Le ultime ore del Secondo Impero

Franz Xaver Winterhalter, L'imperatrice Eugenia, 1864, Castello di Compiègne

Si è parlato molto, in questi tempi, dei gioielli dell’imperatrice Eugenia, ma pochi si sono realmente chiesti cosa successe a questa sovrana e perché i suoi beni furono dispersi. Vorremmo con questo piccolo contributo raccontarvi gli ultimi giorni dello sfolgorante Secondo Impero.

Napoleone III, malato ma tenace, si trovava sul campo di Sedan, sperando con la sua presenza di donar coraggio all’esercito francese, seppure la sua evidente debilitazione fisica non sembrasse altro che un presagio dell’imminente fine.

A Parigi Eugenia viveva in uno stato di costante angoscia, preoccupata sia per la salute del marito che per le sorti della battaglia, dalla quale solo un miracolo avrebbe fatto sì che la Francia uscisse vittoriosa.

Alle Tuileries, residenza ufficiale dei sovrani, un gran via vai di diplomatici e amici popolava i saloni, molti l’aiutavano a trasferire i suoi gioielli e i suoi beni più preziosi fuori dai confini, nascosti in piccoli pacchetti e cassettine per non destar sospetti. Le sue fedeli dame portavano in salvo con piccoli forzieri e bauli i beni dell’imperatrice, tra cui i suoi famosi ventagli, per farli giungere ad amici e parenti negli stati confinanti.

Gli ambasciatori Metternich e Nigra continuavano ad insistere affinché l’imperatrice lasciasse Parigi, ma la tenace speranza di Eugenia la faceva desistere.

L’inevitabile accadde, e il 1° settembre 1870 Napoleone III fu catturato a Sedan dall’esercito prussiano. L’evento infiammò l’intera Francia e, quando il 4 settembre la notizia raggiunse Parigi, il popolo con in testa la Guardia Nazionale marciò sulle Tuileries. Eugenia rivide in quei tumulti il ripetersi degli eventi che portarono alla Rivoluzione francese, e quando i cancelli del palazzo vennero forzati, temendo di finire come la tanto amata Maria Antonietta, decise di fuggire.

Con l’aiuto della fidata dama Bebè racchiuse in un bauletto alcuni preziosi e, vestitasi in maniera semplice e spartana, si diede alla fuga. Optò, per evitare i rivoltosi, di passare per il Louvre, attraversando durante il tragitto quella galleria d’Apollo divenuta in questi tempi tanto nota per il furto dei suoi gioielli. Giunta ad un’uscita secondaria, salì sulla carrozza dell’americano Thomas W. Evans, suo dentista, che qui l’attendeva. Questi la nascose nella sua abitazione e facendola passare poi per una sua paziente, la condusse sulle coste della Normandia, da dove, tramite uno yacht privato, l’imperatrice raggiunse l’Inghilterra.

Posato il piede sulle coste inglesi Eugenia, che sino a quel momento aveva dimostrato una estrema fermezza e saldezza, scoppiò in lacrime, conscia di aver perso tutto, i suoi beni, la sua casa e la sua patria.

In Inghilterra Eugenia, ormai non più imperatrice, si trasferì a Chislehurst nel Kent, dove venne raggiunta in seguito dal figlio e dal marito.

Qui le dame, i diplomatici e gli amici, soprattutto Evans, continuarono a farle giungere i beni messi in salvo dalle razzie del suo palazzo.

La regina Vittoria, nonostante il grande attaccamento verso Eugenia, trovava la presenza dell’ex imperatrice nel suo regno piuttosto difficile da gestire e, sebbene in privato le mostrasse affetto, pubblicamente non appoggiò mai l’ex famiglia imperiale, trincerandosi dietro un neutrale silenzio e non aiutandola mai ufficialmente.

La vita dell’ex sovrana francese fu un susseguirsi di dispiaceri: la notizia del saccheggio delle Tuileries appena dopo la sua fuga, l’impossibilità di rientrare in possesso di molti dei suoi gioielli, tra cui il diadema in diamanti e perle donatole dal marito per il loro matrimonio, l’incendio della sua residenza nel 1871, la morte del marito nel 1873, la morte del figlio nel 1879, e la costante ma inevitabile vendita dei sui gioielli e dei preziosi ventagli per poter provvedere alle spese.

Gli ultimi dispiaceri li ebbe negli anni ’80 dell’800. Nel 1883 quel che rimaneva del suo palazzo fu abbattuto. Si trattò di una perdita che ferì profondamente la sovrana, le vennero cancellate le ultime simboliche vestigia di quella che fu la sua casa, facendole perdere quel solido riferimento al quale ripensava sempre con rimpianto.

L’incendio delle Tuileries in una stampa anonima acquerellata del maggio del 1871

Nel 1887 infine la Francia le riservò l’ultima sferzata. Con una sensibilità per l’arte che solo i politici sanno dimostrare, venne deciso di vendere i gioielli della corona per cancellare anche l’ultimo ricordo di un passato che non si voleva sopravvivesse.

Le belle parure dell’imperatrice e delle altre sovrane vennero smembrate e, cosa ancor più becera, si scastonarono da tutti i gioielli le pietre di maggiori dimensioni, sostituendole con paste di vetro, per esser vendute singolarmente; molti gioielli infine furono addirittura distrutti per vendere pietre e perle sciolte dalle montature.

Le aste, che si era preventivato avrebbero dovuto risanare le casse francesi e creare addirittura un surplus economico, furono un fallimento, tanto che si decise di sospendere le vendite e di immettere sul mercato in forma anonima i lotti rimanenti.

Uno tra i più bei patrimoni di preziosi d’Europa fu distrutto e svenduto, disperdendo a poco prezzo lo splendore di uno stato.

Eugenia assistette alla voluta dissoluzione di un’epoca dal suo esilio inglese, dolendosi di quanto quella che fu la sua patria arrivò a non amarla.

Pagina de “L’illustration” del 1887 che mostra parte dei gioielli appartenuti all’imperatrice Eugenia messi all’asta il 12 maggio di quell’anno
Andrea M. Basana
Di natali veneziani, si è sempre interessato all'arte, non solo lagunare. Il suo campo di ricerca sono le arti applicate, cosa che lo ha portato a tenere svariate conferenze in importanti realtà museali, tra cui le più degne di nota sono quelle del museo di palazzo Zuckermann a Padova e del museo di palazzo Fulcis a Belluno. Ha collaborato con varie riviste tra cui Ateneo Veneto, l'archivio di Belluno, Feltre e Cadore e l'Oadi di Palermo. Negli ultimi anni si è dedicato alla scoperta dell'arte e della cultura della Basilicata, pubblicando per testate locali e scrivendo in collaborazione con il prof. Santoliquido "Forenza Sacra", pubblicazione patrocinata dal Vescovo di Melfi, Rapolla e Venosa.

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