi nella graduatoria dei possibili iscritti. Lodevole l’obiettivo sulla carta: garantire attraverso il “semestre filtro” un accesso più equo e graduale.

Nella loro protesta gli studenti non si limitano ad urlare il dissenso. Mettono in luce un aspetto oggettivamente paradossale della “riforma”: per chi ottiene meno di 18/30 in un esame, c’è il rischio di perdere un anno accademico. Le ragioni sono palmari: insostenibilità, per ristrettezze dei tempi, test inadeguati, carenze logistiche nella gestione dei corsi universitari e conseguente impossibilità di rispettare le scadenze previste.

Come reagisce la ministra? Rifiuta il dialogo, poco o nulla interessata a capire gli effetti imprevisti del nuovo decreto legislativo. Visibilmente contrariata, per non dire altro, si limita a dare questa spiegazione: “Sapete, come diceva il presidente Berlusconi? Siete sempre dei “poveri comunisti”… siete inutili”. Sic!

La risposta si commenta da sé. Ogni aggiunta è superflua, anche perché vorrei spostare l’attenzione dalla” forma” al “contenuto” della replica, incentrata sul potere di marginalizzazione e stigmatizzazione attribuito oggi al termine comunista. Nel caso specifico, il termine è utilizzato come “arma retorica” per delegittimare la protesta degli studenti, secondo una strategia comunicativa che punta a minare la credibilità e la reputazione di chi, da posizioni diverse, critica il potere.

Le conseguenze sono di ordine culturale ancor prima che personale. Squalificando la controparte, il “marchio” finisce per avvallare atteggiamenti censori che, oltre ad emarginare le persone, favoriscono la rimozione di contenuti ritenuti radicali o “scomodi”, inibendo la circolazione di termini e concetti “non allineati”.

Ritornando alla risposta di Bernini, colpisce che una ministra dell’Università e, per soprammercato, ricordiamolo pure docente universitaria, si lasci irretire dalla logica ideologica del pregiudizio, rifiutando il contraddittorio, venendo meno al requisito imprescindibile della comunicazione, l’ascolto. In quel momento essa ha disonorato il suo profilo più importante, quello di insegnante, oltre a tradire il proprio ruolo istituzionale di garante della Costituzione (art. 21: tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero).

Vorremmo sommessamente far presente alla professoressa Bernini che lo spettro semantico della parola comunismo travalica, per dire, i confini del berlusconismo. Ed è chiaramene una caduta di stile o un consegnarsi al pregiudizio circoscrivere solamente e volutamente il significato del termine ai fallimenti dei regimi comunisti del XX secolo. Debitamente contestualizzato, nel termine è racchiusa una carica semantica inesauribile.  Nel tempo il significato si rigenera, entrano in gioco nuove forme di comunanza umana che rispondono alle crisi globali del tempo che stiamo vivendo. 

In tal modo il comunismo è passato dal piano utopistico -filosofico dell’antichità (Platone), a quello religioso delle prime comunità cristiane; da quello scientifico-economico moderno a quello politico dei regimi statali del XX secolo.  In epoca postmoderna, la nostra, il dibattito è teso ad attualizzare il concetto di comune, considerato ineludibile per affrontare le disuguaglianze del capitalismo globale e la crisi ecologica. Ma, recuperare positivamente il termine comunismorichiede un’operazione filologica e filosofica che separi l’accezione storica del “socialismo reale” (spesso associata a totalitarismi) dai suoi presupposti teorici e antropologici originari.

Oggi la connotazione negativa può essere evitata solo riferendo il termine comunismo ai Beni Comuni. I Commons sono risorse materiali e immateriali indispensabili al benessere della collettività. Distinti dalla proprietà privata e pubblica, a differenza delle ideologie del passato, si riferiscono a dimensioni del “comune” incontestabili  Sono l’aria, l’acqua, beni urbani e sociali, come i parchi, le piazze, le scuole, le biblioteche; ma anche la conoscenza attraverso la socializzazione del sapere (Open Access), l’accesso senza barriere ai dati e ai contributi scientifici, oppure i Data Commons, il comunismo dei dati digitali (Ferraris), da gestire collettivamente per migliorare i servizi pubblici (es. trasporti, sanità, scuola ecc.). Il comunismo burocratico, statalista, trasformato in autogestione dei Beni Comuni diventa un insieme di pratiche di Commoning, che ridefiniscono i rapporti tra i soggetti attraverso i valori della solidarietà, della partecipazione, della gestione condivisa.  

Tra i più importanti aggiornamenti del tema va annoverato quello della cura. L’attenzione deve occupare uno spazio crescente oltre alle risorse anche ai bisogni delle persone, rivalutando le relazioni, sviluppando forme di solidarietà e aiuto reciproco, mettendo in atto politiche virtuose di accoglienza, ascolto, responsabilità. Con buona pace della Bernini è difficile non essere comunisti se, date le nostre costitutive indigenza e vulnerabilità, non ci si può girare dall’altra parte quando urgono questi bisogni, che vanno messi nel conto per tutti e non solo per i casi limite dei rovesci di fortuna. Si diventa tutti un po’ più ricchi quando ci si sente parte della comunità e si coopera per farla condividere a tutti e a ciascuno.

Carla Xodo
Carla Xodo è professoressa emerita di pedagogia generale e sociale dell’Università degli studi di Padova. Tra i molti incarichi istituzionali al Ministero e all’Università, è stata anche vicesindaco e assessore alla pubblica istruzione e cultura del Comune di Mogliano Veneto nella legislatura 1980 al 1984.

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