L’urlo del non voto

Nelle reazioni ai risultati elettorali si riversano tanti modi di essere di ciascuno di noi.
La passione, lo sconforto, la gioia, l’invidia, la preoccupazione, ad esempio.

Ed a volte, come dice Federico Fornaro nel suo libro bello e utile – una democrazia senza popolo – “all’arrivo dei primi dati relativi ai voti validi la bulimia comunicativa del chi ha vinto e del chi ha perso prende inesorabilmente il sopravvento con buona pace dei propositi per recuperare il crescente divario di fiducia tra elettori ed eletti…”.

È proprio così
Spesso il tifo diventa una comoda nebbia che permette di non vedere e di non sentire.
Si badi bene: è giusto aggiungere che nessuno mette in discussione formalmente la democrazia esistente.
Perché il diritto al voto c’è, è rispettato e libero.
Ed è la garanzia di questo diritto, non il suo esercizio che sancisce la democrazia.

A mio avviso però questa rimane una dichiarazione “formale”.
Quasi un salvarsi l’anima a dispetto della verità.
Credo che la realtà sia più profonda e sostanziale, pericolosa e incombente.

In sostanza si manifesta da parte di chi non vota una profonda estraneità, una lontananza, per non dire di peggio, e cioè il permanere di un rancore, di una rottura profonda quasi insanabile con la politica.

Due sono gli atteggiamenti di chi non vota.

C’è chi lo ha deciso da tempo e non mette nemmeno in dubbio questa sua estraneità e chi invece lo decide in prossimità della scadenza elettorale.
I primi sono quasi definibili come un “altro” schieramento, antitetico e granitico, i secondi appaiono più volubili e costruiscono la loro valutazione in base alle tendenze non dei singoli partiti ma del senso che assume nella comunicazione il dibattito politico.

Ma volendo entrare un po’ di più nel merito penso di poter leggere tre mondi tra coloro che in un modo o nell’altro si astengono dal frequentare le urne.
E sono mondi che a volte si intrecciano, si mischiano o si allontanano l’uno dall’altro.

C’è il quello di chi pensa che nessuno sia in grado di rappresentare i diritti, le necessità, le richieste, l’ansia di futuro.
È un insieme intergenerazionale fondamentalmente irato che spesso ha creduto ma ora non crede più.
Può citare esempi di malgoverno, condizioni residuali di vita e sussistenza, limiti drammatici dell’economia di una famiglia.
È un mondo disamorato, incattivito, intristito che capisce di aver perso ogni ascensore sociale e che pensa di non poterlo più raggiungere.

Questa componente si è allargata negli anni comprendendo parti che prima appartenevano al ceto medio.
A volte manifesta il suo pensiero trasmettendo i propri sentimenti ed a volte invece, per la maggior parte, tace.
Ed ha nel non voto la soddisfazione triste ma vera di far parte del Partito più forte.

Il secondo mondo si sente distante perchè è finita una fase della vita politica e associativa che contraddistingueva il Novecento.
Quella del confronto costruttivo e della fiducia nell’altro da te.

Grande distanza dalle cose reali del mondo, complottismo esasperato, fine della fiducia verso quasi tutte le istituzioni.
Queste le caratteristiche di coloro che vanno dai no vax a tutti quelli che non riconoscono il modificarsi del clima, dagli odiatori della casta politica per i privilegi di cui si nutre ai rabbiosi per ogni successo altrui che testimonia la loro condizione di emarginati.

È un insieme variegato e non unitario che si divide in silenti ed in irruenti contestatori che spesso scelgono i social come luogo favorito per esternare, per offendere, per contestare divieti e rifiuti.
È una parte che non e’ sempre costretta dalle avversità dell’economia.
La definirei invece quasi legata ad una volontà di presenzialismo.

Sotto sotto se la prende con la cultura, la scienza, i diritti civili, i diversi, il meticciato, l’emancipazione della donna e così via.
E afferma con convinzione il suo essere popolo, gente comune, lavoratori.
In contrapposizione al sapere ritenuto una casta che vive in una vetta isolata, privilegiata, lontana dalle sofferenze della realtà.

Il terzo mondo è più volubile, usa il suo voto per manifestare opinioni e riconoscimenti.
Non sopporta di non essere ascoltato e reagisce boicottando.
È una parte facilmente seducibile per la prima volta ma poi diviene dura e lontana quando si sente tradita.
Ma se tutto ciò è vero o se per lo meno si avvicina alla realtà come si fa a non preoccuparsi?
A non reagire?

A guardare bene l’astensionismo non è certo solo un fenomeno italiano.
Anzi, è molto diffuso in Europa e non solo negli Stati Uniti.
Quindi possiamo confrontare le diverse situazioni.

E vi è di certo un parallelismo tra la crisi dei Partiti e il distacco dalle urne.
I Partiti infatti reagiscono alla loro crisi semplificando le vie dell’accesso al “potere”.
Quasi ammettendo la propria incapacità di gestione trovano i mezzi che rendono la governabilità più immediata e costruibile.
Senza intoppi, troppe trattative, verifiche.

Ed a volte tutto ciò diventa successo.
Quando la politica si personalizza e diviene faccia, volto, immagine come con i Sindaci o i Presidenti di Regione chiamati non a caso Governatori.

Tutto diventa simbolo.
Ti riconosci nel volto, lo fai tu ma lo fa soprattutto la comunicazione.
Ed è certo più semplice di un dibattito complesso come quello, ad esempio, sulla sanità.

Certe volte il volto incarna politica e non solo immagine, altre consente richiami di parte, ed altre ancora porta a riconoscere fatti che si condividono.
Ma ciò lascia prezzi faticosi da pagare.
Fughe da promesse o da innamoramento repentino.

Il voto diviene quindi aleatorio e non consolidato.
Quasi un deposito al banco dei pegni.
Ecco i grandi amori e le grandi fughe.
Con Renzi, Salvini, Grillo, solo per ricordarne alcuni.

E quando leggo le reazioni al voto capisco la grandi paure.
Oggi la lettura è, come già detto, sui vinti e sui vincitori.
Ma spesso è una lettura senza passato, senza punti fermi.
Un partito vince se vince in toto, se è primo, se no nemmeno interessa a meno che non sia condotto da un outsider.
E questo accade per una ragione evidente.
Il partito di massa che si misura sulla realtà è sempre di più inesistente.

Oggi i partiti sono partiti degli eletti.
E quindi il dibattito è sugli eletti e sul dove sono eletti.
Questo appare come una ragione esplicita e forte dell’abbandono del voto.
Se il tuo totale interesse, caro partito (volutamente con la p minuscola), è
per le persone che candidi e eleggi, allora i patti sono chiari: mi interessano le persone e la loro dimensione e non tu partito che non so bene a cosa puoi servire se non proprio a quegli eletti.
Quindi rabbia da esclusione, da lontananza, da impossibilità di riconoscimento.

La presenza nella società non è facile.
Anzi.
È complicata e contraddittoria, faticosa e problematica.
Ma è l’unica strada se si vuole un voto di massa.
E presenza non vuol certo solo dire (anche se è un primo passo) guardare, descrivere, analizzare la società.
Presenza è sporcarsi le mani, coinvolgere, vivere le contraddizioni, avere un’etica da mostrare senza paura.
E non soltanto.

Perché non basta la testimonianza e il “cuore in mano”.
Occorre il progetto di società, di futuro.
È da questo mix che si può e si deve ripartire consci di un rapporto gia’ positivo con quel quasi 50% di votanti che ha partecipato alle scelte.
La fatica della politica non è fatta solo di esternazioni verso i mondi conosciuti.
È fatta di costruzione di realtà per chi l’ha persa o non l’ha mai conosciuta.
Ed è una avventura certo non facile ma oggi del tutto necessaria.

Maurizio Cecconi
Veneziano, funzionario del PCI per 20 anni tra il 1969 ed il 1990. Assessore al Comune di Venezia per quasi 10 anni è poi divenuto imprenditore della Cultura ed è oggi consulente della Società che ha fondato: Villaggio Globale International. È anche Segretario Generale di Ermitage Italia.

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