La solidarietà come chiave di volta, quando la coscienza si fa politica

C’è chi in questi giorni ha gridato per la Palestina, e chi ha gridato contro chi gridava. Si può discutere dello sciopero, delle forme, dei simboli. Ma prima di tutto dovremmo domandarci che cosa spinge migliaia di persone — giovani, lavoratori, donne, uomini comuni — a scendere in piazza per un popolo lontano. Non è ideologia, né moda. È un bisogno di giustizia, di riconoscimento, di umanità condivisa e soprattutto solidarietà.

Non dobbiamo avere paura di chi protesta, ma di chi tace. Eppure, la protesta e l’indignazione, pur necessarie da sole non bastano: la voce che denuncia deve diventare parola che costruisce, in parole povere deve diventare politica. Lo ricordava Savino Pezzotta ex segretario della Cisl in un suo editoriale, quando invitava a non ridurre la società al suo apparato politico, ma a riscoprire la forza generativa delle coscienze.

La storia cambia quando qualcuno rompe il silenzio, questo può essere la conseguenza delle manifestazioni. Non si tratta solamente di dire no alla guerra, serve farsi ponte, aprire spazi, riconoscere la sofferenza senza trasformarla in arma. La solidarietà è la chiave di volta che va compresa. Solidarietà è un metodo e un merito, un modo di essere e un contenuto da proporre. È un modo di guardare il mondo, di organizzare la convivenza, di dare senso alla politica. Significa parlare di sanità, welfare, lavoro e scuola.

Sì, oggi serve indignarsi. Ma serve anche pensare, costruire, unire. È in quell’incontro — fragile, faticoso, ma reale — che la democrazia ritrova se stessa.

E se qualcosa ci deve restare da questi giorni, sia la scoperta che la società, ancora, sa commuoversi per gli altri.

Da lì può rinascere tutto.

Christian De Pellegrin
Vive a Belluno, ha 44 anni. Ex sindacalista, si interessa di politica, storia e temi legati al mondo del lavoro e alla vita delle comunità di montagna.

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