Venezia, venerdì scorso — nel giorno scelto per lo sciopero generale nazionale in solidarietà con Gaza e la Global Sumud Flotilla — la città lagunare è divenuta teatro di una mobilitazione che ha inteso incarnare un messaggio radicale: bloccare tutto — strade, ferrovie, mobilità urbana — per rompere l’assordante silenzio del governo sulla tragedia che si consuma nella Striscia di Gaza.
La partecipazione è stata imponente: da Mestre e da Venezia città si sono mossi due cortei che, unendosi, hanno affollato il Ponte della Libertà e bloccato il collegamento tra terraferma e città storica. Secondo la Questura, i manifestanti sono stati circa 20-25.000, mentre gli organizzatori parlano di oltre 30.000 presenze.
La chiamata “Blocchiamo tutto” non è stata simbolica, ma concreta: chiudere la mobilità, interrompere i percorsi consueti, ostacolare lo scorrere della routine quotidiana — per costringere lo sguardo pubblico su una tragedia che non può più passare inosservata.
Dietro la retorica diplomatica, le cifre e le testimonianze svelano un dramma inaudito: decine di migliaia di civili sono già morti nel conflitto; tra questi, una quota enorme di donne e bambini. Le infrastrutture sono state rase al suolo: ospedali attaccati, reti idriche distrutte, macerie ovunque.
La popolazione sopravvive senza elettricità, acqua potabile, né cibo sufficiente. Molti muoiono non solo per le bombe, ma per fame, malattie, condizioni igieniche inumane.
Ma ciò che fa veramente indignare è il silenzio del governo italiano. La sua neutralità si è trasformata in una forma di complicità, perché non prendere posizione davanti a un genocidio significa accettarlo.
Secondo i dati dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) — l’Italia figura tra i principali esportatori europei di armi verso Israele, con esportazioni militari per oltre 30 milioni di euro nel solo 2024.
Dunque, le bombe che distruggono ospedali e scuole a Gaza sono spesso costruite anche con tecnologia italiana.
In netto contrasto, la Spagna ha scelto una via di rottura, sospendendo già nella primavera 2024 tutte le licenze di esportazione militare verso Israele e chiedendo ufficialmente il riconoscimento dello Stato di Palestina. Il governo di Pedro Sánchez ha perfino vietato l’atterraggio in territorio spagnolo di aerei statunitensi che trasportano armi per Israele.
Ma anche Venezia, con la sua bellezza antica e il suo respiro fragile, ha ospitato venerdì un sacrificio collettivo: la ferocia di Gaza non resti una notizia a spot, relegata alla cronaca estera. Che diventi memoria, coscienza, impegno concreto.


