Tra il 15 e il 30 settembre 1509, Padova fu teatro di uno degli episodi più drammatici della Guerra della Lega di Cambrai. In quel frangente cruciale per Venezia, la città si trasformò nel simbolo della resistenza contro una coalizione senza precedenti, promossa da papa Giulio II e composta da Francia, Impero, Spagna, Ferrara e Stato Pontificio, decisi a smantellare il dominio veneziano nell’entroterra.
Dopo la disastrosa sconfitta di Agnadello, avvenuta il 14 maggio dello stesso anno, molte città venete si arresero. Solo Treviso rifiutò la sottomissione a Massimiliano d’Asburgo, riaffermando la propria fedeltà alla Serenissima. Da lì partì la spedizione di Andrea Gritti, che riuscì a riprendere Padova sollevando la popolazione contro il presidio imperiale.
Deciso a riconquistare Padova, Massimiliano d’Asburgo attraversò il territorio moglianese alla testa di un imponente esercito di 35.000 uomini, giungendo alle porte della città il 15 settembre. Padova, presidiata da 8.000 veneziani, si preparò a resistere con determinazione. I bombardamenti furono intensi e incessanti, ma le possenti mura riuscirono a reggere l’urto. A guidare la difesa fu Bartolomeo d’Alviano, abile condottiero veneziano, che riuscì a evitare l’accerchiamento e a mantenere attivi i rifornimenti, garantendo così la tenuta della città sotto assedio.
L’assedio si concluse il 30 settembre con la ritirata delle forze imperiali, stremate e mal coordinate. Venezia, contro ogni previsione, riuscì a mantenere il controllo su Padova.
Questo successo segnò una svolta decisiva: la Serenissima non era sconfitta. La Lega di Cambrai cominciò a sgretolarsi, e Venezia avviò la graduale riconquista dei territori perduti. L’assedio di Padova, tra i primi a impiegare artiglieria pesante, dimostrò che la tecnologia bellica, da sola, non basta senza una strategia efficace.
Treviso, anch’essa protagonista, fu fortificata da Fra Giovanni Giocondo da Verona: bastioni, deviazioni fluviali e sacrifici architettonici trasformarono la città in un vero baluardo. La sua fedeltà e il ruolo operativo furono determinanti per la rinascita veneziana.
Nel 1516, con la fine delle ostilità tra la Lega di Cambrai e Venezia, il paese entrò in un lungo periodo di pace. I patrizi veneziani rivolsero allora i propri interessi verso la terraferma: l’agricoltura prosperò e sorsero le magnifiche ville che ancora oggi impreziosiscono il paesaggio veneto.



Treviso 27 09 2025 – Grazie di questo contributo. Sai proporre la storia in modo semplice e chiaro
Molto interessante. Ne approfitto del tuo bel articolo che mi ha offerto lo spunto per alcune considerazioni sul venetismo di oggi che fa a brandelli ( è una opinione personale) la storia. Personalmente dissento dal punto di vista storico sull’uso politico che viene fatto del “leone marciano”, simbolo della Serenissima, della Repubblica di Venezia (non della repubblica veneta che non e mai esistita) che con un operazione di millantato credito è stato fatto diventare simbolo del venetismo leghista. Il leone marciano lo si trova a Bergamo, a Brescia, in Friuli e non per questo sono eredi politici della repubblica di Venezia. Giustamente Mario Isneghi scrive “fa sorridere questo venetismo odierno applicato a Venezia che non è mai stata ne popolo, ne naxion, ma Impero votato al dominio dei suoi popoli”.