Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”
I ghiacciai – fino a che li abbiamo lasciati lavorare nella loro gelida quiete al servizio della Natura – sono stati fra le più sicure casseforti del passato e un archivio formidabile della memoria. Hanno custodito scrupolosamente tutto quello che avvolgevano con il loro manto duro e spesso come la roccia, ibernando per i posteri tracce di epoche lontane, brandelli di vita presumibilmente non troppo amena, orme di fatti e misfatti di cui a fondovalle forse neppure si sospettava, fornendo loro il crisma della prova certa. Materialmente documentata dal perfetto stato di conservazione dei reperti. Dai loro anfratti, periodicamente, è uscito di tutto. Dall’uomo di Similaun ai resti più recenti di tanti infelici che vi sono transitati, non sempre per mero diletto. Ma neppure i più blindati forzieri sono a prova di scasso. L’azione corrosiva innescata dall’uomo è stata ed è un grimaldello martellante che non conosce tregua. Le nostre Alpi ne sono l’inconfutabile specchio, nascosto dietro lo schermo scintillante di una bellezza con pochi eguali nel mondo. La loro fama è amplificata dal richiamo – che per alcuni è volano e per altri veleno – del turismo, diventato un fenomeno senza frontiere, interclassista e sovranazionale, dilagante come un’inarrestabile caccia al tesoro. Gli allarmi ripetuti e inascoltati all’emergenza climatica e ambientale non smuovono abbastanza le autorità e i governi, ma hanno scatenato in compenso una contagiosa ricerca collettiva di luoghi ancora immacolati. Chi frequenta le montagne è oggi mediamente più rispettoso dell’ecosistema compromesso, laggiù nelle città e nelle pianure sempre più tropicalizzate, dagli effetti di un consumismo vorace di risorse e beni, fine a sé stesso, e dunque malato.
Ecco, è con questa consapevolezza dell’intima contraddizione corrente fra aspirazioni ideali e comportamenti reali, e con la curiosità di un cacciatore delle Alpi armato di sola penna e taccuino, che mi appresto a raccontare cosa mi ha suscitato l’incontro con Lino Zani, divenuto celebre come il maestro di sci di San Giovanni Paolo II, al quale lo legò una lunga e genuina amicizia. Un uomo che a vent’anni dalla scomparsa del carismatico Papa venuto dall’Est porta avanti, con intatta convinzione, due missioni parallele e complementari: la prima è tramandare il ricordo e l’insegnamento di quella straordinaria esperienza a contatto con il vicario di Cristo. La seconda è lavorare senza tregua, con tutti i mezzi a sua disposizione, per educare le persone al rispetto dell’Universo che ci accoglie e ci nutre e, in particolare, sensibilizzare opinioni pubbliche e istituzioni all’urgenza di proteggere le montagne dai danni scientificamente provati del cambiamento climatico, oltre che dai comportamenti dissennati dei terrestri.

Miracolo visivo
Per parlare di lui, parto da un’impegnativa ascesa – per ora solo immaginata, ma la farò, me lo riprometto, nella stagione giusta – che si ferma un po’ prima del cielo, sfiorandolo. Perché, non è proprio alla portata di chiunque riuscire a spingersi fino ai quasi 3.300 metri di Cresta Croce, a cavallo fra i versanti trentino e lombardo dell’Adamello, per cogliere in un unico sguardo d’insieme la potenza evocativa di un miracolo visivo simbolicamente impressionante. Tanto da poter passare per una semplice illusione ottica o una personale fantasia di chi scrive. Invece, si tratta di una di quelle casuali combinazioni decise dalla storia, che a un certo punto incrociano la sensibilità dell’uomo e diventano scelta consapevole. Quando il caso si fa destino. L’apparizione di un vecchio cannone italiano risalente alla Guerra Bianca (la vertiginosa versione alpina della Grande Guerra) combattuta più di un secolo fa, affiancato e quasi sorvegliato a vista ad appena duecento metri di distanza da un’imponente croce costruita dai tagliatori di granito della Val di Genova, non può passare inosservata. Nei fatti, la sacra effigie della cristianità si trova proprio lì, su un accumulo di rocce già basamento di una precedente croce di legno, grazie all’iniziativa di un gruppo di amici e appassionati alpinisti, fra cui il nostro personaggio. Una “idea temeraria” la definisce Lino Zani, nel libro in buona parte autobiografico “Era santo, era uomo” (Mondadori 2011), nel quale racconta il volto privato di Karol Wojtyla. Un successo editoriale che gli è valso il passaggio agli Oscar Mondadori e da cui è scaturito nel 2014 un film prodotto dalla Rai con il titolo “Non avere paura. Un’amicizia con Papa Wojtyla”, diretto da Andrea Porporati.
Istruttore di sci, scalatore di ottomila metri, estroverso conduttore di programmi sulla Rai e su altre tivù nazionali dedicati alla montagna, e ancora oggi instancabile organizzatore di escursioni su sentieri alpini e appenninici, questo bresciano originario dell’alta Valle Camonica ha rappresentato per il Papa polacco già avanti negli anni il classico giovane allegro, premuroso e gentile, del quale potersi fidare per fuggire ogni tanto in incognito “dalla sua prigione in Vaticano, come amava ripetermi scherzando” – mi guarda con un velo di garbata ironia Zani versandomi una tazza di caffè – e farsi guidare in qualche rigenerante sciata nelle località alpestri o appenniniche più disparate. Il non ancora trentenne Lino ebbe la fortuna di conoscere Giovanni Paolo II in occasione di una vacanza lampo di due giorni organizzata dal suo fedelissimo segretario particolare Stanislaw Dziwisz, oggi arcivescovo emerito di Cracovia, al rifugio “Caduti dell’Adamello”, appollaiato a 3.040 metri sulla Lobbia Alta e gestito per l’appunto dalla famiglia Zani, di Temù. Una scelta presa non a caso, ma in seguito a una lettera recapitata alla Santa Sede a firma di uno studente trentino di Giurisprudenza, Gianluca Rosa, oggi notaio a Salò e già maestro di sci amico degli Zani. In essa veniva descritta al Santo Padre la bellezza celestiale dell’Adamello suggerendogli di andarci a sciare. E, anche per riprendere forma e vigore dopo la lunga convalescenza seguita al ferimento nel grave attentato in Piazza San Pietro del 13 maggio 1981, così fu. Dopo una breve missione esplorativa in zona da parte di un team di religiosi guidata da padre Dziwisz, la storica visita di Giovanni Paolo II sull’Adamello ebbe effettivamente luogo il 16 luglio 1984 e la notizia, anziché restare segreta come da programma, fece il giro del mondo per la soffiata fatta bonariamente ai giornalisti dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, grande amico di Wojtyla, il quale lo volle al suo fianco nell’insolito viaggio.

«Carne da cannone»
“È stato Giovanni Paolo II a chiederci di sostituire con una nuova e più solida croce in pietra la malandata croce di legno eretta sulla Lobbia Alta ai primi del Novecento in memoria di un giovane pastore morto tragicamente precipitando nel vuoto”, racconta Lino con la sua voce cavernosa e calma, mentre ce ne stiamo affacciati su una terrazza con vista spettacolare sul lago d’Iseo. “Quando arrivammo lassù, con gli sci ai piedi, lui lo sapeva già quanta sofferenza, e quale carico di dolore, il nostro Adamello si portasse addosso. Sapeva della Guerra Bianca e mi aveva fatto capire di essere rimasto particolarmente impressionato dalle storie relative ai prigionieri polacchi mandati dagli austriaci a fare trincee e a morire sulla prima linea contro gli italiani. Al macello. Poi, certo, la sua curiosità di conoscere da vicino le nostre montagne derivava anche dalla memoria del padre, Karol come lui, che combatté da sottufficiale dell’esercito austro-ungarico su vari fronti delle Alpi, dalla Lombardia al Trentino al Veneto”. Cambiano le epoche, gli imperi, ma la filosofia rimane sempre la stessa: ad alimentare la prima linea con le necessarie quantità di “carne da cannone” sono sempre i più disgraziati. I soldati arruolati dalle lontane periferie, esentando – fin dove possibile – i figli della casta e della buona borghesia delle città che contano. Ieri erano i polacchi, i croati e i bosniaci nelle fila del Kaiserliche und königliche Armee (la k.u.k. Armee imperial-regia) che avevano giurato fedeltà a Francesco Giuseppe. Oggi sono i buriati, i daghestani e i mongoli dell’Armata Russa mandati da Putin, insieme ai volontari nordcoreani e yemeniti, a morire come mosche nel Donbass.
Come non cogliere, dunque, il nesso esistente fra il dismesso cannone in ghisa e la statuaria croce di granito? Come non vedere in questa competitiva contiguità sulle maestose cime dell’Adamello i simboli muti e inequivocabili di una convivenza impossibile sul piano dei valori, ma non della realtà storica, fra la furia cieca della guerra e la forza mite della pace? Luce divina e buio morale. Fede e violenza. Il male alla massima potenza e il bene in un supremo sforzo per arginarne l’urto. Solo un Papa così visceralmente legato alla storia buia e tragica del Novecento in Europa, e soprattutto a quelle che lo storico nordamericano Timothy Snyder ha definito le “terre di sangue” (dalla Polonia centrale alla Russia occidentale, includendo anche Bielorussia, Ucraina e Stati baltici), poteva capire prima e più di altri quanto fosse importante contrastare la malattia, il veleno, quindi il cannone, con una medicina potente, il giusto antidoto, quindi, la croce. La pietas. “San Giovanni Paolo II, che più di una volta mi aveva chiesto di portarlo lì, a Punta Croce, per inginocchiarsi in preghiera, desiderava che quel fragile cimelio funebre venisse rinforzato e riproposto con un significato più ampio, come un monito perenne a cercare sempre la pace e mai più la guerra”, rivela Lino Zani, testimoniando quanto Wojtyla ci tenesse a ribadire che non ci si debba mai stancare di lottare affinché il bene trionfi sul male.
Santa messa in alta quota
Il 16 luglio 1988 sarà per sempre ricordato come il giorno dell’inaugurazione dell’altare al passo della Lobbia Alta, a 3.045 metri, dedicato dalle penne nere bresciane al capo della Chiesa Cattolica Romana per il sincero affetto e l’attenzione dimostrati verso le loro montagne. Il Pontefice polacco non ci pensò due volte e volle celebrare personalmente la santa messa arrivando con un elicottero dell’Esercito italiano che atterrò su una radura ancora innevata, dove il Santo Padre era atteso da una piccola folla entusiasta di incontrarlo. “Questo paesaggio, ora così sereno ed elevante, fu teatro di terribili battaglie – sottolineò nella sua lunga omelia –. Quante volte il bianco colore della neve si è tinto del rosso del sangue! Il nostro pensiero va a tutti coloro che sono caduti sull’Adamello, a tutte le vittime delle guerre passate e presenti, alle loro famiglie, ai loro ideali infranti. Esprimiamo nuovamente il nostro anelito e la nostra invocazione alla pace, alla fraternità, alla concordia tra i popoli e le nazioni”. Esattamente dieci anni dopo, il 21 luglio 1998, racconta il nostro interlocutore nel suo libro, un altro elicottero militare “sorvolò in un cielo azzurrissimo Punta Croce” per posare, con manovre portentose, “sulla sommità della cresta, come fosse una farfalla, una croce alta tre metri e dieci centimetri dal peso di trentanove quintali. Le nostre urla di gioia spezzarono la quiete della montagna”. Da quel giorno, la cima mutò il proprio nome da “Punta Croce” a “Punta Giovanni Paolo II” e il vecchio cannone “ippopotamo” non fu più da solo a fare da sentinella al passato. Non stupisce pertanto se, da quattordici anni, il tenace alpinista camuno organizzi ogni estate il “pellegrinaggio sulle orme di un santo”, guidando un centinaio di partecipanti a ripercorrere per tre giorni i luoghi frequentati dall’amico Papa. Un’occasione per conoscere meglio anche la storia d’Italia e dell’Europa. Per capire come le meravigliose cime dell’Adamello, dal Passo di Lares al Corno del Cavento alla Lobbia Alta, siano state per tre anni un Golgota alpino del Novecento, trasmettendoci una lezione che faremmo bene a ripassare tanto più oggi, epoca di generale sdoganamento del tabù bellico e di rinnovato spolvero dei nazionalismi. “Ho scritto in Vaticano per invitare all’edizione 2026 anche Leone XIV, che mi sembra somigliare molto a Wojtyla sia per le parole pronunciate quando si è presentato affacciandosi su piazza San Pietro, sia per la sua indole di uomo dinamico e sportivo”.
Zani rammenta, come se fosse oggi, il senso di libertà che si leggeva sul volto sorridente del Papa venuto dall’Est nei rari momenti di evasione dai doveri istituzionali. “Quando partivamo con gli sci dalla Lobbia Alta, i suoi occhi tornavano quelli di un bambino, spensierati e gioiosi. Mi diceva ‘Lino, che neve eccezionale che avete quassù!’. Capitava però spesso di fermarci. Come quella volta che volle aspettare don Stanislao e gli sussurrò in polacco che desiderava stare un po’ da solo, in raccoglimento. Scegliemmo un grande masso piatto sul passo di Lares, da dove si dominava tutta la Val Rendena fino a Trento. Io lo tenni per mano e lo aiutai a sedersi, poi, rispettosamente mi allontanai di qualche passo e lo stesso fecero tutti gli altri. Mentre lo vedevo a capo chino e immobile assorto in preghiera, percepii per la prima volta la potente forza spirituale, non più umana, di cui San Giovanni Paolo II era dotato. Sembravamo tutti preda di un incantesimo”.
Il rapporto con la fede
Impossibile anche per un tipo vivace, concreto e mondano come Lino Zani, non confrontarsi con il tema del rapporto che ognuno sviluppa con la fede, accettandola, ignorandola o respingendola. “Davanti alle mie difficoltà di partecipazione alle tradizionali funzioni liturgiche, San Giovanni Paolo II mi tranquillizzò dicendomi che la mia chiesa l’avrei potuta trovare sulle montagne, anche pregando inginocchiato su un semplice sasso”. Alla domanda “qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato Wojtyla”, la risposta che arriva è in antitesi con quello che ci si aspetterebbe da un uomo d’azione, un alpinista sicuro di sé, abituato a sfidare l’impossibile. “Il coraggio di saper rinunciare”, emette d’un fiato. E continua: “Arrivati in cima, mi disse una volta e non l’ho più dimenticato, si può solo scendere, tornare indietro. Io per scalare gli ottomila metri sui monti dell’Himalaya ho rischiato più di una volta la vita. Solo il coraggio di rinunciare mi ha salvato”.
Quello a cui oggi, vicino ai settant’anni, Lino Zani non può invece rinunciare è l’impegno per la salvaguardia dell’ambiente, che anche in montagna è pesantemente sotto scacco. Nel 2021, in pieno periodo Covid, ha fatto parte di un team che ha effettuato un carotaggio sull’Adamello, dal quale sono stati estratti 230 metri di ghiaccio. “L’esito più sconvolgente – spiega – è il responso dato da una fibra che abbiamo inserito nel campione, che rileva quanta temperatura cambia all’interno del ghiacciaio. I risultati definitivi, ormai prossimi ad essere pubblicati, non lasciano spazio a dubbi: ci dicono che al massimo fra 40, 50 anni, non resterà più nulla, e che quindi un’altra riserva d’acqua è in via di esaurimento”. Morale? “Noi ce la mettiamo tutta per sensibilizzare l’opinione pubblica”, mi guarda mentre il volto gli si contrare creando un moto ondoso di rughe, “ma è fondamentale che si muova la politica, che intervenga urgentemente chi si deve occupare della salvaguardia del pianeta. Anche se va detto che abbiamo a che fare con un fenomeno ciclico, se pensi che in fondo a 230 metri di ghiaccio abbiamo trovato una morena, ossia residui sassosi, il che vuol dire che un milione o due milioni di anni fa lì non c’era ghiaccio. Di sicuro però, in questi ultimi anni, l’uomo sta accelerando di molto il processo con l’innalzamento delle temperature, facendo sì che da un clima temperato stiamo passando a uno tropicale. O facciamo qualcosa o, credo, siamo destinati a scomparire. Questo ci dicono i dati, gli studi scientifici. Stiamo andando in una direzione davvero pericolosa”.

La montagna sempre nel cuore
La montagna è sempre nel cuore e nella testa di quest’uomo della Valle Camonica che, non a caso, fra i molti incarichi vantati nel suo lungo curriculum, annovera anche quello di consulente per vari ministeri come esperto del settore. Anche la televisione, sia privata sia pubblica, gli ha aperto a più riprese le porte, facendo di lui un testimonial accattivante e autorevole del rispetto che si deve alla natura e delle inestimabili bellezze che rischiamo di rovinare. “Linea bianca” e “Linea verde sentieri” su Rai Uno sono le rubriche più importanti che lo vedono oggi impegnato con il consueto piglio disinvolto connotato da un mix di entusiasmo, divertimento e competenza professionale. Un Alessandro Barbero della montagna. Personaggi molto noti, come Mike Bongiorno, Alberto Tomba e Fiorello, hanno scelto Lino Zani come consulente e collaboratore. Ma è stata l’amicizia speciale intessuta con Giovanni Paolo II a trasformare in lui una primordiale passione in vocazione, evolvendola infine in missione: quella di salvare la montagna dal brutalismo di un progresso senza coordinate etiche di riferimento. Il lievito del rapporto inossidabile fra il giovane Lino e l’anziano Karol, in fondo, fu anche quel sapersi riconoscere come due “uomini del mondo”. Accomunati dal rispetto per la sacralità che la montagna racchiude in quanto polmone vitale del globo e custode straordinaria di memoria storica.
La prima volta di Wojtyla al rifugio della Lobbia Alta
Fu una giornata storica. Il 16 luglio del 1984, Giovanni Paolo II atterrò in gran segreto con un elicottero decollato da Verona su una spianata di neve a duecento metri dal rifugio “Ai caduti dell’Adamello”, sulla Lobbia Alta, a poche decine di metri dal vecchio confine italo-austriaco. Ad accompagnarlo, l’amico Sandro Pertini, presidente della Repubblica italiana, che il Pontefice volle invitare con sé. Il viaggio era stato studiato nei minimi particolari da don Stanislao Dziwisz, segretario personale del Pontefice, che un mese prima era venuto a sciare al Passo di Lares con altri tre preti polacchi, facendo sosta al ricovero gestito dalla famiglia Zani di Temù. Al prelato era sembrato il posto perfetto per una breve e appartata vacanza del Santo Padre. Quel 16 luglio, tutta la zona era stata interdetta dalle autorità con la scusa di dover bonificare il territorio da diversi residuati bellici risalenti alla Prima guerra mondiale. Papa Wojtyla scese dal velivolo col suo abito bianco e una mantella nera e si diresse subito con Pertini e lo staff al rifugio, dove li aspettava una ricca colazione. Finite le presentazioni, poco più tardi, il Santo Padre si cambiò per andare finalmente a sciare, indossando pantaloni, giacca a vento blu, guanti dello stesso colore e un berretto bianco con visiera. Pur appannato da un lungo periodo di inattività, apparve subito a suo agio sugli sci, seguito con discrezione dai fratelli Lino e Franco Zani. Fra Lino e Wojtyla nacque subito una spontanea intesa. “Il Papa sciava molto bene, con sicurezza, a sci paralleli, quasi uniti”, ricorda l’alpinista e conduttore televisivo nel suo libro “Era santo era uomo”. Pertini, che li seguiva con lo sguardo, in pantaloni alla zuava maglione a scacchi, scarponcini militari, l’immancabile pipa e il consueto bastone, commentò divertito e ammirato “Volteggia come una rondine”. L’amicizia con gli Zani, e in particolare con il giovane Lino si consolidò più tardi a tavola, davanti a un appetitoso piatto della tradizione trentina preparato dalle abili mani della signora Carla Zani: gnocchi verdi impastati di spinaci, chiamati “strozzapreti”.
Fu il capo dello Stato italiano, che amava scherzare con Giovanni Paolo II il quale stava volentieri al gioco, a far ridere tutti con una celebre battuta: “Santità mi spiace, ma oggi la facciamo fuori!”. Papa Wojtyla si fermò una sola notte invece di due, dormendo in una spartana cameretta. L’amico Presidente, rientrato invece in serata, aveva divulgato la notizia ai giornalisti, estasiato com’era di quella splendida giornata. Che segnò una svolta, nella vita di Lino Zani, e fu importante anche per Giovanni Paolo II.


