Ogni anno, prima ancora che arrivi dicembre, entra in scena una gigantesca macchina schiacciavalori che trasforma tutto in merce, perfino la luce più antica – e più fragile – del Natale. Il richiamo all’acquisto è ovunque, continuo, insistito. Non invita a riflettere: invita semplicemente a comprare.
Così il vero tempio del Natale diventa il centro commerciale o il mercatino all’aperto. È lì che si radunano le folle e si compie il rito: non per cercare un senso, ma cibo, addobbi, oggetti da regalare. Che cosa stiamo celebrando davvero?
Il clima di festa dovrebbe farci ricordare la nascita di una figura immensa, che ha cambiato il corso della storia occidentale. Una nascita che, tuttavia, non ha portato la pace sperata. Erode, allora come oggi, ha fatto scorrere sangue innocente per difendere il proprio potere. E Gesù, sopravvissuto alla strage dei piccoli, non ha guidato il popolo contro gli oppressori: ripeteva che il suo regno non era di questo mondo. Il suo messaggio, impopolare e radicale, lo ha condotto alla tortura e alla crocifissione, ma indicava comunque la via per trovare il senso della vita.
Se ci guardiamo attorno possiamo dire, con sincerità, che quel messaggio è stato dimenticato. La nostra società non ha trovato la pace: trionfano disuguaglianze, ingiustizie, guerre, devastazioni ambientali. L’elenco è troppo lungo per continuarlo.
Eppure, persone illuminate non sono mancate. Con linguaggi diversi, hanno ripetuto la stessa intuizione fondamentale: per ritrovare il senso della vita occorre superare il richiamo della materia, dell’effimero, del consumo, e imparare la cooperazione con tutti gli esseri umani, con il mondo vegetale e animale, con l’intero pianeta.
Tra queste voci c’è quella di Federico Faggin, lo scienziato che ci ha dato il microprocessore e il touchscreen. Dopo fama e successi, ha intrapreso una lunga ricerca interiore: il computer può replicare la coscienza? Dopo trentacinque anni di studi, la sua risposta è chiara: l’essere umano non è una macchina. La coscienza è la dimensione in cui nascono il significato, il valore, il senso dell’esistenza; una dimensione interiore, non fisica, che ci fa percepire come parti-intere di un’unica entità. Siamo tutti parti-intere di quel Regno di cui parlava il Cristo le cui radici celebriamo a Natale.
E la scienza contemporanea, in molte sue frontiere, ci parla di un universo-cooperazione: un’unica realtà in cui ogni parte agisce in relazione con tutte le altre. Ritrovare il senso della vita significa riscoprire questa cooperazione profonda tra noi e ciò che vive, in questo e in altri mondi.
Questa è la dimensione spirituale che molti maestri – credenti, laici o scientifici – ci suggeriscono da anni. Non è vietato godere dell’atmosfera natalizia, delle luci, dei profumi, della musica. Ma non possiamo fermarci alla superficie. Mai come oggi questa festa dovrebbe essere l’occasione per ritrovare il senso della vita: allargando il raggio dell’amore oltre l’io, oltre la famiglia, oltre la nazione; riscoprendo la relazione con persone, natura, comunità, cultura, e con ciò che ci trascende; smettendo di vivere soltanto per sé stessi e iniziando a donare – perché il servizio scioglie l’ego e apre alla dimensione cosmica del Sé. Così, dentro di noi, può nascere la consapevolezza di appartenere al Tutto come parte-intera.
Per rendere concreto questo sguardo mi affido alla metafora di un coro. Un coro è fatto di tante voci differenti – maschili e femminili, chiare e scure, forti e delicate. Questa ricchezza, nelle mani di un buon direttore, diventa unità: diventa polifonia. Mogliano è ricca di cori, come è ricca di associazioni di volontariato e servizio.
Anche in ambito musicale si notano differenze tra gruppo e gruppo. Nel periodo natalizio abbondano i concerti: cori gospel, cori professionisti, affascinanti e impeccabili. Ma c’è anche la bellezza dei cori amatoriali, dove tutti possono cantare, pur con qualche imperfezione. Sono cori che mettono insieme tutte le voci in una paziente ricerca di equilibrio: sono l’immagine della nostra società, non perfetta, ma capace di includere, correggere, crescere.
Per questo, con spirito musicale e sociale insieme, è stato organizzato l’evento del 22 novembre a Campocroce, presso la Filanda Motta, già annunciato nel ildiarioonline “La tua voce conta, quindi canta!“, un momento per ritrovarsi e vivere l’esperienza del canto, della voce, della presenza reciproca. Tutti, anche chi solitamente non canta, sono invitati a riscoprire la propria forza interiore cantando insieme ad altri: il coro è cooperazione, è valorizzazione delle differenze, è un piccolo specchio del senso della vita.
E tante voci – amatoriali, parrocchiali, di bambini – si stringeranno nella piccola chiesa di Campocroce, il 21 dicembre 2025, alle 17:00, per offrire un’unica voce corale: la voce della volontà di cooperare, della ricerca condivisa di un messaggio antico, necessario e ancora da comprendere fino in fondo.


