Ornella Vanoni non c’è più. È difficile solo pensarlo perché questa signora della musica c’è sempre stata nella nostra vita con meravigliose canzoni ma soprattutto con una personalità davvero unica. Donna solo apparentemente forte ma in realtà fragilissima, si è sempre protetta con una ironia, a volte spietata, che non l’ha mai abbandonata, sia nei momenti di massimo successo che in quelli difficili della depressione.
“Non so cosa sia l’ego, lo sto aspettando da anni ma forse ormai è troppo tardi” ebbe a dire in una intervista di qualche anno fa.
Eppure, di motivi per “tirarsela” Ornella ne avrebbe avuti tanti. Scoperta giovanissima da Giorgio Strehler che se ne innamorò perdutamente, iniziò come aspirante attrice al Piccolo Teatro ma il suo mentore le inventò, in collaborazione con Dario Fo, Fiorenzo Carpi e Gino Negri, un repertorio basato su alcune antiche ballate dialettali, creando nuovi testi incentrati sul tema della malavita. Ed era davvero un contrasto affascinante sentire lei, bellissima ed elegante figlia dell’alta borghesia milanese, cantare le disavventure del povero ladruncolo finito a San Vittore che nonostante le botte non aveva voluto tradire i compagni: mi sont de quei che parlen no!
Dopo Strehler venne la stagione, finita praticamente solo ieri, della lunga liaison con Gino Paoli che per lei scrisse una delle più belle canzoni d’amore di sempre: “Senza fine”.
Ma Ornella non fu solo una grandissima interprete per la quale scrissero i maggiori talenti musicali italiani ma anche una musicista di razza, capace di trovare continue ispirazioni dai generi musicali più diversi, dalla musica brasiliana (memorabile la sua collaborazione con Vinicius de Moraes e Toquinho) al jazz, dal funky alla musica melodica italiana. E al contrario di Mina ( con la quale suo dire non è mai esistita una vera rivalità) non ha mai voluto lasciare la ribalta, misurandosi come attrice di cinema, come protagonista di commedie musicali (Rugantino), come personaggio televisivo a tutto tondo (la ricordiamo nella spassosa scenetta del “sarchiapone” spalla di Walter Chiari e Carlo Campanini) apparendo in trasmissioni di culto come Studio Uno e naturalmente partecipando a numerose edizioni del festival di Sanremo senza peraltro mai vincerne una nonostante avesse cantato capolavori assoluti come “La musica è finita” del 1967, firmata da Umberto Bindi e Franco Califano.
Al contrario di Mina, ritiratasi dalle scene al colmo del suo successo, Ornella ha sempre avuto bisogno del contatto epidermico con il suo pubblico sterminato e lo ha cercato fino all’ultimo, come dimostrano le ultime apparizioni meravigliose a Che tempo che fa dove, imbeccata a dovere da un adorante Fabio Fazio, ha fatto la parte della ragazzaccia ultranovantenne ipercritica verso tutto quello che non la convinceva troppo della società attuale alla quale non le mandava certo a dire.
“Posso dire d’ogni cosa che ho fatto a modo mio ma con che risultati non saprei” cantava.
I tuoi risultati, cara Ornella, resteranno nella storia dello spettacolo e nel cuore di tutti noi.


