Sibilla Aleramo: la voce che non si spense

Non vi è una ricorrenza che vorrei celebrare, né un anniversario da segnare, sento soltanto la necessità di ricordare, in un momento tanto complesso per la condizione femminile, una figura eccezionale, una donna che trasformò il dolore in parola e la parola in lotta. Un giorno, quando era ancora una ragazza, qualcuno le rubò il corpo e la giovinezza.

Non fu colpa sua, ma fu lei a pagare. Non ebbe scelta, non ebbe voce, nessuno la difese. La società non le offrì giustizia: le impose una condanna. La costrinsero a un matrimonio riparatore, trasformandola da vittima in colpevole. Così Marta Felicina Fazio [1876-1960] si ritrovò prigioniera nella sua stessa casa, tra violenze e umiliazioni quotidiane.

Eppure, non si spense. La fiamma che ardeva in lei trovò rifugio nella scrittura. All’inizio quasi di nascosto, poi con decisione crescente, fino a diventare una forza che attraversò l’Italia ed anche l’Europa. Scelse per sé un nome nuovo, non imposto ma conquistato: Sibilla Aleramo.

Nel 1906 pubblicò Una donna, un libro che non era soltanto un romanzo, ma un grido, un atto politico, una confessione. Raccontò la violenza, il matrimonio coatto, la solitudine, la fuga sofferta ma necessaria. Lo fece in un’Italia che non era pronta ad ascoltare una donna che diceva la verità. Eppure, lei andò avanti. Scrisse, viaggiò, parlò. Frequentò poeti e rivoluzionari, si immerse nei fermenti culturali del suo tempo. Lottò per il femminismo quando la parola stessa era considerata quasi un insulto. Il destino delle donne che hanno troppo coraggio è sempre lo stesso: se non le puoi fermare, devi tentare di zittirle. Così accadde anche a Sibilla. La sua voce fu relegata ai margini, la sua opera ridotta a un dettaglio, la sua vita ignorata. Una delle esistenze più coraggiose del Novecento italiano, snobbata dai manuali, dimenticata dalle scuole. Eppure, Sibilla Aleramo merita giustizia.

Fu una pioniera, una donna che rinasce dal dolore e si autodetermina, e proprio per questo spaventa. Cercarono di silenziarla, ma lei rispose diventando una voce che, dopo più di un secolo, ancora brucia. Forse è proprio per questo che non compare nei manuali: perché ricordarla significa ammettere che la sua lotta non è finita. Oggi, il suo nome va pronunciato con rispetto. La sua storia non è soltanto memoria, ma monito e promessa. Sibilla Aleramo ci insegna che l’identità di una donna non può essere cancellata, e che ogni parola scritta contro l’ingiustizia continua a vivere, come brace sotto la cenere, pronta a riaccendersi.

Gianni Milanese
Sono nato a Mogliano Veneto nel 1946. Dopo una lunga carriera militare mi sono dedicato alla libera professione come Consulente di Direzione ed Organizzazione, attività che ancora oggi svolgo con grande passione nell’ambito dello Studio Milanese®. Scrivere rappresenta per me un hobby come il Nordic Walking, la Barca a vela, la musica Jazz e l’impegno nel Volontariato. Ho scritto alcuni racconti lunghi e numerose poesie. Ma, fondamentalmente, quando mi metto alla tastiera lo faccio per me stesso e per chi sa ancora accendere la miccia dei sentimenti cioè per coloro che soffrono o gioiscono e che, come me, nello scrivere vivono una seconda vita. In tale ottica la mia scrittura non può essere giudicata come scontata, perché l’esistenza non lo è mai. Secondo me un racconto per toccare le corde deve essere dolceamaro come appunto lo è la vita. Dal 2021 collaboro con il mensile di attualità, cultura e società L’ECO di Mogliano e con altri periodici [Trevisani nel Mondo, D&V…]. Vivo e lavoro a Villorba, ridente cittadina a nord di Treviso, nel comprensorio del Parco naturalistico del fiume Storga.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here