mercoledì, 21 Gennaio 2026
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UCRAINA: VIAGGIO LUNGO LA LINEA DEL FRONTE – Sumi

SUMI

Inizia oggi il primo di tre articoli del reportage del viaggio in Ucraina
di Christian Eccher collaboratore della nostra testata.


  •           SUMI

Il viaggio in treno da Kyiv a Sumi dura circa cinque ore. Sumi è una città ucraina che si trova a 20 km dal confine russo e, oggi, a soli quindici km dal fronte. La stazione ferroviaria è presidiata dalla polizia militare che controlla i documenti di tutti i passeggeri in arrivo. Un lungo viale porta al ponte sul fiume Psel e alla piazza dell’Indipendenza, completamente deserta. Al centro della piazza, i cartelloni con le foto dei militari di Sumi morti al fronte; a destra, il palazzo in stile socialista della sede della regione, colpito per ben tre volte dai missili russi. Le finestre sono coperte con delle assi di compensato e l’edificio appare così cieco e sordo, abbandonato a sé stesso. A sinistra della piazza, alcuni edifici privati, ancora in parte abitati, che portano gli sfregi crudi e impietosi dei bombardamenti crudeli da parte dell’esercito russo.

Dalla parte opposta, dove finisce la piazza Indipendenza comincia la via Saborna, che porta alla zona più viva e centrale della città. È sabato mattina, c’è poca gente in giro; a Sumi si respira la stessa atmosfera di sospensione e logorante attesa presente in tutte le città vicine al fronte, in particolare a Kharkiv. La tranquillità è momentanea; nel pomeriggio, se non nella notte o al massimo domani, i russi torneranno a colpire Sumi con droni e missili. I segni dei loro attacchi sono ovunque, ma lungo la via Petropavliska, che altro non è che il proseguimento della Saborna, sono ancora visibili i segni del vile bombardamento del 13 aprile scorso, quando un missile russo ha ucciso almeno 35 persone, ne ha ferite 129 e distrutto due edifici, uno dei quali è ancora completamente sventrato e l’asfalto è butterato a causa delle schegge volate ovunque dopo l’esplosione. Gli alberi sono anneriti e alcuni senza rami, di loro è rimasto solo il tronco. Non c’era alcuna ragione bellica per colpire questa parte della città e ammazzare innocenti cittadini che in quel momento stavano andando in centro o a messa nella vicina chiesa ortodossa, dato che era la Domenica delle Palme. Si è trattato di un atto terroristico vero e proprio da parte del Cremlino, un esempio di cattiveria pura e gratuita.

A poche decine di metri dal palazzo colpito, c’è l’edificio in stile neoclassico della filarmonica. All’interno, si svolge un concerto di musica da camera; il pubblico, una ventina di persone, ascolta con attenzione la soprano che, insieme a una violinista e una pianista, esegue musiche di Debussy e di altri compositori romantici francesi.

Sumi, Filarmonica

Sumi e l’Ucraina non si arrendono, la vita continua a ogni costo, nonostante i russi siano alle porte della città. È ormai sera; i concerti si svolgono solitamente alle 17, in maniera tale che tutti possano tornare a casa all’imbrunire, prima del coprifuoco delle 23 e quando i russi cominciano a spedire droni sulla città. Fa già freddo, l’autunno arriva da un giorno all’altro in queste zone continentali dell’Ucraina. Lungo la via Petropavliska, qualcuno passeggia con il proprio cane. Una signora cura l’aiuola fiorita davanti casa. Sulle panchine, gruppi di adolescenti parlano fra loro e ridono ad alta voce. Nell’ora in cui i rumori della città si attenuano, in lontananza si sentono i rimbombi dei combattimenti al fronte, che andranno avanti per tutta la notte. Di media, si sentono distintamente almeno tre colpi al minuto. Un signore anziano, che passeggia a braccetto con la moglie, mi dice: “È da 4 anni che andiamo avanti così. Vedrai, ti abituerai anche tu a questi rumori”. Il signore ha ragione. Tornato in hotel, già verso mezzanotte mi addormento, quasi cullato dai suoni cupi del fronte. Verso le 4 del mattino, un boato più forte degli altri mi sveglia all’improvviso. Mi affaccio alla finestra, il cielo è stellato, si intravvede il campanile della cattedrale, le luci della città sono spente. Sul muro del palazzo di fronte, vedo dei bagliori: un drone ha colpito un magazzino in città e si è sviluppato un grosso incendio. All’alba, su consiglio di alcuni amici di Kharkiv, decido di partire: è troppo pericoloso restare a Sumi, è solo questione di tempo, la possibilità che mi colpisca un missile o un drone è molto alta. Mi avvio a piedi alla stazione. Albeggia, le stelle lentamente scompaiono; arrivo alla stazione, il punto della città più vicina al fronte. Si vede del fumo in lontananza e si distinguono perfettamente i colpi delle granate e quelli, più forti e cupi, dei missili. Per capire meglio che cosa stia accadendo al fronte, torno a Kyiv, dove mi aspettano gli amici Gigi, famosissimo giornalista e amico italiano e Oksana, una traduttrice, attivista estremamente brava e intelligente; insieme andremo nella sede dalla start up Soko (il nome è inventato), che si occupa di droni e nuovi sistemi informatici bellici.

Kyiv, Nella sede della Soko
Kyiv

Igor e Aleksandar, i fondatori della Soko, ci accolgono in un ufficio del centro di Kyiv. Non è la sede della start up, ma una sala presa appositamente in affitto per questo incontro. Igor ci spiega quale sia il fine delle ricerche della Soko: “Il sistema che stiamo sviluppando consiste in mini-radar, delle dimensioni di uno zaino, da sistemare al fronte per confondere i droni nemici. Finora, si utilizzavano antenne enormi, facili da individuare e quindi da colpire. Adesso, grazie a questi mini-radar che sistemiamo lungo la linea del fronte, riusciamo a confondere i droni nemici e a guidare i nostri in maniera sicura e prolungata, senza che il nemico riesca a distruggere i sistemi di controllo”. Aleksandar, che è pilota di droni, informatico e soldato, ci spiega che cosa sta accadendo al fronte. “Durante la Prima guerra mondiale, i soldati nemici sistemati in trincee opposte potevano parlare fra loro, sentivano il nemico respirare. Durante la Seconda guerra mondiale, lungo la linea del fronte c’erano i tank, da una parte e dall’altra, e si sparavano addosso a vista.

Adesso, dopo l’invasione russa, tutto è cambiato – dice Aleksandar con la sicurezza pedagogica di chi conosce davvero la situazione – abbiamo le trincee, da una parte i russi, dall’altra gli ucraini. In mezzo c’è la cosiddetta “kill zone”, un’area che, a seconda del numero di armi e soldati presenti dall’una e dall’altra parte, può variare da alcune centinaia di metri fino a 40 km. In questa zona vola di tutto, droni, missili, ed è impossibile stare lì. I russi cercano di attraversare questa zona con le motociclette, ma difficilmente raggiungono le linee nemiche. Ecco, in questa “kill zone” si gioca la guerra tecnologica. In questa zona bisogna agire e confondere i droni nemici prima che arrivino alle trincee e uccidano i nostri soldati. La nostra start up inventa nuovi sistemi di confusione e di controllo dei droni”.

Igor aggiunge un dato molto importante: “Quello che voi giornalisti vedete, per esempio i combattimenti al fronte, è solo la punta di un iceberg. Dietro c’è un’organizzazione colossale, che comprende un coordinamento fondamentale e preciso fra Stato, esercito, soldati e start up. Ci sono molte aziende come la nostra che lavorano sulla tecnologia; non siamo in concorrenza, ma in simbiosi, ognuno di noi è specializzato su un determinato settore. Noi sui sistemi di comunicazione e sui radio sensori che puntino a superare il GPS, qualcun altro lavora sui droni, qualcun altro ancora sugli esplosivi da utilizzare… Qualsiasi novità tecnologica, anche quelle che nascono negli USA o in Giappone, vengono sperimentate qui  in Ucraina, al fronte. Il gioco è arrivare prima del nemico sul progresso tecnologico; il nostro Paese è in questo momento un grande campo di sperimentazione, forse il più grande al mondo, e stiamo cambiando il modo di fare la guerra. È finito il conflitto corazzato, comincia quello tecnologico”.

Saluto Igor e Aleksandar.

Proseguo il viaggio verso la città di Umanj, insieme a Gigi e Oksana dove assisteremo al Rosh Hashanah, la festa ebraica a cui dedicherò un reportage a parte. Da Umanj mi unirò a un gruppo di volontari che portano aiuti per il fronte e andrò in una zona vietata, in cui nessuno può entrare senza un permesso speciale, per poi proseguire verso Dnipro e Zaporizha.


Il reportage dall’Ucraina di Christian Eccher continua con la pubblicazione
del secondo articolo il 16/10/2025 dal titolo: UCRAINA: VIAGGIO LUNGO LA LINEA DEL FRONTE – Più vicino al fronte
e del terzo articolo il 17/09/2025 dal titolo: UCRAINA: VIAGGIO LUNGO LA LINEA DEL FRONTE – Dnipro e Zaporizha

Christian Eccher
Christian Eccher è nato a Basilea nel 1977. Si è laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ha anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. È professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero si dedica al giornalismo. Si occupa principalmente di geopoetica e i suoi reportage sono raccolti nei libri Vento di Terra: Miniature geopoetiche, Esimdé e Kàrhozat. In Serbia è collaboratore assiduo della rivista di opposizione Danas

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