martedì, 20 Gennaio 2026
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Resia, lo sfregio con frode a un piccolo popolo di confine

All’incrocio fra Italia, Austria e Svizzera, due emblematici simboli del Novecento: il campanile semisommerso nel lago ricorda l’amara sorte toccata a due antichi borghi dell’Alto Adige, sacrificati agli interessi dell’economia. I relitti dei bunker fatti costruire nella zona dal fascismo, raccontano della storica diffidenza fra maggioranza italiana e minoranza tedesca

Panorama del lago di Resia, visto dal bosco sopra il paese. Foto: VALERIO DI DONATO

Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “ILDIARIOonline


L’ironia è una dote che Ludwig Schöpf, instancabile rianimatore di storie sepolte, maneggia con consumata abilità. Sa quando caricarla di acido sarcasmo o stemperarla in più leggero umorismo. Se accenna alla moglie indulgente, che “da quarant’anni mi sopporta nella mia totale dedizione agli altri e un po’ meno a lei, però è contenta di avermi fuori dai piedi”, allora sorride beffardo e furbetto ingentilendo il suo italiano sincopato, reso involontariamente grave dall’accento tedesco. Se invece, facendoti strada dentro il relitto perfettamente conservato di un umido bunker a un chilometro e mezzo dall’Austria, ti spiega per filo e per segno la vita degli alpini di leva costretti fino ai primi anni Novanta a inutili turni settimanali di guardia, allora il tono cambia e arriva la stilettata. I poveretti, racconta, “erano obbligati a stare appostati dietro le feritoie con maschera antigas al seguito e il dito pronto sul grilletto”.

E aggiunge, offrendo la sua lettura geopolitica della faccenda: “C’era forse un concreto pericolo di invasione da noi nel dopoguerra? No di certo, ma noi restavamo pur sempre degli altoatesini!”. Sottinteso: “Persone sospette. Non amate dagli italiani almeno tanto quanto noi non amavamo loro”. Reminiscenza culturale di una questione vecchia di almeno un secolo, che il fascismo aveva portato all’esasperazione e la democrazia risolto definitivamente sul piano politico solo nel 1992, sbloccando l’accordo sul cosiddetto “Pacchetto per l’Alto Adige” firmato da Roma e Vienna nel 1969. La lingua batte, però, dove il dente duole e come il cuore comanda.

Ludwig Schöpf.
Foto: VALERIO DI DONATO

Emblema di un’irreparabile frattura
La conversazione si svolge in un pomeriggio di inizio settembre, nel bosco che ossigena l’aria sopra Resia, una delle tre frazioni – con San Valentino alla Muta e Vallelunga – del Comune di Curon Venosta, due chilometri più a sud. Curon è anche il paese del famoso campanile romanico che sbuca dal lago come una matita gigante rovesciata, emblema di una irreparabile frattura fra l’ambiente e l’uomo, coperta ma non cancellata dall’acqua. Molti si fermano di passaggio, altri ci arrivano di proposito, attirati dall’insolito scenario. Immancabile il selfie divertito, con il pittoresco manufatto in secondo piano. Chi ha tempo passeggia o pedala sull’ottima ciclopedonale che cinge a corona lo specchio lacustre. C’è persino un fazzoletto di spiaggia sassosa, gremita di bagnanti più occupati a catturare i raggi del sole che i misteri nascosti nei fondali, di cui il dito di pietra puntato al cielo in un disperato gesto d’accusa, è l’unica traccia visibile.
E invece, se ho chiesto aiuto a Ludwig Schöpf, conosciuto per essere un custode appassionato di memorie affondate, è stato proprio per scoperchiarli, i segreti del lago. Per capire cosa resta, in un mondo tanto distratto e incapace di apprendere buone lezioni dal passato, di una tragedia collettiva che ricorda il disastro del Vajont non certo per dinamica, e soprattutto gravità, ma per quella brama predatoria unita a colpevole negligenza tipica di certo capitalismo delle “grandi opere”. Incurante degli equilibri garantiti dalla natura e indifferente alla dignità delle persone.
È con lui che ci inoltriamo nella discarica della Storia. L’isola necrologica dove, accanto alle colpe della politica, ai cinismi spietati dell’economia, ai conti mai fatti dai popoli con il proprio passato, si smaltiscono gli errori più scabrosi o indifendibili. Fra questi, gli eventi odiosi del lago artificiale di Resia in Val Venosta, della diga del Vajont a Longarone, del Ponte Morandi collassato a Genova.
Poi, è saltata fuori la vicenda, che sarebbe più calzante definire incredibile “pantomima”, del mastodontico apparato difensivo approntato qui dal fascismo – con otto bunker, uno solo dei quali recuperato e visitabile, e una barriera a “denti di drago” addossato alla linea di confine – per contrastare una paventata invasione da Nord. Quattro anni di fortificazioni, dal 1938 al 1942, quando già da due anni la presunta preda, l’Italia di Mussolini, era legata da un patto di ferro, anzi “d’acciaio”, al sospetto predatore, il Terzo Reich di Hitler, che aveva divorato con un facile boccone la debole Austria post-asburgica. Il punto non è la diretta connessione fra i due fatti, che evidentemente non c’è, ma la coesistenza nello stesso ristretto spazio geografico di due significativi simboli novecenteschi: il campanile offeso e il bunker difeso. Intatte testimonianze della notte della civiltà in Europa e della potenza assoluta del male quando riesce a prevalere, diventando sistema e arbitro della vita e della morte. Con una predilezione manifesta per la seconda.

Un angolo appartato
Questo angolo appartato di Alto Adige, che piace sempre più per la sua vocazione all’accoglienza ecosostenibile, ha pagato un tributo più pesante che altrove alla furia dei totalitarismi, alla prepotenza del profitto e alla miopia della politica. Anche in era democratica e repubblicana, purtroppo. Di questa strana storia “di cui nei giorni nostri s’è persa la memoria”, canterebbe Francesco De Gregori, il maestro in pensione Ludwig, a 73 anni, è la voce narrante per eccellenza. E quando, a un certo punto, ti viene naturale chiedergli perché invece di invecchiare più comodamente godendosi il tempo libero, lui faccia le maratone accompagnando turisti, scolaresche e giornalisti curiosi in una spola ossessivamente duale fra il campanile e il bunker, il bunker e il campanile. Senza contare, come segretario dell’associazione culturale “Oculus”, le conferenze, gli incontri divulgativi, le mostre fotografiche, che organizza da anni a ripetizione con immutato fervore. E aggiungiamoci, infine, le lezioni pratiche tenute una tantum ai bambini delle elementari, che le adorano, sulla lavorazione del legno o sugli estinti mestieri locali. Ebbene, a tutte queste domande lui risponde tranquillo che il problema non è quello di “annoiarsi”, e anzi appena può se ne scappa a sciare o a camminare su e giù per i crinali. E neppure – ghignetto allusivo – di “evadere dalla moglie e dai suoi interminabili tè con le amiche”. La verità – dice stavolta realmente serio e senza enfasi – è che lui si sente vincolato moralmente da una “promessa solenne”. L’ha fatta nel lontano 1996, mentre raccoglieva sul letto di morte l’ultimo desiderio di un uomo, da tutti celebrato come l’eroe della resistenza contro la costruzione della diga. Il progetto della Montecatini di Milano contemplava senza il minimo scrupolo la migrazione forzata degli abitanti dei masi e delle terre da espropriare e distruggere. Don Alfred Rieper, parroco di Curon dal 1939 al 1996, si congedò dal mondo e da Ludwig con le seguenti parole: “Ora, continua tu la mia missione per far sapere, per non far dimenticare, quello che ci hanno fatto”. Trent’anni dopo, il maestro diventato allievo del prete che promosse, come ultima chance, una spedizione di compaesani a Roma per sensibilizzare alla sacrosanta causa Papa Pio XII, è ancora al suo posto, disciplinato come uno Schützen, a onorare la sua promessa.

Operazione complessa
Dopo settant’anni è cambiato quasi tutto, tranne la postura a mezzo busto del campanile. Dal 2016 Montedison (nata nel 1966 dalla fusione fra Edison e Montecatini) è uscita per sempre dalla Val Venosta, passando le consegne ad “Alperia”, l’azienda energetica provinciale. La crescita del benessere economico, dovuta in buona parte al turismo intelligentemente sostenuto con adeguati incentivi dalla Provincia Autonoma, ha restituito almeno in parte ciò che venne depredato cinque anni dopo la fine della guerra, costringendo centocinquanta famiglie ad andarsene risarcite con ridicoli indennizzi. Si scia d’inverno, si fa trekking e si va in bicicletta dalla primavera all’autunno. Si fende l’acqua facendo windsurf e kitesurf, in estate. Alberghi e ristoranti, a metà settembre, registrano ancora il tutto esaurito. Il lavoro, le occasioni di guadagno, ai giovani dunque non mancano, fra le occupazioni stagionali in Valle, il lavoro transfrontaliero (più in Svizzera che in Austria, entrambe vicine), la cura dei campi e degli allevamenti di famiglia. Spento di generazione in generazione il rancore verso la diga usurpatrice, anche il campanile ha perso il cipiglio da fiera sentinella di un passato che non si deve dimenticare, mettendosi al servizio del più disimpegnato marketing turistico. Ludwig Schöpf, insieme ai fidati collaboratori di Oculus, ne è del tutto consapevole.
Come spesso accade, è però quella forza soprannaturale chiamata destino a far riaccendere le luci della ribalta. A maggio 2021, lo svuotamento dell’invaso per interventi di manutenzione ha fatto riemergere temporaneamente i resti delle case e della parrocchiale di Santa Caterina fatte saltare con l’esplosivo nel luglio del 1950 prima di venire sommerse. Nel 2023, è stato invece l’avvio di spettacolari lavori finalizzati alla costruzione di una nuova diga alta 20 e larga da 70 a 90 metri – da riempire con il materiale prelevato dal lago stesso per una lunghezza di circa un chilometro e mezzo – a far risuonare l’eco di quanto accaduto più di settant’anni prima. A rendere ancor più faraonica e complessa l’intera operazione, si è aggiunta infine la necessità di mettere in sicurezza la statale 40 fra Resia e Curon, spostando la strada di una cinquantina di metri verso la riva e abbattendo contestualmente le due vetuste gallerie che hanno sorretto finora il peso della montagna. I cantieri sono ancora aperti. Ma prima che il braccio meccanico delle escavatrici entrasse in azione, ci aveva pensato la letteratura ad alzare con più leggerezza e poesia il sipario sulla memoria affievolita di Resia, Curon e del suo campanile scampato miracolosamente alla distruzione solo grazie all’energico intervento di uno scrupoloso funzionario italiano, il soprintendente alle Belle Arti di Trento Mario Guiotto.

Uno struggente romanzo-rivelazione
Nel 2018 esce per Einaudi “Resto qui” di Marco Balzano, un romanzo-rivelazione struggente e bellissimo che racconta con una capacità descrittiva e di introspezione psicologica non comuni, la storia di un colossale sopruso consumato ai danni di un piccolo e pacifico popolo di contadini e montanari. È subito un successo clamoroso, secondo posto al Premio Strega di quell’anno e vincitore nel 2019 dei premi Mario Rigoni Stern e Bagutta. Da quel momento, il cammino del libro è proseguito in un crescendo di consensi e di attenzione: tradotto in trenta lingue, quindi ripreso da una serie televisiva sulla piattaforma Netflix, è ora il momento del teatro. Il 20 novembre prossimo ci sarà infatti il debutto allo Stabile di Bolzano e il 7 marzo 2026 al Piccolo di Milano, nell’adattamento realizzato dal regista Francesco Niccolini. Lo stesso che (un caso?) con Marco Paolini ha scritto “Storia del Vajont”. “Ho apprezzato il fatto che sia stata mantenuta una forte intensità e affinità ideologica ed estetica con il libro – risponde volentieri al telefono l’autore milanese, classe 1978 –. Il teatro si deve muovere liberamente, l’unica cosa che mi aspetto è che quest’opera sappia emozionare rispettando la verità del testo”.
Ci sono affinità fra il dramma del lago altoatesino e l’incomparabile sciagura di Longarone? “Indubbiamente qualche oggettivo collegamento c’è, e sta nel mancato rispetto del paesaggio. Pasolini diceva che il paesaggio è l’unica cosa che non può ritornare uguale a prima una volta toccato. È quanto accaduto a Resia, al Vajont e in moltissimi altri casi, in nome di un progresso, quantomeno discutibile, che viene imposto con la violenza e devasta gli equilibri naturali, e soprattutto le radici della polis. Poi, una volta che le cose naufragano, si fa finta di niente. In Italia succede spesso”.
Le nostre idee convergono nel ritenere la violenza il presupposto e il nutrimento fondamentale del fascismo, e devastanti i danni da esso procurati in due aree sensibili come Alto Adige e Venezia Giulia, attraverso l’italianizzazione forzata dei territori e la snazionalizzazione linguistica e culturale. Marco Balzano tratteggia con grande profondità narrativa la straordinaria opposizione condotta all’epoca dalle maestre delle scuole elementari della zona, organizzando lezioni clandestine in lingua tedesca affinché i bambini non smarrissero la loro identità, e per questo rischiarono il carcere e il confino. Esattamente come i maestri slavi in Venezia Giulia. Non stupisce, allora, la più recente attrazione fatale nutrita per Trieste, dove è ambientata la sua ultima opera, “Bambino”, sempre per Einaudi. È la storia del cruciale e rapido passaggio nel capoluogo giuliano di tre dittature, fascista, nazista e per quaranta giorni anche comunista, narrata attraverso la vita spregiudicata di un uomo che non ha esitato a cambiare ogni volta casacca pur di salvare se stesso.

Restituire dignità e giustizia
Impossibile non collegare tali riflessioni ai continui richiami fatti da Ludwig Schöpf alle sofferenze che il Ventennio inflisse ai tedeschi dell’Alto Adige. Acuite dalle promesse tradite del nazismo che, in seguito al patto delle “opzioni” fra Hitler e Mussolini, cercò di attirare nuovi cittadini nel Reich spaccando drammaticamente famiglie e intere comunità. “Parlare di Alto Adige è una forzatura voluta dagli italiani”, aveva puntualizzato con vero fervore identitario la nostra guida mentre, dal bunker numero 20, ci incamminavamo verso la vicina sorgente del fiume Adige, così suggestiva nel suo dimesso aspetto da quieta fontanella zampillante dalla roccia. “Per la nostra gente questo è Sud Tirolo, Südtirol, perché da Innsbruck a Bolzano siamo la stessa regione, parliamo da secoli la stessa lingua e abbiamo la stessa cultura. È colpa di quel fascista fanatico di Tolomei se ancora oggi veniamo definiti così!”. Ettore Tolomei era l’irredentista trentino, poi camicia nera della prima ora e infine senatore, che approntò nel 1916 il famigerato prontuario di 16.735 toponimi applicato rigidamente dal fascismo una decina d’anni dopo per rinominare in italiano i luoghi di tradizionale insediamento tedesco. La stessa logica seguita nei confronti della lingua d’uso, con il divieto assoluto per gli “allogeni” di esprimersi nella lingua madre, esattamente come imposto agli slavi della Venezia Giulia.
In fondo, anche a questo dovrebbe servire la “letteratura riparativa” di autori come Marco Balzano, piuttosto che di un Fulvio Tomizza: restituire dignità e giustizia a chi ne fu privato in nome di “superiori interessi”, politici, ideologici o economici che fossero. “Non so trovare nulla che dimostri più chiaramente la violenza della storia”, riassume l’autore nella postfazione a “Resto qui”. E “la storia siamo noi” per davvero. Con le nostre scelte, collettive e individuali. Compresa quella di resistere, di opporci agli abusi del potere. Di saper essere patriottici senza diventare per forza nazionalisti. Lo teorizzavano già Rousseau, Mazzini, Carlo Cattaneo e dopo di loro tutta una lunga scia di studiosi illuminati, da Benedetto Croce a Eric Hobsbawm a Simone Weil. Le città affondano, le persone soccombono, per rinascere dove e come possibile altrove. Ma ci sarà sempre un campanile, una voce, un libro a ricordarci cosa è giusto e cosa non lo è.

Le tappe della vicenda
1939: l’intenzione d’utilizzare i tre laghi originari per la produzione di energia elettrica è già, nel 1910, dell’Impero Asburgico, ma le domande di sfruttamento al Governo italiano (subentratogli dopo la Prima guerra mondiale) vengono inoltrate nel 1920. Solo nel 1939, però, partono i lavori autorizzati al Gruppo “Montecatini”. È prevista l’erezione d’una diga nella zona bassa del lago di Mezzo/Graunersee o Mittersee, in grado d’alzare il livello dell’acqua di 22 metri. Il bacino artificiale sarà realizzato unendo i laghi di Curon e di Resia.
1940: in primavera, la popolazione – la cui lingua d’uso è il tedesco – viene informata del progetto con un avviso scritto in italiano ed esposto in paese per soli sei giorni. Nessuno lo capisce e dunque si oppone. Ciò viene subdolamente interpretato come un “placet” implicito alla continuazione dei lavori.
1947: l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno 1940 segna la forzata interruzione delle opere in corso. Ma nel 1947, con grande sorpresa delle popolazioni locali, “Montecatini” annuncia di voler riprendere la costruzione della diga.
1949: in inverno la “Montecatini” fa una prova di invaso, facendo crescere il livello dell’acqua di 11 metri.
1950: domenica 9 luglio nella chiesa di Curon si tiene l’ultima Messa. Il 16 suonano per l’ultima volta le campane. Dal 23 luglio iniziano le demolizioni con l’esplosivo. Vengono rase al suolo più di 160 case, due terzi delle quali a Curon, un terzo circa a Resia e in minima parte a San Valentino. Terminate le demolizioni, il bacino viene totalmente allagato, lasciando spuntare fuori solo una metà del trecentesco campanile romanico salvato dall’abbattimento per il suo valore storico-architettonico. Vengono sommersi 677 ettari di terreno, mentre quasi 150 famiglie perdono tutto, compresa la loro “heimat”. Metà è costretta a emigrare. Chi non se ne va, viene sistemato nelle baracche di fortuna costruite in gran fretta all’inizio di Vallelunga. Gli indennizzi sono puramente simbolici e molti non vanno neppure in banca a riscuoterli. 

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

1 COMMENT

  1. Che Dolore …
    Rimango muta e sbigottita dalla violenza e dal sopruso da parte della gente al potere verso una umanità rara e innocente come bambini …
    TUTTA questa energia è ancora e ancora più attiva ora …in tanti posti di questo meraviglioso Pianeta.
    Chissà… vedremo cosa possiamo trasformare… Certo che L’AMORE ha bisogno di Manifestarsi e Agire con Cor – aggio .
    Grazie , bellissimo sritto …non avevo tutte queste Preziose Informazioni.

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