Si è votato in Val d’Aosta, nelle Marche e in Calabria.
Prestissimo si voterà in Toscana e a novembre in Veneto, Puglia e Campania.
La piccola Val d’Aosta non conta.
Non era valutata nel peso delle previsioni.
Ma le altre regioni sì.
Solo che leggendo i giornali e sentendo le trasmissioni televisive ho scoperto la mia “meraviglia”.
“Il campo largo del centro sinistra perde in Calabria e nelle Marche.
Sconfitta della Schlein e di Conte.
I riformisti dentro il PD si ribellano”.
Non so francamente che pensare.
Allora quando e se il campo largo vincesse in Toscana sarà la conferma del contrario?
E Puglia e Campania segneranno il trionfo mentre il Veneto lo negherà?
Idiozie inutili.
I cambiamenti segnano la politica.
E qui di cambiamenti forti non ce n’è.
L’Umbria e la Sardegna sono stati segnali veri perché si è passati dal centro destra al centro sinistra.
Marche e Calabria erano centro destra e tali sono rimaste.
E la valutazione sui risultati dei singoli partiti sarà utile farla alla fine, a bocce ferme.
Detto questo bisogna guardare dentro il voto e scoprire le vere novità.
Perché altrimenti tutto è solo banale.
Intanto c’è un dato fondamentale di cui prendere atto.
Non mi pare che permanga quell’elemento che segnò la politica italiana per molto tempo e cioè la volatilità del voto.
Vi ricordate che per molti partiti vi fu la fase dell’altare e quella della polvere?
Lega, Partito Democratico, 5 Stelle, ad esempio, furono nulla e tutto in poco tempo.
Ora questa fase pare finita.
C’è un arroccamento delle percentuali e la scena rimane stabile.
Casomai si dimostrano invalicabili vecchie definizioni che qualcuno credeva depositate nel giardino dei ricordi: destra e sinistra.
Le dichiarazioni, gli appelli, gli indirizzi sono sempre più espliciti.
Non ci si confonde facilmente.
Ma questo appare sempre di più un dato europeo, non solo italiano.

C’è però qualcuno che cresce a dismisura.
Ed è chi non vota più.
Insisto su una mia valutazione a questo riguardo.
La politica che si dichiara preoccupata e tormentata dalla disaffezione dei cittadini a volte mente.
Pochi votanti vogliono dire alcune cose precise: meno gente a cui rispondere e quindi meno lavoro e meno preoccupazioni.
Dall’altra il non voto permette di valutare l’importanza anche di piccoli spostamenti, di cambiamenti di schieramento, di modificazioni di alleanza.
Insomma “piccolo è bello” si potrebbe dire con una forzatura.
Ma c’è di più.
Se il voto riduce il numero dei partecipanti la “forza organizzata” di un partito diviene decisiva.
È la rivincita del Novecento.
E qualcuno in Italia lo ha capito e non è la sinistra.
Se poi aggiungiamo le nuove forme della comunicazione ci rendiamo contro della vera rivoluzione che esse generano: non sono più strumento da utilizzare o luogo d’espressione.
Sono un “soggetto” comportamentale evidente perché conta, coinvolge, incita e genera.
Vuol dire soggetto libero e autonomo? Nemmeno per idea.
Ma “soggetto” sì.
Che conta anche se è servo di qualcuno o pedina di qualcosa.
E anche se è funzionale a disegni indicibili.
Però è.
Ma questa riflessione apre un altro ragionamento.
Si può fare politica solo quando si va a votare?
E non è forse questo un motivo per tanti di non avere più alcuna fiducia nella politica?
Insomma pare possibile a qualcuno che l’iniziativa politica viva solo il fine settimana?
E questo vale a tutti i livelli e per tutti i problemi.
Soprattutto vale per le dimensioni sociali.
Non si può solo credere che alla gente basti deputare.
Troppo comodo.
Tornare nella società, riprendere le fila dei racconti e delle poesie che la natura e le persone narrano, evitare di guardare soltanto, sentire i rumori degli animi e della realtà.
Questo si chiede alla politica.
E ciò vuol dire partiti tutt’altro che leggeri, presenza strutturata ed organizzata, sindacati che si occupano di tutta la complessità sociale, ripresa delle istanze associative.
Partiti con la P maiuscola, naturalmente.
Ed etica.
Che vuol dire che chi è nelle istituzioni non può e non deve essere mille miglia lontano da chi lo ha eletto per condizioni di vita, di salario e di opportunità.
È questo populismo di sinistra?
Non scherziamo.
È riconoscibilità di intenti e di prospettive.

C’è poi una sensazione che va approfondita.
Si chiama “scopo”.
E cioè rispondere a una domanda: qual è lo scopo della politica e come si rappresenta?
Io penso che serva un intreccio che non sempre vedo.
Tra dimensione del futuro che si intravvede e proposte concrete che si fanno.
So che molti diranno che è il potere la dimensione che si raggiunge con la politica ed io capisco perfettamente questo assunto.
Mai stato un’”anima bella”.
Ma il potere da solo è arido o viscido e diventa inutile, per me.
Allora occorrono visione di futuro, concretezza di proposte da realizzare e potere per poi poter fare sul serio.
E se vogliamo tirar fuori dalle case i vecchi delusi che sognavano, dialogare con i ragazzi che non capiscono o non “badano”, ritornare a parlare con quelli che pensano di non contare nulla, e riaprire porte chiuse e serrate dobbiamo farlo e saperlo fare.
Qualcuno può pensare che ciò che ho scritto vale solo per la sinistra e nasce dalla storia che ho vissuto.
Non è così.
Vale per la democrazia del nostro Paese, conta per chi pensa di non contare, si pone per chi ha speranza e non vuole cedere al buio che non ha colore.
E le elezioni non sono uno scherzo.
Sono il segnale, il metro, la misura.
Ecco perché serve capire e guardare.
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”


