Matilde la resistenza e il sorriso [§2]


Termina oggi con il secondo capitolo della storia “Matilde la resistenza e il sorriso” di Enrico De Zottis
II primo capitolo di “Matilde la resistenza e il sorriso” è stato pubblicato lunedì 01/09/2025


Incontrai di nascosto un amico che studiava con me all’università, e che mi parlò di gruppi di resistenza partigiana che si stavano organizzando sulle Prealpi, verso Vittorio Veneto. Dovevo cercare Ruggero Bianchi, questo era il nome – fittizio ovviamente, ma ero ancora talmente ingenua che pensavo fosse reale – del comandante. Fu così che quella perversa combinazione di dolore causato dalla perdita e terrore causato dalla violenza mi diede la forza e la lucidità che mi servivano per prendere in mano il mio destino. Una sera, dopo cena, feci la mia valigia, scrissi un piccolo biglietto di arrivederci ai miei genitori e, prima che potessero svegliarsi, scivolai fuori di casa. La decisione era presa, non avrei più aspettato per fare qualcosa della mia vita.

Arrivai sui monti dopo quasi una settimana, viaggiando in maniera improvvisata e spesso semplicemente camminando. Trovare Ruggero Bianchi fu meno difficile del previsto, al tempo i gruppi di resistenza si stavano ancora organizzando, ma la cosa davvero difficile fu capire cosa stesse davvero succedendo intorno a me e come io potessi dare un contributo. Poi, come sempre accade, i pensieri si fanno più chiari quando si ha da fare, e mi trovarono subito da lavorare. Tra le Prealpi, nella zona di Vittorio Veneto, diventai un’infermeria di fortuna, sotto la guida e la sorveglianza di una donna, Luciana, levatrice esperta che aveva perso due figli in Grecia. Era un incubo senza fine di ferite da arma da fuoco, torture, urla e paura. La verità della guerra civile mi investì con la furia di una tempesta, senza filtri e senza pietà. Il primo ferito che vidi in vita mia fu un partigiano giovanissimo, diciotto anni al massimo, come me, torturato, con gli occhi vuoti. Rividi per un istante mio fratello, e per un istante sentii il cuore andare in pezzi e le gambe cedere. Ma mi imposi di reagire: le mie lacrime non avrebbero aiutato nessuno, il mio lavoro sì. Sorrisi a quel povero ragazzo, il primo di tanti che avrei visto. E mi misi all’opera, seguendo gli ordini e facendo il meglio che potevo: pulivo, cucivo, sorridevo. E pregavo.

Passai quei mesi tra le montagne, soffrendo il freddo come mai prima ma lavorando senza fine, fino alla primavera del 1944, quando mi fu affidato il ruolo aggiuntivo di staffetta per informazioni e materiale di stampa clandestino tra le cellule. Ero già diventata la «signorina sorriso», un soprannome che mi avevano dato i compagni. Lo usavano senza ironia, e Dio sa quanta fatica facevo a mantenerlo, quel sorriso, quando intorno a me c’era solo orrore e paura. Ma non potevo cedere, non me ne concedevo il diritto. E quando le operazioni si intensificarono, tutto questo divenne cento volte più vero. Per la prima volta vidi in prima persona il nemico, i fascisti e i tedeschi, vale a dire prigionieri feriti e spaventati – spesso mi veniva chiesto di fare da interprete per la lingua tedesca, e in quelle occasioni non riuscivo a ignorare che quei giovani soldati brutalizzati dalla guerra non erano diversi da quelli che avevamo nell’infermeria. Ragazzi, tutti loro, solo ragazzi.

Fu in quel periodo di crescente pericolo che incontrai Ettore, o meglio il compagno Ettore Franceschini, con i suoi occhi gentili e il suo accento bolognese. Timido, riservato, quasi rigido nei suoi modi, eppure capace come forse nessun’altro in quell’inferno di farmi sentire a mio agio e a volte anche di farmi ridere. In parole povere, stavamo davvero bene insieme. E lentamente, quasi con vergogna, cominciai a pensare che forse, dopo la guerra, io e lui avremmo potuto essere qualcosa. Ma l’universo aveva altri piani.

Il 7 aprile del 1944 mi trovavo lontana dai monti, a sud, a Mogliano Veneto, per ritirare un messaggio da una staffetta di un’altra formazione partigiana. Il caos degli scontri e della rappresaglia infuriava intorno a noi. Io e Francesca, questo il suo nome, dovevamo incontrarci dietro alla Chiesa di Santa Maria Assunta per il messaggio e poi separarci immediatamente. Ma sulla via del ritorno ebbi un’idea sciocca: i miei genitori erano ancora a Treviso, non lontani dalla stazione del treno. Solo un minuto, pensai. Un saluto veloce. Volevo solo dire loro che stavo bene, poi sarei tornata verso i monti. Stavo camminando verso la nostra vecchia casa quando arrivò la prima esplosione del bombardamento Alleato. L’aviazione aveva preso di mira il nodo ferroviario, e con aveva colpito senza pietà. Per un istante vidi nella mente i volti dei miei genitori, di mio fratello, di Ettore… sentii il vento sul viso – poi più nulla. Morirono 1600 persone quel giorno, e io con loro. Non ho rimpianti. Anche se quella fu la fine prematura di tante cose, di tanti desideri che avrebbero potuto diventare realtà, so di aver vissuto dando un senso al mio tempo, e non avrei potuto chiedere di più.


II primo capitolo di “Matilde la resistenza e il sorriso” è stato pubblicato lunedì 01/09/2025


Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

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