Fibromialgia: oltre il dolore invisibile, la scienza cerca i segni nel corpo

Per tanto tempo, la fibromialgia è stata etichettata come una “condizione invisibile”: si manifesta dolore ovunque, spossatezza, problemi di concentrazione, ma mancano analisi del sangue o immagini che ne certifichino la presenza. Questa patologia, che colpisce dal 2 all’8 percento della popolazione, si caratterizza per indolenzimento muscoloscheletrico generalizzato, stanchezza persistente, difficoltà a dormire e cali cognitivi chiamati “fibro-nebbia”. Nonostante la varietà dei sintomi, stabilire la diagnosi si basa ancora quasi totalmente sull’esame clinico, usando i parametri stabiliti dall’American College of Rheumatology per valutare dove si concentra il dolore e quanto sono forti i disturbi.

Nell’ultimo decennio, la ricerca ha preso una strada diversa: trovare indicatori biologici misurabili che possano spiegare cosa succede davvero nella malattia. Tra le scoperte più interessanti ci sono le variazioni nei meccanismi che gestiscono il dolore. Un’analisi del 2010 ha mostrato livelli elevati di sostanza P nel liquido spinale dei malati, il che fa pensare a un sistema di percezione del dolore troppo sensibile. Allo stesso tempo, uno studio dell’Università del Michigan ha rilevato un aumento del glutammato, un messaggero chimico eccitatorio, nelle aree del cervello che elaborano il dolore, confermando questa eccessiva reattività dei nervi.

Ma la fibromialgia non coinvolge solo il sistema nervoso. Anche il sistema immunitario sembra avere un ruolo in questo processo patologico. Studi pubblicati su Pain Research & Management e Clinical and Experimental Rheumatology hanno riscontrato modifiche nelle citochine che promuovono l’infiammazione, come IL-6 e IL-8, indicando una sorta di infiammazione “neuroimmune” che rende più sensibili al dolore, differente dall’infiammazione tipica delle articolazioni. Altre ricerche hanno collegato la proteina C-reattiva (CRP) all’attività della malattia, suggerendo che l’infiammazione possa contribuire allo sviluppo della fibromialgia.

Adesso, gli scienziati stanno valutando diverse tecniche – basate su genetica, metabolismo e proteine – per scoprire marcatori affidabili che possano aiutare a diagnosticare e tenere sotto controllo la gravità dei sintomi. Anche se i primi dati sono incoraggianti, nessuno di questi segnali può essere ancora usato regolarmente dai dottori.

La fibromialgia resta quindi un problema complesso, un disturbo che combina dolore diffuso, stanchezza costante, problemi di sonno e mente, con le sue cause biologiche ancora in parte ignote. Ciò nonostante, lo sforzo della scienza sta aprendo nuove possibilità: capire i processi biologici di base non solo aiuterà a rendere le diagnosi più accurate, ma potrebbe anche indirizzare lo sviluppo di trattamenti specifici, finalmente adatti alla complessità di questa condizione invisibile ma molto reale.

Mia Salas
Sono nata a Madrid, ho 22 anni e mi sono laureata da poco in Scienze Biologiche all’Università di Ferrara. Ho sempre amato dare sfogo alla mia vena creativa attraverso la scrittura e la pittura. Spero di non smettere mai di studiare e imparare.

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