Dentro un impietoso mercato editoriale schiacciasassi ogni tanto si mettono in luce piccoli editori indipendenti seri. Per seri intendo quei casi che, ispirati da risoluti progetti di qualità letteraria, nonostante le contenute dimensioni aziendali hanno la capacità di cogliere e pubblicare, talvolta in anticipo, le voci più autorevoli della letteratura mondiale.
Non sempre la qualità si accompagna ad un successo economico duraturo, come è accaduto alla significativa Zandonai Editore di Rovereto che ha chiuso i battenti nel 2015. Presentava un catalogo di letteratura classica e contemporanea rivolto prevalentemente ad autori e autrici dell’Europa centro-orientale e particolare attenzione a quelli della ex Jugoslavia.
Ho il piacere (non è solo espressione formale di cortesia) di conoscere personalmente l’ex direttore editoriale Giuliano Geri. Oggi è confluito nell’importante gruppo Raetia di Bolzano dove è responsabile della divisione editoriale Alphabeta Verlag, con cui ho condiviso l’evoluzione del mio ultimo romanzo.
Tra i meriti a lui ascrivibili, di sensibile e competente professionista, è la scoperta, per quanto riguarda il nostro paese, del premio Nobel per la letteratura 2025: l’ungherese László Krasznahorkai.
D’accordo: il nome è impronunciabile. Tacciamo anche, per una volta, sulle inevitabili polemiche che fanno da corona a qualsiasi riconoscimento. Concedete, almeno, che i giudici del premio Nobel siano competenti osservatori del panorama internazionale e le loro scelte, pur sempre opinabili com’è normale su questa Terra, siano rispettabili e non azzardate.
Ho dunque chiesto a Geri di parlarmi di com’era venuto in contatto con l’attuale premio Nobel:
“Avendo già pubblicato uno dei grandi autori ungheresi, Peter Nadas (anch’egli da molti anni in odore di Nobel), fui invitato dall’Hungarian Book Foundation (un ente statale che finanziava le traduzioni) a trascorrere alcuni giorni a Budapest insieme ad altri responsabili di case editrici europee. Fu in quella occasione (primavera 2010) che volli conoscere László Krasznahorkai.”
Molto curiose risultano le note e le sensazioni che Giuliano Geri aveva provato al cospetto di un autore consapevole della propria statura. Riporto qui i suoi appunti, ripresi anche da altri media, per la freschezza con cui racconta l’episodio singolare:
“Budapest, primavera 2010. Mi dette appuntamento di pomeriggio da Írók Boltja, una libreria storica nella centralissima via Andrássy. Era il posto giusto per conoscerci. Io avevo letto in traduzione tedesca due suoi romanzi e una raccolta di racconti, ed ero comprensibilmente intimorito. Lui si presentò con un’espressione ieratica, uno sguardo sospeso tra autorità e mistero, illuminato da due occhi turchese. Vestito di nero, cappello a falde anch’esso nero, sembrava una figura sacerdotale. Accennò un sorriso in cui si intravedeva una traccia di fanciullesco, ma forse mi ingannavo. Osservandolo, cominciò subito a risuonarmi dentro una delle melodie ipnotiche e malinconiche di Mihály Víg. Mi indicò alcuni classici della letteratura ungherese e un paio di autori nuovi a detta sua interessanti. Parlava a voce molto bassa.
Dopo aver acquistato due libri e scambiato con la commessa alla cassa un silenzioso cenno di cordialità familiare, mi propose di trasferirci in una famosa pasticceria nelle vicinanze, l’ottocentesco Caffè Gerbeaud. Dovevo assolutamente assaggiare la torta Dobos, specialità della casa. Quando la servirono sul tavolino di marmo screziato, quell’evanescente tratto fanciullesco aprì improvvisamente in lui un ventaglio di sensazioni che andava dalla meraviglia alla beatitudine. Per me che non amo i dolci fu un macigno nello stomaco, alleggerito però da tre caffè uno di seguito all’altro e dalla compostezza quasi solenne delle sue parole perlopiù sussurrate in un inglese elegante, dalla chiarezza che sprigionava il loro flusso lento e avvolgente. Alle mie domande rispondeva compiendo un percorso logico meditato, ma senza alcuna apparente delimitazione.
Mi raccontò la storia della sua famiglia, alternò descrizioni di campagne e divagazioni universali, piccole gesta di musicisti e di ubriachi. Quell’uomo era la sua prosa. Impiegò tre quarti d’ora per finire la fetta di Dobos. Altrettanto, credo, per la seconda, che io gentilmente, ma fermamente, avevo rifiutato. La dilatazione onirica e raddolcita del tempo. Fu dopo l’ultima sua forchettata che gli domandai perché un autore della sua grandezza non fosse stato ancora tradotto e pubblicato in Italia.
Sollevò gli occhi e mi sorrise, stavolta sardonico. «A quanto pare lo sarò» rispose. E così, emozionato, gli proposi subito di tradurre Satantango, e lui accettò, a patto che la sua agente fosse d’accordo e il traduttore o la traduttrice di provata esperienza. Passammo poi a parlare di Béla Tarr e lì i racconti diventarono gustosi aneddoti: quella magica combinazione di anime – regista e scrittore – riservava più curiosità che non chissà quali sublimi connubi creativi. E tra un aneddoto e l’altro finimmo a discorrere delle Armonie di Werckmeister, della danza iniziale e della psicologia delle masse. Quando uscimmo dal Gerbeaud stava calando la sera.
Si congedò con una posa aristocratica, quasi da scena finale, e nella stretta di mano ogni dubbio si dissolse. Avrei pubblicato “Melancolia della resistenza”. Camminando su via Andrássy e fischiettando quella melodia, pensai a dove trovare una balena. Qualche tempo dopo persi il mio lavoro, purtroppo prima dell’uscita del romanzo tradotto da Bruno Ventavoli. Ma da allora in poi avrei aperto i suoi libri lasciando che fosse la sua voce a leggermeli. La voce di. Uno dei Nobel più giusti e meritati.”
Circa la scelta dei giudici, nuovamente spiazzante, che non ha ancora premiato autori più acclamati e abbordabili come ad esempio Roth, Murakami o Mc Ewan, Geri commenta:
“Non mi stupisce questa reazione. La grande letteratura esiste da poco più di duecento anni. Ed è un genere che va morendo. I romanzi e i racconti di Krasznahorkai hanno un incedere quasi ottocentesco, incompatibile con i canoni attuali”.
Melancolia della resistenza vide la luce in traduzione nel 2013, quando oramai Geri aveva già lasciato la Zandonai. Ma a lui spetta il merito di aver tracciato la strada alla conoscenza di László Krasznahorkai. Per chi voglia farne la conoscenza, l’editore Bompiani ha rilevato i diritti e pubblicato sette delle sue opere.


