mercoledì, 21 Gennaio 2026
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Dal linguaggio dell’odio alla parola che unisce

Durante l’orazione funebre per l’attivista ucciso Kirck, il presidente Donald Trump ha pronunciato queste parole:

«Less than two weeks ago, our country was robbed of one of the brightest lights. The gun was pointed at him, but the bullet was aimed at all of us. He did not hate his opponents. He wanted the best for them. That’s where I disagreed with Charlie. I hate my opponent.»

«Meno di due settimane fa, il nostro Paese è stato privato di una delle luci più luminose. La pistola era puntata contro di lui, ma il proiettile era diretto contro tutti noi. Lui non odiava i suoi avversari. Voleva il meglio per loro. È lì che io non ero d’accordo con Charlie. Io odio il mio avversario.»

Parole che hanno destato scalpore non solo per il contenuto, ma per il contesto: pronunciate non da un militante di partito, ma da un Presidente degli Stati Uniti, cioè il rappresentante di tutti i cittadini.

Il giornalista Massimo Gramellini ha così commentato:

«Lui è il Presidente di tutti gli americani, sta dicendo: io odio metà di voi. Siamo entrati nell’epoca di una guerra civile di parole. Ormai c’è una divisione e non riusciamo più a comunicare. Noi contro loro, non c’è più la possibilità di dialogare. Anzi, chi prova a dialogare viene vissuto come un ipocrita, un falso, uno snob. La mia preoccupazione è questa: che a forza di una guerra civile di parole poi non diventi qualcosa di peggio.»

La riflessione richiama una domanda urgente: in democrazia si può dire proprio tutto, anche l’odio?

Un breve confronto storico mostra quanto il linguaggio istituzionale possa cambiare la percezione collettiva:

  • Lincoln parlava di “malice toward none, charity for all” («senza malanimo verso nessuno, con carità per tutti»), cercando la riconciliazione dopo la guerra civile.
  • Kennedy invitava gli americani a unirsi in uno sforzo comune: «Non chiederti cosa il Paese possa fare per te, chiediti cosa tu possa fare per il Paese».
  • Obama ricordava: «Non c’è un’America liberale e un’America conservatrice: ci sono gli Stati Uniti d’America».

In Italia, lo stesso spirito ha animato figure come:

  • Enrico Berlinguer, che nel proporre il “compromesso storico” usava rispetto verso l’avversario.
  • Aldo Moro, maestro di dialogo e mediazione anche in tempi di forti contrapposizioni.
  • Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, che pur con fermezza non parlava mai di odio, ma di giustizia e fratellanza.

Il linguaggio politico non è un semplice strumento retorico: plasma la coscienza sociale. Un Capo di Stato che dice «odio il mio avversario» legittima il conflitto come unica modalità di relazione. Un leader che parla di riconciliazione, invece, apre la strada alla coesione. Nelle democrazie fragili, la parola d’odio non resta neutra: scava fossati, legittima l’esclusione, prepara lo scontro.

Secondo la filosofia di Prabhat Ranjan Sarkar, fondatore del Neoumanesimo, il linguaggio deve rispondere a un principio etico universale: la veridicità benevola (satya), cioè una verità che non ferisca, ma elevi. Le parole non sono semplici suoni: hanno potere creativo, possono distruggere o unire.

Il Neoumanesimo invita a usare il linguaggio per ampliare il senso di appartenenza, non per restringerlo. Non noi contro loro, ma tutti come parte di una stessa famiglia universale. La parola giusta diventa strumento di guarigione sociale e di fratellanza planetaria.

La guerra civile di parole è già realtà: la vediamo nelle piazze, sui social, nei discorsi politici. Ma proprio per questo il compito di chi parla in pubblico — e ancor più di chi guida un popolo — è di scegliere parole che non avvelenino, ma che aprano orizzonti.

Da Lincoln a Pertini, da Obama a Moro, la lezione è chiara: le parole possono costruire ponti. La sfida del presente è riprendere quella responsabilità, trasformando il linguaggio da arma di divisione a seme di unione.

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